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Il nostro Ferragosto inquieto

Torino, un negozio chiuso a Ferragosto (ansa)

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Una festa dopo l’altra al riparo dalla violenza della Storia: un’illusione ottica, anche uno stato d’animo diffuso. L’anguria resta un’anguria. Il mare in cui metti a mollo i piedi pure. Giusto un po’ più caldo. Però c’è come uno strano refolo d’ansia, lo sentite?
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Non dappertutto è Ferragosto. Non a ogni latitudine, non in ogni vita. Ma l’illusione della pausa, della sospensione totale eccola; ed è molto italiana — una festa estiva che sembra impensabile senza spiagge infuocate, angurie, pranzi sostanziosi.

È così da quando? Più ancora che a Natale e a Capodanno, vige una resa quasi incondizionata, una legge implicita che impone, a una maggioranza effettiva o forse solo apparente, l’inerzia.

Buon appetito, intanto. Poi, stanotte, qualche stella forse continuerà a cadere: «Vorrei, vorrei, vorrei… Troppi desideri è come non averne nessuno», sospira un personaggio del film ferragostano di Paolo Virzì (il primo, 1996).

Angurieria a Milano (fotogramma)

Il punto sarebbe chiarirseli, capire quali sono. Minimi? Un po’ di frescura su questa landa arroventata? Magari senza nubifragio. Una vacanza, in senso letterale? Un giorno, qualche ora senza preo…

Non dappertutto è Ferragosto. Non a ogni latitudine, non in ogni vita. Ma l’illusione della pausa, della sospensione totale eccola; ed è molto italiana — una festa estiva che sembra impensabile senza spiagge infuocate, angurie, pranzi sostanziosi.

È così da quando? Più ancora che a Natale e a Capodanno, vige una resa quasi incondizionata, una legge implicita che impone, a una maggioranza effettiva o forse solo apparente, l’inerzia.

Buon appetito, intanto. Poi, stanotte, qualche stella forse continuerà a cadere: «Vorrei, vorrei, vorrei… Troppi desideri è come non averne nessuno», sospira un personaggio del film ferragostano di Paolo Virzì (il primo, 1996).

Angurieria a Milano (fotogramma)

Il punto sarebbe chiarirseli, capire quali sono. Minimi? Un po’ di frescura su questa landa arroventata? Magari senza nubifragio. Una vacanza, in senso letterale? Un giorno, qualche ora senza preoccupazioni.

L’armistizio dell’esistenza, come lo definì Dino Buzzati precisamente nel Ferragosto di sei decenni fa. Raccontava una terra di marziani in cui bisogna evitare di avere il mal di denti, di «intoppare un lavandino», di compiere gli anni, perfino di morire.

È più irritante, come per Buzzati, o più commovente, questo tentativo annuale di tregua? Umano, troppo umano. Le scorribande spensierate di Bruno Cortona nel Sorpasso («A Robbe’, che te frega delle tristezze») e quelle in Vespa di Nanni Moretti, che finiscono meglio. L’azzurro mare di Lina Wertmüller in cui resiste la lotta di classe. Carlo Verdone tra turiste spagnole, cene potenzialmente romantiche, esperienze semi-mistiche.

Una veduta del litorale romano (ansa)

Un Ferragosto dopo l’altro al riparo dalla violenza della Storia: un’illusione ottica, anche uno stato d’animo diffuso. La bolla della lunga lunghissima guerra fredda? L’anguria resta un’anguria; il mare in cui metti a mollo i piedi pure. Giusto un po’ più caldo.

Però c’è come uno strano refolo d’ansia, lo sentite? Un senso di incertezza che infiltra il sonno del mondo, lo rende più breve e agitato; ogni ultim’ora, appena posi gli occhi su un sito di informazione, scuote quella tregua apparente — tregua in zona di pace, nella geografia fortunata — e dà ragguagli tremendi, angosciosi su geografie contigue.

Genova (bussalino)

«Oltre, dietro o sopra quella luce e quell’acqua fuse in un unico tremolio, si combatte, si spara, si uccide; si muore, si brucia la gente nella città oltre il golfo; si è soli in un’immensa paura, bambini nella notte sotto fulmini e tuoni, ma su quel mare tutto questo non lo si sa, non lo si sente, non c’è».

Così scriveva Claudio Magris in un suo romanzo visionario intitolato Non luogo a procedere — il racconto di un uomo che per decenni lavora a un museo surreale, un “Museo totale della guerra per l’avvento della pace e la disattivazione della Storia”. Un’esposizione di armi di ogni sorta, proiettili, cannoni, sottomarini, carrarmati come un monito a «tutti i vivi che impediscono la pace perché hanno bisogno della guerra, anche in casa, in famiglia, a letto».

Questo museo che non esiste mi è tornato in mente come fosse aperto anche a Ferragosto, in questo Ferragosto carico di minacce del 2024; e mi è tornato in mente un video immaginario proiettato in una delle stanze: «Un film proiettato a rovescio che comincia con la morte e la distruzione e si conclude con quella gente — prima saltata in aria, maciullata o trafitta — alla fine contenta e sorridente»; il soldato ucciso che ritrova la vita, la sbornia con i commilitoni, «quella sera sul mare indicibilmente viola dell’altro ieri», le parole che storpiava da bambino.

Tutto a rovescio, la morte prima della vita. Sulle spiagge, sulle montagne, sui luoghi dove è o non è Ferragosto in una geografia comunque fortunata piomba l’ombra di questo tempo molto inquieto, dove un giorno di festa può “disattivare” forse gli affanni, ma non ci fa più credere che si disattivi la Storia.

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