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Regno Unito al voto: il fattore inglese

Londra, 22 maggio: il premier britannico Rishi Sunak (reuters)

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Il fattore inglese entra nell’anno in cui mezzo mondo va alle urne come una potenziale buona notizia, chiudendo simbolicamente il circolo vizioso di crisi, instabilità e divisioni aperto un decennio fa proprio dall’Inghilterra con la Brexit. La decisione annunciata dal premier conservatore Rishi Sunak di convocare le elezioni per il prossimo 4 luglio, anticipate di sei mesi rispetto al previsto, è “la scommessa di un uomo politico a corto di idee, di opzioni e di speranze che la sua situazione migliori”, sintetizza il Financial Times.

Significa che tra poche settimane torneranno probabilmente al governo i laburisti, in testa di oltre venti punti nei sondaggi (44 a 22 per cento). L’ingresso a Downing Street del loro leader Keir Starmer, atlantista e amico dell’Europa, offrirebbe al Regno Unito l’occasione di voltare pagina dopo il suo più grave errore dal Dopoguerra a oggi, l’uscita dall’Unione Europea; rappresentando pure un raggio di speranza per l’Europa, l’Occidente, le democrazi…

Il fattore inglese entra nell’anno in cui mezzo mondo va alle urne come una potenziale buona notizia, chiudendo simbolicamente il circolo vizioso di crisi, instabilità e divisioni aperto un decennio fa proprio dall’Inghilterra con la Brexit. La decisione annunciata dal premier conservatore Rishi Sunak di convocare le elezioni per il prossimo 4 luglio, anticipate di sei mesi rispetto al previsto, è “la scommessa di un uomo politico a corto di idee, di opzioni e di speranze che la sua situazione migliori”, sintetizza il Financial Times.

Significa che tra poche settimane torneranno probabilmente al governo i laburisti, in testa di oltre venti punti nei sondaggi (44 a 22 per cento). L’ingresso a Downing Street del loro leader Keir Starmer, atlantista e amico dell’Europa, offrirebbe al Regno Unito l’occasione di voltare pagina dopo il suo più grave errore dal Dopoguerra a oggi, l’uscita dall’Unione Europea; rappresentando pure un raggio di speranza per l’Europa, l’Occidente, le democrazie liberali, in un 2024 funestato dalle crescenti minacce della Russia di Putin, dalle sfide degli autocrati e dei populisti, dalle guerre in Ucraina e a Gaza, dal possibile ritorno di Trump alla Casa Bianca. Sarebbe inoltre la ricetta da studiare di una sinistra che riesce a vincere in un’epoca difficile.

Il suo predecessore alla guida del Labour, Jeremy Corbyn, non amava né la Nato, né la Ue: considerava quest’ultima un club di rapaci banchieri capitalisti che sfruttano i lavoratori e anche per questo nel referendum del 2016 prevalse la Brexit. Poiché Corbyn dimostrava di non amare molto nemmeno la monarchia e le forze armate, una nazione patriottica come quella britannica gli inflisse alle elezioni del 2019 la più pesante sconfitta patita dai laburisti in quasi un secolo, consegnando il potere al populista Boris Johnson.

Il leader dei Labour Keir Starmer (afp)

Starmer è tutto quello che Corbyn non era. Senza riaprire almeno per ora il lacerante dibattito sulla Brexit, sebbene i rilevamenti d’opinione dicano che la maggioranza del suo popolo riconosce che è stata un danno, l’attuale leader del Labour promette di avvicinarsi al continente in ogni campo possibile, a cominciare dalla difesa: un supporto cruciale da parte di una potenza nucleare come Londra. Sulla Nato, riconosce che il suo rafforzamento non è il risultato di un’espansione guerrafondaia, come riteneva il radicale Corbyn, bensì una richiesta di protezione da Paesi che si sentono minacciati dal Cremlino.

E riguardo al conflitto in Medio Oriente, dopo avere di fatto espulso Corbyn dal partito per antisemitismo, l’esperienza di Starmer come avvocato dei diritti umani (amico personale di Amal Clooney che ha fatto da consulente al procuratore della Corte Penale Internazionale nella richiesta di mandato di arresto per i leader di Israele accanto a quelli di Hamas), accoppiata al suo matrimonio con una inglese di religione ebraica, gli dà la conoscenza necessaria per lavorare con equilibrio a favore della pace.

Per tutte queste ragioni, oltre a ridare energia, fiducia e dinamismo al proprio Paese, un laburista come Starmer a Downing Street può restituire al Regno Unito il ruolo storico di cerniera fra le due sponde dell’Atlantico, che con la Brexit era andato perduto.

I suoi critici dicono che è un nuovo Blair, ma Starmer eredita un Paese ben lontano da quello in salute che ricevette Blair nel 1997: tempi diversi richiedono risposte differenti. Altri oppositori dicono che non ha carisma: ma dopo i clown passati dalla porta girevole di Downing Street, è rassicurante pensare che stia per entrarvi un adulto.

In qualunque elezione, naturalmente, non si escludono le sorprese: l’austerity prima, la deriva populista dei Tories poi, infine i party illeciti di Johnson durante i lockdown per il Covid, hanno tuttavia fatto perdere ai conservatori ogni riserva di consenso, come dimostrato dalle recenti elezioni regionali. In più, il Labour sembra avere riguadagnato terreno anche in Scozia, una volta sua roccaforte, dove gli indipendentisti sono rimasti travolti da malgoverno e scandali.

La politica britannica va a cicli. Dopo diciassette anni di governi conservatori fra Margaret Thatcher e John Major, tredici anni di governi laburisti fra Blair e Gordon Brown, altri quattordici di conservatori con cinque diversi primi ministri, il 4 luglio potrebbe toccare di nuovo ai progressisti. Con un leader che appare l’uomo giusto per ridare al fattore inglese il significato per il quale era ammirato ovunque: un simbolo di serietà, stabilità, pragmatismo. I problemi non scomparirebbero. Ma è qualcosa di cui un mondo alle prese con Putin, Xi e Khamenei ha grande bisogno.

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