Da un lato c’è l’eleganza lungimirante di Marina che ha deciso di affidare la memoria del padre Silvio al giudizio anche della “sinistra di buon senso” sfidando il buon senso della sinistra, e dunque persino noi. E dall’altro c’è la spavalda volgarità di Salvini, che vuol tornare a spaccare il Paese nel nome di Berlusconi dedicandogli per vendetta uno dei grandi aeroporti che in Italia non si chiamano De Gasperi e neppure lombardamente Carlo Cattaneo.
Marina consegna il padre ai libri contro i libri, agli studi e ai documenti, alle testimonianze opposte ma fondate per avvicinarci, correggendo e rettificando, alla verità di quell’uomo che non appartiene certo ai rancori di Salvini e neppure a lei e alla famiglia Berlusconi, ma alla storia d’Italia. Senza accontentarsi del dolce necrologio e dell’effetto purificatore della morte, vuole quello che non otterrà, ma per cui vale la pena vivere: il famoso cambio d’epoca, e cioè che “la verità storica cominci finalmente ad essere letta senza le lenti deformanti del pregiudizio e dell’odio”. Tanto più che al padre, di cui è stata la più devota degli ammiratori, era già capitato, negli ultimi dieci anni di vita, di sembrare moribondo e di misurare da vivo il rispetto e la commozione del giornalismo dei coccodrilli. E adesso la figlia ne consegna il nome e la dignità al rilancio di una casa editrice illuminista e liberale, che lui stesso aveva discretamente fondato in nome di Erasmo da Rotterdam, Pico della Mirandola, Giordano Bruno e Thomas Moore. Contro la figlia e contro il padre, Salvini prova invece a imprigionare Berlusconi nella rissa, a tenerlo per sempre al di sotto delle parti, nella mischia dove non c’è il “riposa in pace” che gli spetta, dove non c’è il parce sepulto che lo rispetta.
Attorno a Silvio Berlusconi si sta così consumando un silenzioso ma stridente conflitto di memoria, una disputa importante, ma sorda tra l’ereditiera che vorrebbe distribuire l’eredità al Paese e un erede illegittimo che la vorrebbe solo per sé.
Non è questo il momento di tornare a giudicare Berlusconi, ma per noi antichi avversari è ovvio stare con Marina che lo consegna alla Storia per il verso giusto, quello dell’editore di classici che dà lustro alla riflessione e alla ricerca libera su un protagonista italiano e su una vicenda lunga e complessa nella quale siamo stati tutti coinvolti, ma con la quale non abbiamo fatto ancora i conti. Salvini invece lo riporta al comizio fuori tempo, non un fantasma ma uno spettro. La figlia vuole conservare il padre e il ministro lo vuole consumare, lei prova a nobilitarlo e lui riesce a svilirlo, la famiglia lo spinge fuori dal ring politico e un Carneade burocrate dell’Enac, il solito funzionario complice e carrierista, ce lo ricaccia, un senza-nome coperto dal mistero dei ministeri pensa di decidere da Roma in nome degli italiani, dei lombardi, dei milanesi.
E tutti i figli e i nipoti lo sognano al fianco di tutti gli italiani mentre Salvini lo lega soltanto a sé. Ed è inutile spiegargli che in Italia non si decolla dal La Malfa o dal Berlinguer, dal Crispi o dal Giolitti, ma dal Leonardo da Vinci (Roma), dal Raffaello (Ancona), e poi Cristoforo Colombo (Genova), Marco Polo (Venezia), Amerigo Vespucci (Firenze), Galileo Galilei (Pisa), San Francesco d’Assisi (Perugia), Vincenzo Bellini (Catania). E rimangono senza ancora un degno nome Cagliari, che è la città di Gramsci, e Napoli che è la città di Croce. E non ci sono aeroporti che portano nomi di donne nonostante la questione di genere agiti e rimescoli la toponomastica delle città d’Europa, tutte alla ricerca di quel buon senso dei diritti che ha svegliato il liberalismo di Marina. Lombarde erano Ada Negri e Giulia Beccaria, e Maria Callas fu la regina della Scala. Ma vi pare che in mezzo a tutto questo ben di Dio, un ministro possa decidere da solo come fosse un sovrano assoluto, maltrattando il nome che esalta, con un vero e proprio vilipendio?
“La morte non mi avrà vivo” diceva il poeta Caproni che non aveva però previsto questo Salvini che brandisce il morto come un manganello, lo espone di nuovo ai “meme” sarcastici, alle vignette d’autore che in vita sbeffeggiavano ma proteggevano la leadership, la riconoscevano irridendola, e adesso invece ne sporcano soltanto la memoria. Perché quel nome imposto non glorifica Berlusconi ma lo mortifica, lo imprigiona nel risentimento da stadio, nell’arroganza di mezza Italia contro l’altra mezza, nell’accanimento della ideologia retroattiva.
Marina, che da adulta sempre più somiglia al padre “giovanetto”, quello dell’Italia è il Paese che amo, compirà il prossimo 10 agosto i 58 anni che lui aveva nel 1994 della discesa in campo, quando ancora non aveva incarnato l’epoca nella politica e nelle leggende d’amore. Ebbene, Marina è da lì che vorrebbe ripartire e non da un aeroporto rubato. Vuol ricominciare da quel controverso liberale che aveva attorno i professori Colletti, Pera, Rebuffa, Vertone, Giuliano Urbani, Antonio Martino e ovviamente Giuliano Ferrara, folletto e jolly che già allora aveva l’ambizione, che è oggi è di Marina, di piegare la sinistra al buon senso di sinistra. Solo Marina può liberare la memoria del padre dalla trappola dell’aeroporto, che, come un brutto destino e come una triste banalità, l’attende. La Marina contro l’Aviazione.