A uno a uno i tabù che hanno condizionato a lungo gli aiuti militari dell’Occidente all’Ucraina stanno cadendo, come i dieci piccoli indiani del racconto di Agatha Christie. Le lamentele di Volodymyr Zelensky, reiterate ancora due giorni fa di fronte ai massicci bombardamenti russi su Kharkiv, ma finora sempre respinte al mittente, cominciano ad essere ascoltate. Il grande dilemma è se non sia troppo tardi. O, all’opposto, se non sia troppo rischioso.
È stato ancora una volta Emmanuel Macron, che già a febbraio aveva ipotizzato di inviare truppe Nato in Ucraina (i famosi “boots on the ground”, gli scarponi sul terreno, il tabù di tutti i tabù), a fare da battistrada. Ma gli si è subito accodato Olaf Scholz, che finora era sembrato più incline al vecchio motto “armatevi e partite” (difatti i missili Taurus tedeschi non sono arrivati per ora a Kiev, a differenza degli Scalp francesi e degli Storm Shadow britannici). E nella scia si sono inseriti Canada, Polonia e Finlandia, due tra i Pa…
A uno a uno i tabù che hanno condizionato a lungo gli aiuti militari dell’Occidente all’Ucraina stanno cadendo, come i dieci piccoli indiani del racconto di Agatha Christie. Le lamentele di Volodymyr Zelensky, reiterate ancora due giorni fa di fronte ai massicci bombardamenti russi su Kharkiv, ma finora sempre respinte al mittente, cominciano ad essere ascoltate. Il grande dilemma è se non sia troppo tardi. O, all’opposto, se non sia troppo rischioso.
È stato ancora una volta Emmanuel Macron, che già a febbraio aveva ipotizzato di inviare truppe Nato in Ucraina (i famosi “boots on the ground”, gli scarponi sul terreno, il tabù di tutti i tabù), a fare da battistrada. Ma gli si è subito accodato Olaf Scholz, che finora era sembrato più incline al vecchio motto “armatevi e partite” (difatti i missili Taurus tedeschi non sono arrivati per ora a Kiev, a differenza degli Scalp francesi e degli Storm Shadow britannici). E nella scia si sono inseriti Canada, Polonia e Finlandia, due tra i Paesi che hanno più paura delle grinfie dell’orso russo, per ovvie ragioni geografiche.
Il ragionamento di Macron non fa un grinza, compreso il sottile distinguo che lo compone. Dice, in sostanza, il presidente francese: come possono gli ucraini proteggere le loro città (e Kharkiv ne è l’esempio lampante) se noi gli neghiano il diritto di attaccare (sottinteso, con i missili da noi forniti) le basi in Russia dalle quali gli attacchi vengono lanciati? Precisando, e qui sta il distinguo per pararsi dalle furiose reazioni di stampo salviniano, che gli obiettivi russi da colpire devono essere accuratamente selezionati: solo quelli da cui partono i missili, altri vanno esclusi. E Macron, per farsi capire meglio, ha accompagnato le parole con le mappe.
Lo aveva già detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. E Putin gli aveva immediatamente dato del “demente”, diffondendosi anche a spiegare che cosa è la demenza e come si manifesta. In realtà, Stoltenberg non è un demente. Fa semplicemente il suo mestiere. Un segreterio generale della Nato deve essere, o fare, il falco per definizione. Nei compiti lavorativi del ruolo, la cosidetta “job description” nella lingua comune della Nato, la parola “colomba” non è mai apparsa. Ma un conto è se certe cose le dice il segretario generale dell’Alleanza, il quale sa bene che lui propone, ma i singoli Stati membri dispongono. Un altro conto è se a dirle sono i capi di Stato e di governo dei due Paesi-guida dell’Europa, che non a caso hanno fatto precedere le loro dichiarazioni sull’uso dei missili da parte dell’Ucraina da un articolo a doppia firma sul Financial Times intitolato: “Noi dobbiamo rafforzare la sovranità dell’Europa”. Tanto che anche Biden sembra orientato a rivedere il finora categorico diniego all’uso di missili americani contro obiettivi in territorio russo. A Washington le posizioni divergono: il segretario di Stato Antony Blinken è incline a sposare la linea franco-tedesca, mentre il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan è ancora per il “no”. Ma c’è un convitato di pietra seduto al tavolo del dibattito americano, che spinge Biden a decidere in fretta: si chiama Donald Trump, che se venisse eletto, come ha promesso, direbbe a Putin di “fare il diavolo che vuole” con i Paesi della Nato che aiutano l’Ucraina.
Putin ha capito che il vento sta girando, abbattendo i tabù uno dopo l’altro (il prossimo sarà quello degli istruttori militari in Ucraina, con la Francia già pronta e la Lituania disponibile). Il presidente russo, che ha alzato il livello dei fautori della forza (i “siloviki”) nel suo cerchio magico promovuendo l’ex guardia del corpo a “assistente per la Difesa”, ha promesso “conseguenze serie”, soprattutto per quei Paesi della Nato più vicini alla Russia, “piccoli e densamente popolati”. Non è difficile immaginare quali siano. Anche perché nei giorni scorsi sei Stati membri della Nato si sono “autodenunciati”, dichiarando che stanno pianificando un “muro di droni” per difendersi dagli attacchi russi. Sono Finlandia, Norvegia, Polonia e i tre baltici — Lituania, Estonia, Lettonia — che hanno sperimentato il giogo sovietico quando erano repubbliche dell’Urss. Tutti Paesi piccoli, densamente popolati, soprattutto i baltici. Il riferimento di Putin non era a casaccio e, perciò, ancora più minaccioso.
E qui si torna al dilemma di cui all’inizio. La conversione dei “Paesi donatori” dell’Ucraina è tardiva? Forse, perché è arrivata dopo che la Russia ha ammassato truppe e mezzi al confine dalla parte di Kharkiv non solo per martoriare la seconda città ucraina, ma probabilmente per preparare la tanto temuta offensiva del bel tempo (meteorologico). Che potrebbe essere quella decisiva della guerra, ma potrebbe anche portare poi a una proposta di armistizio a un’Ucraina già oggi stremata e sfiduciata: non è un caso che Putin insista che la legittimazione di Zelensky è scaduta come il suo mandato presidenziale.
Quanto questa “escalation”, che per ora è soltanto verbale, sia rischiosa è ancora più difficile da prevedere. Certo, con il via libera all’uso dei missili occidentali contro obiettivi in Russia e con l’invio di istruttori militari in Ucraina la linea rossa che ci separa da uno scontro diretto tra Russia e Occidente diventa sempre più sottile. Però Putin, al di là della mistica anti-Occidentale che diffonde a ogni occasione, sa bene che un attacco a un membro della Nato sarebbe l’inizio della sua fine.