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L’Inter e i veri padroni del calcio

Milano, 19 maggio: la festa dell'Inter a San Siro 

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Non serviva l’esproprio della squadra dalle mani dell’insolvente Zhang per scoprire che le oscillazioni del pallone producono più sollecitazioni sui mercati finanziari che sul campo di gioco. Milano forse ne è il più riuscito manifesto
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C’erano una volta Moratti e Berlusconi: li chiamavano mecenati, firmavano i bonifici quando c’era da comprare un giocatore e raccoglievano gli strali dei tifosi dopo le sconfitte. E tutto, in fondo, per farsi fotografare con una coppa. Oggi al loro posto ci sono società con sede in Lussemburgo, veicoli finanziari, fondi di investimento.

Non serviva l’esproprio dell’Inter dalle mani dell’insolvente Zhang per scoprire che le oscillazioni del pallone producono più sollecitazioni sui mercati finanziari che su un campo di gioco. Milano forse ne è il più riuscito manifesto. Una metropoli da 39 scudetti e 10 Coppe dei Campioni che ha ceduto la propria identità sportiva a veicoli senza volto. E non certo per scelta.

Per anni ci siamo chiesti di chi fosse il Milan dopo Silvio, scoprendo un giorno che nemmeno le poche informazioni sui passaggi di proprietà fossero una garanzia. Il fondo Elliott diventò proprietario dopo aver escusso le quote in pegno del misterioso cinese Yonghong Li: un’inch…

C’erano una volta Moratti e Berlusconi: li chiamavano mecenati, firmavano i bonifici quando c’era da comprare un giocatore e raccoglievano gli strali dei tifosi dopo le sconfitte. E tutto, in fondo, per farsi fotografare con una coppa. Oggi al loro posto ci sono società con sede in Lussemburgo, veicoli finanziari, fondi di investimento.

Non serviva l’esproprio dell’Inter dalle mani dell’insolvente Zhang per scoprire che le oscillazioni del pallone producono più sollecitazioni sui mercati finanziari che su un campo di gioco. Milano forse ne è il più riuscito manifesto. Una metropoli da 39 scudetti e 10 Coppe dei Campioni che ha ceduto la propria identità sportiva a veicoli senza volto. E non certo per scelta.

Per anni ci siamo chiesti di chi fosse il Milan dopo Silvio, scoprendo un giorno che nemmeno le poche informazioni sui passaggi di proprietà fossero una garanzia. Il fondo Elliott diventò proprietario dopo aver escusso le quote in pegno del misterioso cinese Yonghong Li: un’inchiesta di Enrico Currò e Giuliano Foschini ha rivelato le piroette finanziarie con cui sempre Elliott continua a mantenere un’influenza sul Milan anche dopo aver venduto il club a Cardinale. Nel mezzo ha affisso uno scudetto in bacheca.

Così come l’Inter si è cucita sul petto la seconda stella della sua storia proprio mentre Zhang cercava disperatamente qualcuno pronto a prestargli i soldi necessari a tenersi la squadra. Nel calcio in cui le proprietà hanno contorni sempre meno definiti, più di un gol fa la differenza chi firma i bilanci. Dalle università di tutta Europa emerge una tendenza: i ragazzi che ieri sognavano di fare il centravanti, oggi si immaginano manager sportivi.

Quando intorno alle 20.30 di domenica 19 maggio l’Inter ha mostrato al pubblico di San Siro la coppa per lo scudetto, tra il bomber Lautaro e l’allenatore Inzaghi, c’era Beppe Marotta. Non più un mecenate, ma un manager. Gli unici intermediari tra proprietari invisibili e folle di appassionati. Quando tre fondi di investimento trattarono per investire nella Serie A la prima cosa che chiesero fu un management indipendente.

Di certo dal lavoro dei dirigenti dipende quanto frutteranno gli investimenti del fondo. E visto che il calcio non permette di distribuire dividendi, l’unica strada è valorizzare la squadra per rivenderla a un prezzo più alto. Ognuno ha la propria ricetta: chi progetta stadi, chi insegue il risanamento, chi punta ad aumentare l’appeal con i successi.

Scopriremo presto cosa interessi a Oaktree, fondo speculativo abituato a finanziare situazioni in cui difficilmente il cliente è in grado di rientrare. L’Inter vale ben più dei 375 milioni — tra prestito e interessi — dovuti da Zhang: prenderla e rivenderla garantirà al fondo una significativa plusvalenza, anche se dovesse riconoscere al proprietario uscente una quota di quei soldi e anche se l’acquirente dovrà coprire altri 415 milioni di debiti.

Oggi, nei cinque campionati più importanti d’Europa, il 27% dei club ha come azionista di maggioranza un operatore di private capital: fondi di investimento, fondi sovrani, consorzi. Un proprietario che non è riconoscibile in un volto, in un nome o in una famiglia. Battono bandiere americane o arabe, ma i soldi non hanno confini e da dove vengano è spesso difficile da capire. Nonostante le norme della Federcalcio sull’onorabilità e la tracciabilità dei proprietari delle squadre.

La dipendenza dai fondi è cresciuta esponenzialmente dopo la pandemia e il motivo è quasi banale: il costo del pallone. Per il calcio, soffocato da un’esposizione debitoria insostenibile soprattutto in Italia, il fondo rappresenta la soluzione più immediata per reperire liquidità e dare respiro a medio termine.

L’ultima tendenza è differenziare su più squadre in modo da sfruttare sinergie, far circolare moneta e giocatori: il City Group che ha il Manchester di Guardiola controlla in tutto 12 squadre, compreso il Palermo, in 12 Paesi differenti. Ma il sistema è sempre più diffuso. E l’Italia non fa eccezione.

Nel 1958, con l’Italia fuori dai Mondiali e le squadre indebitate, Giulio Onesti si stupiva di come operatori economici di successo diventassero «ricchi scemi» col calcio. Oggi non è cambiato molto, ma nemmeno lui saprebbe con chi prendersela.

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