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Chiamata alla maturità

Vladimir Putin (fotogramma)

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La difesa dell’Ucraina deve essere ancora una sfida europea e progressista
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Caro direttore,

i prossimi mesi saranno decisivi per il futuro della democrazia e le forze progressiste dovranno essere in grado di evitare uno scadimento globale dei diritti e delle libertà.

L’Europa che ha saputo reagire in modo compatto all’aggressione estesa della Russia contro l’Ucraina, comprendendo la posta in gioco altissima anche per i nostri destini, continua con forza a mantenere il suo sostegno alla resistenza del popolo ucraino e del suo governo.

Questo non accade nel nostro Paese dove - complice la fortissima propaganda russa che ha invaso il nostro dibattito pubblico e contro la quale non è stato posto un argine - si moltiplicano le distinzioni.

Il disimpegno non avviene mai dall’oggi al domani e la negazione del permesso di usare le armi italiane su territorio russo rappresenta un messaggio di distensione al criminale di guerra Vladimir Putin e al suo governo, nel momento peggiore del conflitto.

In questo senso credo che il posizionamento che sta emergendo nel Governo …

Caro direttore,

i prossimi mesi saranno decisivi per il futuro della democrazia e le forze progressiste dovranno essere in grado di evitare uno scadimento globale dei diritti e delle libertà.

L’Europa che ha saputo reagire in modo compatto all’aggressione estesa della Russia contro l’Ucraina, comprendendo la posta in gioco altissima anche per i nostri destini, continua con forza a mantenere il suo sostegno alla resistenza del popolo ucraino e del suo governo.

Questo non accade nel nostro Paese dove - complice la fortissima propaganda russa che ha invaso il nostro dibattito pubblico e contro la quale non è stato posto un argine - si moltiplicano le distinzioni.

Il disimpegno non avviene mai dall’oggi al domani e la negazione del permesso di usare le armi italiane su territorio russo rappresenta un messaggio di distensione al criminale di guerra Vladimir Putin e al suo governo, nel momento peggiore del conflitto.

In questo senso credo che il posizionamento che sta emergendo nel Governo Italiano e nel mio partito, il Pd, sia un errore. Difendere l’Ucraina e la sua democrazia deve essere ancora un imperativo categorico declinato nella cornice del diritto internazionale.

Prestare assistenza militare ad un paese aggredito non stride con la nostra Carta Costituzionale e con tutte le convenzioni che fedelmente abbiamo sottoscritto, poiché l’utilizzo tattico contro strutture militari collocate nel territorio russo tese ad offendere civili e infrastrutture ucraine si configura come il legittimo diritto dell’Ucraina a tutelare la propria integrità territoriale.

Iniziare con i distinguo per accarezzare l’idea di una resa soft, per lasciare agli altri Paesi europei l’onere del sostegno e dell’assistenza dell’Ucraina è una resa politica ed intellettuale inaccettabile. Le famiglie progressiste europee e internazionali, penso a Kamala Harris, Kevin Starmer e Gabriel Boric (diversi per posizionamento e idee su mercato e politica economica) non hanno dubbio alcuno sul fatto che cedere militarmente oggi a Putin non significa fare un favore alle ragioni della pace ma continuare ad alimentare una guerra che è la ragione costitutiva del potere oligarchico di Putin che non si fermerà al Donbass, alla Crimea o a Kyiv, continuerà per sua stessa ammissione verso una politica di aggressione militare gli altri Paesi dell’Est.

Così come non può essere un caso che, di riflesso, le peggiori esperienze della destra nazionalista e nemica della società aperta, in ogni angolo d’Occidente, dal trumpismo all’Afd in Germania, siano accomunate dall’indifferenza, laddove non aperta ostilità, alle ragioni della causa ucraina e dalla potente fascinazione subita dai regimi illiberali. Evitare che le ragioni del pacifismo possano rafforzare le tesi delle destre è un impegno non secondario dei progressisti.

Davanti a questo non possiamo ancora una volta- lo abbiamo già fatto nel 2014- lasciare l’Ucraina al proprio destino senza immaginare che tutto questo modificherà il nostro mondo libero. Rivendicare con forza il nostro impegno per difendere gli aggrediti, impegnarci per la creazione di una difesa comune europea e ad una riforma dei trattati in senso federalista passando ad un’Europa davvero unita anche sul fronte della deterrenza e di una politica diplomatica comune è l’unica risposta che possiamo dare alle sfide del nostro tempo.

Questa estate ho avuto modo di rileggere gli scritti di Altiero Spinelli e mi ha colpito molto una sua lettera rivolta all’allora segretario della FGCI, Pietro Folena, che lo criticava per aver appoggiato la risposta militare di Reagan contro Gheddafi nel 1986 per l’attentato in una discoteca di Berlino Ovest; Spinelli scrive “(..) non hai notato che la mia osservazione più importante non era l'approvazione di Reagan, ma era la constatazione che l'Europa occidentale da quarant'anni a questa parte ha rimesso la sua politica estera e di difesa nelle mani degli Stati Uniti, e che la maniera per mettere fine a questa situazione non sono i miagolii intorno alla sovranità nazionale di questo o quello stato europeo, ma la costruzione (meglio tardi che mai) di un potere federale europeo (…).

