Il lungo duello Schlein-Conte
di Stefano FolliQuando Giuseppe Conte è salito sul palco della Festa dell’Unità gli applausi sono stati così fragorosi che la moderatrice, Agnese Pini, gli ha chiesto tra il serio e il faceto se si fosse portato dietro la claque. Domanda legittima ed eventualità da non scartare, tuttavia… no, in quel caso erano manifestazioni di consenso spontaneo.
Avendo scelto per sé il ruolo dell’anti-Renzi, ossia di colui che impedirà qualsiasi forma di patto tra Elly Schlein e il capo di Italia Viva, Conte si guadagna entrate trionfali ogni volta che partecipa a eventi del Pd. Che poi il veto contro Renzi sia strategico o solo opportunistico, lo vedremo strada facendo.
Nel frattempo, l’ex presidente del Consiglio che passò da Salvini ai democratici appare come il leader di una corrente esterna al partito di Schlein. Perfino il litigio con Grillo, destinato con ogni probabilità a vedere la vittoria del cosiddetto avvocato del popolo, è funzionale a ridefinire l’immagine di quest’ultimo: non più — e da tempo — …
Quando Giuseppe Conte è salito sul palco della Festa dell’Unità gli applausi sono stati così fragorosi che la moderatrice, Agnese Pini, gli ha chiesto tra il serio e il faceto se si fosse portato dietro la claque. Domanda legittima ed eventualità da non scartare, tuttavia… no, in quel caso erano manifestazioni di consenso spontaneo.
Avendo scelto per sé il ruolo dell’anti-Renzi, ossia di colui che impedirà qualsiasi forma di patto tra Elly Schlein e il capo di Italia Viva, Conte si guadagna entrate trionfali ogni volta che partecipa a eventi del Pd. Che poi il veto contro Renzi sia strategico o solo opportunistico, lo vedremo strada facendo.
Nel frattempo, l’ex presidente del Consiglio che passò da Salvini ai democratici appare come il leader di una corrente esterna al partito di Schlein. Perfino il litigio con Grillo, destinato con ogni probabilità a vedere la vittoria del cosiddetto avvocato del popolo, è funzionale a ridefinire l’immagine di quest’ultimo: non più — e da tempo — strumento del “grillismo”, bensì personaggio dalla nuova identità.
Ma attenzione alle apparenze, che come è noto ingannano. Conte cerca di liquidare i rapporti con il comico genovese, è vero, ma non certo per entrare nel circolo ristretto di Schlein. Il suo scopo, è palese, consiste nel non riconoscere mai la leadership del Pd nel centrosinistra, come dire che si stipulano solo tregue tattiche, accordi limitati e poi si rilancia appena possibile come al tavolo del poker.
Lo si è visto a Cernobbio: sulla politica estera (Ucraina e Medio Oriente) le posizioni di Conte sembrano irriducibili. Vale a dire niente armi a Kiev ed esplicita linea filo-palestinese. S’intende che è tutto tatticismo: i 5S si rivolgono a una base di sinistra molto sensibile a questi temi e le parlano il linguaggio più conveniente. Al tempo stesso, Conte è d’accordo con il Pd sulla Sanità e sul salario minimo, ma subito lo scavalca e ripropone la tassazione degli extra-profitti delle banche.
Sa di non avere gli applausi degli imprenditori e dei banchieri convenuti sul lago di Como, sa anche che qualcuno arriverà a paragonarlo al venezuelano Maduro, ma non gliene importa. Anzi, anche questo è funzionale alla missione politica che si è dato: impedire che l’alleanza di centrosinistra — e non c’è bisogno di usare il politichese del “campo largo” — si stabilizzi.
Questo, sì, sarebbe un successo di Elly Schlein e le permetterebbe di gestire un’intesa verso il centro aperta a Renzi, pur con tutte le incognite che ciò comporta. Invece la “corrente esterna” a cinque stelle continuerà a operare per trascinare il gruppo dirigente a sinistra. Perché lì, sul terreno dove la politica si sposa con la demagogia, Conte può giocarsi le sue carte come leader di uno schieramento più vasto del movimento ex grillino. E magari coltivare il sogno di un ritorno a Palazzo Chigi.
Tuttavia Schlein qualcosa ormai ha capito di queste manovre. Ad esempio, non ha escluso di votare Raffaele Fitto come commissario della nuova Commissione: si tratterà di verificare prima le deleghe che gli verranno riconosciute. È una mossa abile (il primo a suggerirla è stato Pier Ferdinando Casini), che dimostra come su alcuni aspetti istituzionali, volti a tutelare l’immagine italiana in Europa e nel mondo, Fratelli d’Italia e Pd, i due maggiori protagonisti della scena politica, possono e forse devono trovare punti d’intesa.