Le rivelazioni del New York Times che Biden starebbe meditando di rinunciare alla corsa alla Casa Bianca evocano una sorta di maledizione biblica, che ha colpito, nella storia americana del dopoguerra, chi ha ricoperto la carica di vicepresidente prima di conquistare la presidenza. E ogni volta la decisione di abbandonare, o di dimettersi, è arrivata dopo una lunga agonia politica di uomini rimasti soli a dilaniarsi su una scelta che non avrebbero voluto fare e alla quale fino all’ultimo hanno provato a opporsi. Il calvario di Biden è come quello di Lyndon Johnson nel 1968 e di Richard Nixon nel 1974.
Tra Biden e Johnson ci sono molte somiglianze. Anche Johnson, come Biden con Barack Obama, era stato il vice di un presidente pieno di “glamour” e osannato dai media: John Fitzgerald Kennedy. Anche Johnson, come Biden, aveva accumulato una lunghissima esperienza sui banchi e nelle commissioni del Senato. E questa conoscenza dei meandri della politica, delle “lobbies”, degli umori della …
Le rivelazioni del New York Times che Biden starebbe meditando di rinunciare alla corsa alla Casa Bianca evocano una sorta di maledizione biblica, che ha colpito, nella storia americana del dopoguerra, chi ha ricoperto la carica di vicepresidente prima di conquistare la presidenza. E ogni volta la decisione di abbandonare, o di dimettersi, è arrivata dopo una lunga agonia politica di uomini rimasti soli a dilaniarsi su una scelta che non avrebbero voluto fare e alla quale fino all’ultimo hanno provato a opporsi. Il calvario di Biden è come quello di Lyndon Johnson nel 1968 e di Richard Nixon nel 1974.
Tra Biden e Johnson ci sono molte somiglianze. Anche Johnson, come Biden con Barack Obama, era stato il vice di un presidente pieno di “glamour” e osannato dai media: John Fitzgerald Kennedy. Anche Johnson, come Biden, aveva accumulato una lunghissima esperienza sui banchi e nelle commissioni del Senato. E questa conoscenza dei meandri della politica, delle “lobbies”, degli umori della Washington che conta gli avevano consentito, dopo che era succeduto a Kennedy, assassinato a Dallas nel 1963, di far passare al Congresso una serie di riforme sociali, di aiuto agli strati più poveri della popolazione e di avanzamento dei diritti civili dei neri, che sono ricordati come la “Great Society”.
Ma se sul piano della politica interna Johnson è stato valutato come uno dei migliori presidenti, proprio per quel suo pragmatismo nei rapporti con il Congresso che forse l’elitario Kennedy non avrebbe saputo frequentare, in politica estera Johnson passò dal pragmatismo all’ostinazione. Il Vietnam fu la sua maledizione e la “Teoria del Domino” (se il Vietnam del Sud fosse caduto nelle mani del Vietnam del Nord tutto il Sud Est asiatico sarebbe finito sotto il controllo comunista) fu la sua ossessione. Nel 1963, quando prese il posto di Kennedy, l’America aveva in Vietnam 16mila consiglieri. Nel 1968, quando rinunciò alla corsa alla Casa Bianca, c’erano 500mila soldati di leva, il 10 percento dei quali sarebbero tornati a casa in sacchi di plastica (sono ricordati da quel muro nero con i loro nomi, uno dei monumenti emotivamente più toccanti di Washington, almeno per la generazione che ha vissuto quel periodo).
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Come sarebbe poi accaduto a Nixon, furono i giornalisti a creare i presupposti della rinuncia di Johnson: i giovani reporter dal terreno, che raccontavano come quella del Vietnam fosse una guerra sbagliata infiammando di proteste i campus universitari. Ai quali si unì la voce più autorevole del giornalismo televisivo, Walter Cronkite, l’ “anchorman” del telegiornale serale della Cbs. Tornato da una visita in Vietnam, a fine giornale, fece una dichiarazione, che resta un memorabile pezzo di giornalismo: “E’ sempre più chiaro a questo reporter che l’unica via d’uscita ragionevole sarà di negoziare, non come vincitori , ma come persone d’onore, che si sono impegnate a difendere la democrazia e hanno fatto il meglio che potevano”.
Johnson, davanti al televisore, disse al suo staff: “Ho perso Cronkite, ho perso l’America”. Dopo una tormentata riflessione rinunciò alla candidatura per la rielezione e alla vita politica. Hubert Humphrey, che lo sostituì (il miglior candidato democratico, Robert Kennedy, era stato assassinato il 6 giugno a Los Angeles), fu sconfitto da Richard Nixon. Corsero voci che fosse stato proprio Nixon, su suggerimento di Henry Kissinger, a boicottare un tentativo di negoziato di Johnson con Hanoi per fargli perdere la rielezione. Cinque anni dopo, Kissinger avrebbe trattato a Parigi con l’emissario nordvietnamita Le Duc Tho il ritiro degli americani e la fine del conflitto.
Anche Richard Nixon, come Johnson e come Biden, era stato vice di un presidente amato e rispettato, Dwight Eisenhower. All’opposto di Johnson, fu un presidente trascurabile in politica interna, ma fece la storia in politica estera, grazie appunto al genio diplomatico di Henry Kissinger, suo consigliere per la sicurezza nazionale e poi anche segretario di Stato. Fu Nixon a compiere il primo viaggio di un presidente americano in Cina nel febbraio 1972 e a firmare, qualche mese dopo, il primo accordo nucleare con l’Unione Sovietica di Leonid Breznev. Ma la sua ossessione per il potere, nutrita da cattivi consiglieri, lo portò ad avallare un’assurda operazione (avrebbe rivinto facilmente le presidenziali del 1972), quella del Watergate, il quartier generale del comitato nazionale democratico, che fu svelata, ancora una volta, da due giovani cronisti del “Washington Post”, Bob Woodward e Carl Berstein.
Ma quella di Nixon fu un’agonia ben più lunga di quella di Johnson. Durò quasi due anni, fino al 1974. Chi scrive ha un ricordo personale di quel periodo inquietante per gli Stati Uniti e per il mondo: la seconda visita di Nixon a Mosca, il 27 giugno 1974. Era uno zombie che fingeva di essere ancora un presidente, una maschera tragica in giro per l’Urss. Esattamente un mese dopo, il 27 luglio, la Camera ne avrebbe votato l’ “impeachment” e il 9 agosto Nixon avrebbe annunciato le dimissioni.
In questi corsi e ricorsi c’è una lezione per i democratici. Se Biden dovesse rinunciare (come un altro grande giornalista, Thomas Friedman, lo ha supplicato di fare) la scelta del candidato sostitutivo diventa drammatica e difficilmente vincente. Come insegna il precedente di Hubert Humphrey, che nel 1968 prese il posto all’ultimo momento di Lyndon Johnson.