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L’ignoranza non rende liberi

11/05/2024 Torino. Salone Internazionale del Libro . Nella foto  (agf)

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Bisogna riprendersi lo spazio politico parlando con la gente
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Sì, c’è un’Italia che fa la fila per entrare al Salone del libro, è una cosa bella e consolante. Poi ce n’è un’altra, molto più consistente, che non ha un libro in casa. Mentre alcune migliaia di persone assistono in questi giorni, a Torino, a dibattiti sui temi cruciali — se il jobs act abbia un impatto sull’occupazione, se l’autonomia differenziata arricchisca chi è ricco e impoverisca chi è povero, se il premierato indebolisca la figura del capo dello Stato, se ci sia differenza fra censura e dissenso — ci sono molti milioni di persone, molti, che non sanno cosa siano il jobs act, l’autonomia differenziata, la separazione delle carriere né niente del massimo poeta palestinese del nostro tempo o di Franco Basaglia e Franca Ongaro, delle frontiere di Alessandro Leogrande o del coltello che ha sfregiato l’intellettuale supremo. Lo ignorano totalmente. È a questi che parla Giorgia Meloni quando dice “scrivete Giorgia”.

Non è un’operazione simpatia, una trovata di marketing elettorale. …

Sì, c’è un’Italia che fa la fila per entrare al Salone del libro, è una cosa bella e consolante. Poi ce n’è un’altra, molto più consistente, che non ha un libro in casa. Mentre alcune migliaia di persone assistono in questi giorni, a Torino, a dibattiti sui temi cruciali — se il jobs act abbia un impatto sull’occupazione, se l’autonomia differenziata arricchisca chi è ricco e impoverisca chi è povero, se il premierato indebolisca la figura del capo dello Stato, se ci sia differenza fra censura e dissenso — ci sono molti milioni di persone, molti, che non sanno cosa siano il jobs act, l’autonomia differenziata, la separazione delle carriere né niente del massimo poeta palestinese del nostro tempo o di Franco Basaglia e Franca Ongaro, delle frontiere di Alessandro Leogrande o del coltello che ha sfregiato l’intellettuale supremo. Lo ignorano totalmente. È a questi che parla Giorgia Meloni quando dice “scrivete Giorgia”.

Non è un’operazione simpatia, una trovata di marketing elettorale. È la consapevolezza esatta di un elettorato di riferimento, la volontà di conservarlo com’è, di accrescere il proprio consenso mantenendo intatta e anzi incrementando l’ignoranza delle cose: non preoccupatevi di niente, fidatevi di me, restate pure a scrollare video dei bambini prodigio che ballano il tango, i tutorial su come fare l’eyeliner, gli incidenti rocamboleschi, occupatevi delle macchine che cappottano a Livorno. State seguendo la pagina web “Cappottare a Livorno”? I sondaggisti hanno valutato che una lista con questo nome prenderebbe il 20 per cento alle prossime elezioni, leggo sul Tirreno. Non sarebbero voti degli intellettuali di centrosinistra, aggiungono gli analisti: sono voti che pendono a destra. Che sorpresa. Al convegno su Matteotti non c’era tanta gente, erano tutti a seguire la finale del campionato di padel, leggo ancora sul medesimo giornale. Si fanno begli incontri, pare che diversi famosi si siano conosciuti così. A padel, non al presidio democratico alle Fosse Ardeatine.

L’altro giorno Matteo Renzi raccontava che il suo video sui palleggi ha ottenuto cento volte i like di quello del suo dibattito coi ragazzi di Ventotene sull’Europa. Vi stupisce? Con la realtà non c’è molto da discutere, c’è semmai da prenderne atto. Penso alla sinistra, al bisogno che ha di accrescere il consenso. Per accrescere il consenso è necessario convincere chi non sia già convinto, raggiungere chi non sia già raggiunto. È facile parlare a chi ti applaude, commemora i tuoi stessi morti. E più difficile parlare a chi non sa chi sia Enrico Berlinguer. Mi è successo l’altro giorno, mi ha molto sorpresa e il problema, penso, è il mio stupore. Il giovane genitore di un compagno di giochi dei figli domanda chi è, scusa. Berlinguer, come chi è. Eppure chi chiede è una persona attenta, sensibile, generosa, amabile. Non sa neppure chi sia Fabrizio De Andrè, apprendo, e io che ero già qui pronta a raccontare un magnifico aneddoto su Giovanna Marini, figurati se conosce Giovanna Marini. (Lo racconto lo stesso. Dei migranti ha detto, Giovanna: “Nessuno si è interessato a dire andiamo a vedere chi sono, sentiamo cosa ci cantano”. Cosa ci cantano. Che donna monumentale). Eppure è a quel genitore, è “agli altri” che bisognerebbe parlare a voler fare proselitismo e accrescere il consenso. Negli studi tv in cui vado a discutere c’è un pubblico, sono figuranti pagati per stare lì. Di cosa discutete stasera, domandano. Di premierato. Di legge bavaglio. Non sanno mai cosa siano. Eppure votano, tutti. O almeno possono. Chissà se sceglieranno “scrivi Giorgia” o quella frazione a sinistra del centro in dissenso con quella al centro della sinistra, a proposito di riarmo all’Ucraina. Non lo so, me lo chiedo.

Di chi è la colpa, se esiste una grande maggioranza di persone che non sanno di cosa stiamo parlando, quando parliamo. È sufficiente dire con fastidio “quanta ignoranza” o occorre forse ammettere che per decenni ciascuno ha parlato solo ai suoi, non si è interessato a conoscere e raggiungere “gli altri”. Cosa ci cantano, siete andati a sentire? O avete scritto un saggio sui due forni acclamato dalla critica? No, non di cucina — quello avrebbe venduto di più.

Di conseguenza la Rai, gestita come il giardinetto della casa al mare da quattro o cinque dirigenti messi lì perché di meglio sotto mano non c’era. La censura che no, non è uguale al dissenso né alle contestazioni, ripetiamo insieme: la censura la esercita chi ha potere su chi non ne ha, vige nei regimi, il dissenso marcia in senso contrario, da chi non ha potere verso chi ne ha, ed è la sostanza della democrazia. Contestare un potente, manifestare contro chi governa (siano studenti, lavoratori adulti, disoccupati di mezza età, chiunque) fa parte della normale dialettica ed è previsto che un ministro abbia la capacità di affrontare e gestire il dissenso. Di contemplarlo e accoglierlo. Esistono molti modi. Andarsene, come siamo abituati a vedere nei dibattiti tv, genera certo grande attenzione (in tv: share), confuso vittimismo ma non è il modo di fare il proprio lavoro. Non vedo calciatori andarsene dal campo quando si levano cori e striscioni di insulti anche pesantissimi. Se sei lì per giocare quel che devi fare è giocare. La tecnica più in voga fra gli oratori della destra è confrontare pere con mele con sedani e urlare: allora questo? E allora questo? C’è un sito che si chiama “E allora il Pd?”. A volte fa ridere, a volte fa piangere. C’era uno spazio vuoto ed è stato occupato, è indubbio. Si è riempito di qualunquismo e di ignoranza. Malissimo per gli occupanti. Malissimo anche per chi ha sguarnito quello spazio. Non si vince, dalle tribune coperte. Dai panel e dai forum ben studiati per il consenso di chi si mette in coda per applaudire i suoi eroi. Si vince in campo, è il campo grande è un altro, sta di là dalla rete. Chiedi chi erano i Beatles. Chi era Berlinguer. È una storia bella. Scusa se non la sai. Colpa mia. Arrivo. Aspetta che vengo a dirtela.

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