Autonomia e pensioni, il rientro amaro di Meloni
di Carmelo LopapaGiorgia Meloni torna a Palazzo Chigi dopo le ferie
(fotogramma)Eccola qua, è ricomparsa, richiamate tutte le unità. Ed è tornata a Palazzo Chigi. Era anche ora, sarebbe fin troppo facile chiosare.
Ma non sa ancora, la presidente del Consiglio — meglio: finge di non sapere — quante e quali spine minacciano la ripresa di un governo che mai in questi due anni, come nella nuova fase che si apre, è apparso tanto liso, diviso, privo di strategia, quasi in effetto dissolvenza. Come se la sua parabola avesse iniziato lentissimamente ma inesorabilmente a discendere.
Giorgia Meloni non avrebbe potuto immaginare un mese fa che le due norme bandiera riconducibili all’alleato più riottoso (e pericoloso) sarebbero deflagrate con questa intensità e con altrettanta rapidità già alla ripresa. L’autonomia differenziata e l’irrealizzabile riforma delle pensioni si stanno rivelando due insidie. E la Lega e il suo leader Matteo Salvini assumono sempre più le sembianze di una mina vagante nel cuore dell’esecutivo.
Ancor più che la bandierina di “quota 41” per le p…
Eccola qua, è ricomparsa, richiamate tutte le unità. Ed è tornata a Palazzo Chigi. Era anche ora, sarebbe fin troppo facile chiosare.
Ma non sa ancora, la presidente del Consiglio — meglio: finge di non sapere — quante e quali spine minacciano la ripresa di un governo che mai in questi due anni, come nella nuova fase che si apre, è apparso tanto liso, diviso, privo di strategia, quasi in effetto dissolvenza. Come se la sua parabola avesse iniziato lentissimamente ma inesorabilmente a discendere.
Giorgia Meloni non avrebbe potuto immaginare un mese fa che le due norme bandiera riconducibili all’alleato più riottoso (e pericoloso) sarebbero deflagrate con questa intensità e con altrettanta rapidità già alla ripresa. L’autonomia differenziata e l’irrealizzabile riforma delle pensioni si stanno rivelando due insidie. E la Lega e il suo leader Matteo Salvini assumono sempre più le sembianze di una mina vagante nel cuore dell’esecutivo.
Ancor più che la bandierina di “quota 41” per le pensioni — stroncata financo dal ministro leghista dell’Economia Giancarlo Giorgetti — è la svolta federalista, chiamiamola generosamente così, a trasformarsi nel giro di poche settimane in un serio, serissimo problema politico per Palazzo Chigi.
La riforma che porta la firma di Roberto Calderoli sembrava un passaggio doloroso ma acquisito con l’approvazione definitiva alle Camere del 26 giugno. Sì, certo, c’era la prospettiva del possibile referendum, ma quel che non era stato considerato a sufficienza dai vertici del Carroccio è quanto quel pacchetto di norme destinate a riconoscere un’amplissima fetta di autonomia alle venti Regioni italiane fosse inviso agli stessi alleati del centrodestra. Oltre che a due terzi del Paese, agli imprenditori, ai sindacati, alle opposizioni e alla Chiesa.
Forza Italia proprio in queste settimane di agosto ha accatastato sacchi di sabbia a mo’ di trincea per impedire che la legge abbia piena e immediata attuazione. E questo sta avvenendo sotto la spinta degli amministratori locali, dei governatori, ma soprattutto della base elettorale prevalentemente meridionale del partito fondato da Silvio Berlusconi. Una riforma che piace poco o nulla, va detto, anche ai figli dell’ex premier, oggi azionisti di maggioranza del partito, nonché ai loro più ascoltati consiglieri, da Gianni Letta a Fedele Confalonieri.
Non è un caso se, dopo gli inviti alla cautela del segretario Antonio Tajani, sia intervenuto anche il portavoce nazionale forzista, Raffaele Nevi, per dire «no alle fughe in avanti» su un testo che non è una legge come tante altre. Ma mette in gioco «l’unità nazionale». Morale: evitare possibilmente di «spaccare l’Italia».
Uscita che, neanche a dirlo, ha scatenato un fuoco di fila dall’opposta trincea leghista. Già surriscaldata in ultimo dalle perplessità che anche gli amministratori locali di FdI, partito della premier, stanno iniziando a manifestare. Autonomia differenziata sì, ma prima definiamo i Livelli essenziali di prestazione, è il coro quasi unanime.
Sebbene a colpire al cuore la roccaforte leghista sono state nelle ultime ore soprattutto le parole del vicepresidente della Conferenza episcopale, Francesco Savino, braccio destro del cardinale Zuppi, che in una intervista a Repubblica ha parlato senza giri di parole del «pericolo mortale» che porta con sé la riforma Calderoli, dello spettro delle «tante Italie quante sono le Regioni» e del rischio del «Far West tra quelle povere».
Del resto, non sarà un caso se nessuna raccolta di firme ha avuto tanto successo fin dalle battute iniziali come quella avviata dai sindacati e dalle opposizioni contro l’Autonomia, già destinata a sicuro referendum.
Matteo Salvini dà segnali di crescente e giustificato nervosismo. La prossima manovra conterrà poco o nulla del suo corollario di promesse, dalla sempiterna cancellazione della riforma Fornero alla quota 41, appunto. La legge bandiera dell’Autonomia è già sulla graticola. Mentre l’ex scommessa elettorale Vannacci minaccia la stabilità interna, ventila lo spettro della scissione, promette comunque di terremotare partito e leadership.
Giorgia Meloni tutto questo lo sa e lo osserva. E resta in riva al fiume. Ha convocato un vertice per il 30, giusto per dare un segnale. Convinta, come racconta ai suoi, del fatto che «Matteo non ha altra scelta che restare in questo governo». Più che una scommessa, per come si stanno mettendo le cose, forse un azzardo: il ministro dei Trasporti, nell’estate 2019, ha mostrato doti da scorpione non indifferenti, preferendo pungere la rana del governo giallo-verde guidato da Conte e suicidarsi politicamente piuttosto che rassegnarsi alla subalternità e all’irrilevanza.
Chissà se la premier ha compreso davvero quanto sia divenuto instabile il quadro che la circonda, in un contesto europeo che per di più la vedrà ai margini della sfera d’influenza della futura Commissione, come non era avvenuto nei due anni precedenti. Meloni è tornata con tutta la «determinazione» e «l’energia» necessaria ad affrontare la ripresa, assicura. C’è da augurarselo per il Paese.
L’impressione, fuori da Palazzo Chigi, è di essere saliti su un ottovolante gestito da giostrai litigiosi e confusi. Intanto, bentornata a bordo, presidente Giorgia Meloni.