La rivoluzione del telecomando
di Maurizio CrosettiL’enorme seguito televisivo per quel capolavoro di partita che è stata Sinner-Berrettini, secondo ascolto di sempre per il torneo di Wimbledon, trasmessa da un’emittente a pagamento e non in chiaro dalla Rai, è un’occasione per chiedersi cosa vogliano davvero vedere gli appassionati di sport. Non è solo una questione di tifo, ma di gusto. Il pubblico è cambiato, insieme alla sua percezione del mondo. Lo sport riflette, ma soprattutto anticipa i mutamenti sociali: e ci sta dicendo che la centralità del calcio, sia come pratica attiva, sia come fruizione televisiva e negli stadi, non è più il cuore del sistema solare. Gli italiani fanno altro, cercano altro, i giovani specialmente.
La pessima figura della Nazionale di Spalletti in Germania è più conseguenza che causa di una realtà mutata. Perché mai avere in chiaro, al solo costo del canone Rai, una pena come Italia-Svizzera, e non i gesti bianchi di quei due ragazzi che volano sull’erba londinese? Il mercato dello sport e dei diritti t…
L’enorme seguito televisivo per quel capolavoro di partita che è stata Sinner-Berrettini, secondo ascolto di sempre per il torneo di Wimbledon, trasmessa da un’emittente a pagamento e non in chiaro dalla Rai, è un’occasione per chiedersi cosa vogliano davvero vedere gli appassionati di sport. Non è solo una questione di tifo, ma di gusto. Il pubblico è cambiato, insieme alla sua percezione del mondo. Lo sport riflette, ma soprattutto anticipa i mutamenti sociali: e ci sta dicendo che la centralità del calcio, sia come pratica attiva, sia come fruizione televisiva e negli stadi, non è più il cuore del sistema solare. Gli italiani fanno altro, cercano altro, i giovani specialmente.
La pessima figura della Nazionale di Spalletti in Germania è più conseguenza che causa di una realtà mutata. Perché mai avere in chiaro, al solo costo del canone Rai, una pena come Italia-Svizzera, e non i gesti bianchi di quei due ragazzi che volano sull’erba londinese? Il mercato dello sport e dei diritti televisivi detta legge e muove capitali, ma esiste un interesse comune, diremmo superiore, che andrebbe tutelato di più e che non può rispondere solo alle fredde regole del commercio. A una manciata di giorni dalle Olimpiadi di Parigi, con ancora le immagini di Tokyo 2021 negli occhi non solo per il trionfale medagliere italiano, ma per il repertorio di storie, personaggi e umanità che quei Giochi hanno saputo portare nelle nostre case, un po’ gratis e un po’ a pagamento, è evidente che la visione dello sport ha sempre più una valenza educativa.
Come ha scritto Mauro Berruto in un post, lui che è stato cittì azzurro della pallavolo maschile e ora siede in Parlamento, va aggiornata la lista Agcom degli “appuntamenti sportivi di rilevanza nazionale”. Perché, ad essere cambiata, è prima di tutto la nazione. Inevitabile accostare il misero Euro 2024 dei nostri calciatori allo splendore della coppia reale di Wimbledon: «90 minuti di indolenza in chiaro, 225 minuti di bellezza, rispetto, tenacia, agonismo a pagamento». È un fatto pedagogico.
A chi si ispira, oggi, un bambino che inizia a darci dentro con lo sport? Soltanto a un centravanti e a un portiere? Forse no. «Vorrei essere d’esempio per i più giovani» è una frase che abbiamo ascoltato molte volte, tre anni fa in Giappone, nell’edizione dei Giochi soffocata dal Covid ma dirompente di senso rivoluzionario. Ragazzi arrivati da ogni zona d’Italia, ma per lo più dal Sud, che con una medaglia al collo raccontavano la difficoltà di trovare strutture e occasioni, insieme alla tenacia nel non smettere di farlo. I loro genitori li avevano mandati in palestra, in piscina o al campo d’allenamento inseguendo una crescita più sana e completa; se poi arrivano le vittorie tanto meglio, però non è questo il punto. Dunque, è sacrosanto che la televisione sia fatta e pensata anche per un certo tipo di storie: averle gratis nello schermo è un moltiplicatore di energia, virtù e salute pubblica.
La parola sport è finalmente entrata nella Costituzione: non è chiedere troppo che possa fare lo stesso, in chiaro, dentro le tivù, in occasione degli eventi che davvero possono formare intere generazioni verso un futuro migliore.
Mai, nella storia dello sport italiano, avevamo avuto il numero uno del tennis mondiale, né un campione olimpico dei 100 metri. Pura fantascienza. Mai abbiamo avuto una nazionale di atletica forte come adesso, e dire che dopo Rio 2016 era ai minimi termini. Quella federazione ha saputo lavorare in silenzio e bene, captando anche energie e istanze degli italiani di seconda e terza generazione, figli di coppie miste, ragazzi senza il pallone come primo pensiero, senza l’obiettivo di una scuola calcio che li porti a diventare professionisti in miniatura il più presto possibile, con il sogno (l’evidente miraggio) del contratto faraonico, e con uno stormo di procuratori in agguato come mosche. Nulla di tutto questo viene raccontato da tennisti, velocisti, maratoneti, saltatori, nuotatori, tennisti e judoka italiani, spesso nuovissimi, riflesso di un mondo cambiato con molta più visione prospettica e agilità dei palinsesti televisivi.