Vale forse la pena che tu metta da parte frasi e cianfrusaglie pacifiste, e che dia alla tua cultura politica, come nutrimento, un po' di midollo di leone. Ti accorgerai così che la forza militare deve essere sempre tenuta sotto forte controllo di una volontà politica, ma guai ai politici che la scartano con “ohi” e “ahi” vari come un male assoluto.”

Anche se scritte quasi quarant’anni fa, in un contesto storico diverso, queste parole di Altiero Spinelli contengono motivazioni che le forze progressiste dovrebbero far proprie per un’elaborazione europea della loro politica estera, respingendo timori e paure, guardando alla missione che la storia ci consegna piuttosto che ad dibattito inquinato e distratto. Per dirla in altro modo, una chiamata alla maturità che non possiamo più disattendere.

La replica di Pietro Folena

L’onorevole Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo, a sostegno delle sue tesi circa la legittimità di interventi militari con armamenti forniti dall’Europa e dal nostro Paese sul territorio russo, a difesa dell’Ucraina, non resiste alla tentazione di chiamare in causa Altiero Spinelli e una polemica che ebbe con chi scrive – allora segretario nazionale della FGCI - nel 1986.

Sarei io, in questa rappresentazione polemica di Picierno, per citare Spinelli, portavoce delle stesse “cianfrusaglie pacifiste” che manifesta oggi chi si oppone all’escalation della guerra in quell’area (e in altre aree). Nel 1986 il Presidente degli USA Ronald Reagan ordinò un bombardamento sulla Libia, in risposta ad un attentato in una discoteca di Berlino in cui avevano perso la vita una ragazza turca e due militari statunitensi. Il bombardamento americano fece 60 vittime, e accentuò una grave crisi con la Libia, con rischi di guerra nel Mediterraneo.

Insieme a Pietro Ingrao, all’Università di Roma, tenemmo una grande manifestazione contro la guerra, criticando anche chi, come Spinelli, aveva difeso quell’azione. Spinelli, che aveva un linguaggio sferzante, spostò l’attenzione nella risposta polemica con me sulla necessità che l’Europa unita avesse uno strumento militare (cosa che ho sempre condiviso). Ma in quel caso Spinelli si sbagliava. Il tema era un altro: quello del conflitto Libia-USA ,che rischiava di trascinare anche l’Europa, e prima di tutto l’Italia nella quale già operavano da anni interessi economici della Libia molto importanti (e sicuramente non graditi oltre Atlantico; ricordiamo che nel 1986 la Libia uscì dal capitale della FIAT, e non fu un caso).

Difendevamo l’Europa, con quelle “cianfrusaglie pacifiste”, e il Mediterraneo, e la necessità di una relazione amichevole fra i diversi paesi di questo grande mare. Poi si è visto, anni dopo queste polemiche, il prezzo pagato per la decisione occidentale di abbattere il regime di Mu’ammar Gheddafi. La Libia versa ancora in condizioni disperate, nelle mani di trafficanti di esseri umani, di droga, di petrolio. Succede questo quando ci si nutre di troppo midollo di leone, per citare ancora Spinelli, e la forza militare diventa sovrastante rispetto alla forza (o alla debolezza) politica.

Non è quanto oggi succede nei principali teatri di guerra, a partire da quello ucraino-russo? Il nanismo politico delle leadership globali, e prima di tutto di quelle democratiche, ha fatto sì che a fronte dell’aggressione feroce di Vladimir Putin all’Ucraina – e della persecuzione di tutti i suoi oppositori in Russia -, e della giusta resistenza a quest’aggressione da parte del popolo ucraino, sia stata coltivata l’insensata idea di una possibile soluzione militare al conflitto.

L’escalation in corso, alla quale i grandi produttori di armi guardano con simpatia – i loro profitti crescono a dismisura – porta quell’area, e l’intera Europa sull’orlo del baratro nucleare. Oggi ci vuole la forza politica, non quella militare, per disegnare le condizioni di una tregua, di una pace, della ricostruzione di un’Ucraina indipendente e libera, e di una convivenza, e per offrire alla Russia del futuro una sponda europea e democratica.

Né la Germania, né la Francia, né l’Unione Europea oggi purtroppo hanno questa forza. E questa fragilità nel Medio Oriente è ancora più clamorosa. Il tema, alla fine, è proprio il cuore del pensiero di Altiero Spinelli. Se l’Europa non avrà una forza politica autonoma -una sua capacità di dialogo con tutti - assisterà passivamente al crescere dei conflitti fino, forse, ad un nuovo terribile conflitto globale.

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