Che cosa ci attende dopo il Covid? Alcuni giorni fa, l’Oms ha annunciato il primo caso accertato di contagio umano causato da un virus influenzale aviario del tipo H5N2 (il contagio, avvenuto in Messico, ha avuto esito letale ma il paziente risentiva anche di altre patologie). Per comprendere le ragioni dell’allarme conviene ricordare che per decenni, ben prima della crisi del 2020, gli esperti avevano atteso con timore la comparsa di un virus altamente diffusibile e letale. Il candidato più probabile era identificato in un qualche tipo di influenza aviaria che, a partire dal suo serbatoio naturale in una popolazione di uccelli, imparasse a contagiare l’uomo e poi a diffondersi da uomo a uomo. D’altra parte, si erano già verificati alcuni episodi preoccupanti, in particolare nel 2003 quando un virus influenzale del tipo H5N1 che stava causando una grave epidemia negli allevamenti di pollame cinesi mutò, riuscendo a infettare degli esseri umani. Il primissimo caso certo di infezione um…
Che cosa ci attende dopo il Covid? Alcuni giorni fa, l’Oms ha annunciato il primo caso accertato di contagio umano causato da un virus influenzale aviario del tipo H5N2 (il contagio, avvenuto in Messico, ha avuto esito letale ma il paziente risentiva anche di altre patologie). Per comprendere le ragioni dell’allarme conviene ricordare che per decenni, ben prima della crisi del 2020, gli esperti avevano atteso con timore la comparsa di un virus altamente diffusibile e letale. Il candidato più probabile era identificato in un qualche tipo di influenza aviaria che, a partire dal suo serbatoio naturale in una popolazione di uccelli, imparasse a contagiare l’uomo e poi a diffondersi da uomo a uomo. D’altra parte, si erano già verificati alcuni episodi preoccupanti, in particolare nel 2003 quando un virus influenzale del tipo H5N1 che stava causando una grave epidemia negli allevamenti di pollame cinesi mutò, riuscendo a infettare degli esseri umani. Il primissimo caso certo di infezione umana da parte di un virus del tipo H5N1 risaliva al 1997, ma l’epidemia del 2003 fu molto più seria perché il virus si diffuse in vari Paesi, causando un allarme generalizzato. Stando all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), tra 2003 e 2009 l’influenza aviaria causò 468 contagi umani accertati, di cui 282 (il 60%) fatali (il numero effettivo di casi potrebbe essere molto più elevato, dell’ordine di parecchie migliaia). Negli anni successivi i contagi accertati si fecero più radi, interrompendosi quasi del tutto nel 2020: un effetto collaterale delle restrizioni agli spostamenti e ai contatti umani introdotte per contrastare la diffusione di Covid-19. Anche al termine dei lockdown l’influenza aviaria, se non del tutto debellata, si era ridotta a causare pochi casi l’anno (sempre secondo l’Oms, appena 12 nel 2023, di cui un terzo fatali).
Pochi casi, ma significativi, perché ciò che, sinora, ha radicalmente limitato la capacità dell’influenza aviaria di danneggiare le popolazioni umane è solo la sua incapacità di diffondersi con facilità da persona a persona. Qualora un virus di influenza aviaria acquisisse tale capacità, contenerne la diffusione sarebbe difficilissimo: un compito comparabile, grosso modo, ai (falliti) tentativi di contenere Covid-19 entro l’area in cui apparve originariamente. È per questo che l’annuncio del primo contagio umano certo da un virus di tipo H5N2 ha attratto tanta attenzione: la famiglia di patogeni considerati prossimi ad acquisire la capacità di causare una pericolosa pandemia globale si è ampliata. Di conseguenza, il rischio pandemico globale è aumentato – ma di quanto?
L’Oms, nel suo rapporto ufficiale del 5 giugno, ha classificato il rischio attualmente posto dal nuovo virus H5N2 per la popolazione generale come “basso”. Basso, ma non nullo: studi recenti stimano che il rischio di una nuova pandemia letale (quale che ne sia il patogeno) sia di oltre il 2% ogni anno, e potrebbe aumentare parecchio in futuro per effetto del surriscaldamento globale. Dobbiamo preoccuparci? Si potrebbe rispondere: non più del solito, visto che le pandemie sono una spada di Damocle che ci grava perennemente sul capo. Quello che possiamo senz’altro fare, però, è verificare se abbiamo appreso le lezioni che Covid-19 dovrebbe averci impartito.
Lezione numero 1: nel caso di una pandemia dovuta a un virus respiratorio altamente trasmissibile (come un virus influenzale o un coronavirus), il rischio di non riuscire a contenerlo subito è elevato. A quel punto, la migliore arma a nostra disposizione è lo sviluppo rapido di un vaccino da somministrare in modo generalizzato (al momento non esistono vaccini per uso umano per nessun virus di tipo H5 – né avrebbe senso svilupparli senza conoscere le caratteristiche del virus da contrastare).
Lezione numero 2: la gestione, sanitaria e amministrativa, di una pandemia dovuta a un virus altamente trasmissibile richiede un forte coordinamento a tutti i livelli: locale, nazionale e sovranazionale. In Italia, nelle prime fasi della pandemia di Covid-19 il conflitto di competenze e la litigiosità endemica tra regioni e Stato, e le difficoltà di coordinamento delle regioni tra loro (conseguenza di un decentramento amministrativo mal concepito e che ora alcuni vorrebbero rafforzare) hanno complicato non poco gli interventi anti-pandemici.
Lezione numero 3: la sanità locale, ovvero quella diffusa sul territorio, costituisce un primo essenziale livello di risposta a una minaccia pandemia e andrebbe potenziata.
A fronte di queste lezioni, e considerato il livello di diligenza degli scolari, direi che forse qualche motivo di preoccupazione c’è: non nell’immediato, ma certamente per il futuro.