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Harris-Trump, l’attimo fuggente

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La campagna per la Casa Bianca è cambiata completamente. Non nella sostanza, ma nell’immagine dei due candidati. La partita è aperta, con tre elementi di cui tenere conto
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Se si cerca l’attimo fuggente in cui la campagna presidenziale americana ha cambiato rotta, chi l’analizza per mestiere lo individua nel trentesimo minuto del discorso con cui Donald Trump ha accettato la nomination durante la Convention di Milwaukee. In quel momento, mentre il candidato repubblicano parlava con accenti commossi del proiettile che gli aveva sfiorato il cervello, Nate Silver, mago delle statistiche elettorali Usa, era sicuro che Trump avrebbe vinto il duello per la Casa Bianca.

Poi però sono successe varie cose. Invece di chiudere lì il discorso fra gli applausi, Trump ha continuato a parlare per un’altra ora, ricordando a tutti di che pasta è fatto. Tre giorni più tardi, Joe Biden si è lasciato convincere a ritirarsi. Da lì in avanti Kamala Harris non ha sbagliato una mossa. E il politologo Nate Silver ci ha ripensato.

Dalla Convention repubblicana a quella democratica a Chicago è trascorso appena un mese, ma la campagna per la Casa Bianca è cambiata completame…

Se si cerca l’attimo fuggente in cui la campagna presidenziale americana ha cambiato rotta, chi l’analizza per mestiere lo individua nel trentesimo minuto del discorso con cui Donald Trump ha accettato la nomination durante la Convention di Milwaukee. In quel momento, mentre il candidato repubblicano parlava con accenti commossi del proiettile che gli aveva sfiorato il cervello, Nate Silver, mago delle statistiche elettorali Usa, era sicuro che Trump avrebbe vinto il duello per la Casa Bianca.

Poi però sono successe varie cose. Invece di chiudere lì il discorso fra gli applausi, Trump ha continuato a parlare per un’altra ora, ricordando a tutti di che pasta è fatto. Tre giorni più tardi, Joe Biden si è lasciato convincere a ritirarsi. Da lì in avanti Kamala Harris non ha sbagliato una mossa. E il politologo Nate Silver ci ha ripensato.

Dalla Convention repubblicana a quella democratica a Chicago è trascorso appena un mese, ma la campagna per la Casa Bianca è cambiata completamente. Non nella sostanza, perché i due partiti rivali mantengono i medesimi programmi: ma è cambiata l’immagine dei due candidati.

All’immagine di un presidente troppo anziano, fisicamente fragile e mentalmente provato, trasmessa fino ad allora da Biden, si è sovrapposta quella della sua vicepresidente: donna e afroamericana, interprete del rinnovamento che rappresenta l’identità e la forza della democrazia americana.

Sul fronte opposto, è Trump ora a sembrare vecchio e confuso. In meno di cinque settimane, è mutato tutto: mentre Biden inseguiva Trump nei sondaggi, Harris è balzata in testa. La conferma che la società liquida, come la battezzò il sociologo Zygmunt Bauman, ha prodotto una politica fluida, in grado di evolversi continuamente.

Una constatazione simile, tuttavia, suggerisce che per le stesse ragioni molto altro può cambiare da qui al voto del 5 novembre. La partita rimane aperta, con tre elementi di cui tenere conto.

Il primo è che, nonostante l’apparente sorpasso democratico grazie all’entrata in campo di Kamala, l’America rimane divisa a metà. Il vantaggio della candidata democratica nei sondaggi è di 2-3 punti percentuali: rientra nel margine di errore e si spiega in parte con il fatto che gli Stati da sempre democratici, come New York e California, hanno più popolazione di quelli tradizionalmente repubblicani. «I democratici devono avere un vantaggio almeno del 5 per cento per sperare di vincere», osserva un analista.

Chicago, 20 agosto: Donald Trump (reuters)

Il secondo elemento è che Trump, dopo essersi sentito sicuro di vincere contro Biden, deve rivedere da cima a fondo la propria strategia contro Harris. Come reagirà l’ex presidente, colui che nel 2020 pareva pronto a lanciare un’insurrezione armata in Campidoglio pur di non cedere il potere?

La lunga intervista concessa a Elon Musk su X (l’ex-Twitter) disegna l’ipotesi di un’alleanza con il controverso tycoon, capace di muovere le oscure dinamiche del suo social media a sostegno del candidato repubblicano, forse in cambio di un ruolo che Trump gli ha già offerto nel proprio governo (“pronto a servire”, ha risposto lui): possibile trampolino di lancio per candidare in futuro alla Casa Bianca sé stesso, la sua vera aspirazione, secondo alcuni.

Il terzo elemento è che, così come non bisogna sottovalutare la spregiudicatezza di Trump, non bisogna sottovalutare Kamala Harris. Costretta a un basso profilo nei quattro anni da vicepresidente per non mettere in ombra Biden, la candidata democratica sta dimostrando energia, vigore intellettuale, saggezza politica. Ha il sostegno di donne significative: Hillary Clinton, Michelle Obama, Alexandria Ocasio-Cortez. Perfino la sua scelta in apparenza erronea di indossare un tailleur beige nel primo giorno della Convention, colore ben lontano dal patriottico bianco-rosso-blu americano, potrebbe non essere casuale: il New York Times ricorda che l’ultimo a indossare spavaldamente un completo della stessa tonalità fu Barack Obama, a una conferenza stampa della sua presidenza.

Da Obama ad Harris, dal primo presidente afroamericano alla prima presidente afroamericana: un’immagine conta più di mille parole. Una cosa è certa, come conclude il politologo Nate Silver, che è anche un grande giocatore di poker: Kamala non è un bluff.

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