Meloni rammenda gli strappi europei
di Stefano FolliAl punto in cui si era arrivati, c’era un solo modo per contenere la ferita al governo: rendere istantaneo il cambio al ministero della Cultura. Uno esce, l’altro subentra. Abbandona, con l’onore delle armi di Giorgia Meloni, il dimissionario Sangiuliano e un attimo dopo il presidente della Repubblica accetta l’indicazione della premier per il nuovo ministro, Alessandro Giuli. Meno di due ore dopo questi ha giurato al Quirinale e si presume che il capitolo sia chiuso per quanto riguarda l’esecutivo dopo giorni tormentati.
Ora la parola spetta agli avvocati di Sangiuliano e a quelli della signora dello scandalo: denunce, querele e controquerele sotto l’occhio della Corte dei Conti ma al di fuori del Parlamento.
Nel frattempo la premier Meloni ha urgente necessità di spostare l’attenzione verso altri orizzonti, se possibile un po’ più ampi. Nelle ultime ore aveva già cominciato a farlo.
Il caloroso telegramma al nuovo primo ministro francese, Michel Barnier, non sembra un gesto …
Al punto in cui si era arrivati, c’era un solo modo per contenere la ferita al governo: rendere istantaneo il cambio al ministero della Cultura. Uno esce, l’altro subentra. Abbandona, con l’onore delle armi di Giorgia Meloni, il dimissionario Sangiuliano e un attimo dopo il presidente della Repubblica accetta l’indicazione della premier per il nuovo ministro, Alessandro Giuli. Meno di due ore dopo questi ha giurato al Quirinale e si presume che il capitolo sia chiuso per quanto riguarda l’esecutivo dopo giorni tormentati.
Ora la parola spetta agli avvocati di Sangiuliano e a quelli della signora dello scandalo: denunce, querele e controquerele sotto l’occhio della Corte dei Conti ma al di fuori del Parlamento.
Nel frattempo la premier Meloni ha urgente necessità di spostare l’attenzione verso altri orizzonti, se possibile un po’ più ampi. Nelle ultime ore aveva già cominciato a farlo.
Il caloroso telegramma al nuovo primo ministro francese, Michel Barnier, non sembra un gesto solo protocollare. Al contrario, ha l’aria di una mossa politica ricca d’implicazioni. Il motivo è chiaro. Il personaggio è un conservatore, viene dal mondo “gollista” ed è già all’opera per ingraziarsi il Rassemblement National di Marine Le Pen.
Questa di per sé è una notizia: i post-gollisti furono sempre contrari a negoziare con l’altra destra, in origine legata a Vichy. Ora le recenti elezioni impongono una parziale correzione di rotta, subito percepita e incoraggiata dalla leader di Rn.
Per Macron, che aveva dissolto l’Assemblea nella speranza di sconfiggere il fronte lepenista, e c’era in parte riuscito grazie al “campo largo”, non si tratta certo di una vittoria. Ma tutte le altre soluzioni sono fallite. Le sinistre non sono riuscite a liberarsi di Mélenchon, astuto politico che ha raccolto nella France Insoumise gran parte delle pulsioni anti-semite oggi serpeggianti più a sinistra che a destra.
Nel gioco dei veti è caduta l’ipotesi del socialista Cazeneuve e si è rivelata velleitaria l’idea del tecnico. E alla fine, ecco Barnier. Al quale il gruppo lepenista chiede subito un pegno politico: scelte più severe contro l’immigrazione, richiesta bene accetta dal neopremier. Sullo sfondo c’è il bersaglio grosso: una riforma elettorale in senso proporzionale (ma se ne parlerà più avanti).
Cosa ha da guadagnare Giorgia Meloni in tutto questo? Diciamo che può ritrovare un rapporto con la Francia, che non è più solo Macron.
Il momento è propizio, dal momento che si è vicini alla nomina di Fitto in una posizione rilevante nella nuova Commissione. Sarebbe un successo indiscutibile per la nostra presidente del Consiglio, tale da mettere in una luce diversa anche il “no” al secondo mandato di Ursula von der Leyen: come dire che la rottura forse non era veramente tale e l’Italia non era così isolata. Tuttavia Fitto deve ancora superare varie resistenze, il che rende preziosa un’eventuale sponda francese.
In secondo luogo, la sinistra deve riconsiderare se stessa: l’ottima prova elettorale del “campo largo”, per dirla all’italiana, non è servita a granché. Le contraddizioni alla fine hanno prevalso, come potrebbero prevalere in Italia se si creasse un cortocircuito Schlein-Conte.
E il tema dell’immigrazione incide soprattutto sul futuro della sinistra: lo si vede in Germania oltre che in Francia. È la sinistra che deve risolvere — senza perdere l’anima — il dilemma per cui essere inclusivi non significa saper integrare. I rosso-bruni tedeschi ce lo ricordano ogni giorno.