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Una crisi dentro l’Unione

Ursula von der Leyen 

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Non c’entra assolutamente nulla la persona di Raffaele Fitto, il meno euroscettico tra i sovranisti meloniani
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La furbizia non ha pagato e, alla fine, qualcuno ha chiamato il bluff. Come una prestigiatrice, Ursula von der Leyen aveva provato a tenere in piedi un castello di carte altissimo. Carta sopra carta: la sua vecchia maggioranza, certamente, ma anche i Conservatori di Giorgia Meloni, con la preziosa dote di 25 eurodeputati. Il gioco, alla mano finale, non ha retto. Troppo grande la contraddizione politica che ne era alla base. Meloni, che da tempo ha rinunciato a spostarsi al centro e ha abbandonato quel cammino di avvicinamento al Ppe che alcuni — anche in Italia — avevano auspicato, ha infatti già votato due volte contro i nuovi vertici europei. Prima in Consiglio, quindi al Parlamento europeo. Ha votato la sfiducia a von der Leyen sia per ragioni politiche, ovvero non confondersi con una maggioranza allargata ai Verdi, sia programmatiche. Perché la nuova Commissione, come la vecchia, ha un mandato chiaro: approfondire l’integrazione europea, superare la logica dei blocchi e dei veti,…

La furbizia non ha pagato e, alla fine, qualcuno ha chiamato il bluff. Come una prestigiatrice, Ursula von der Leyen aveva provato a tenere in piedi un castello di carte altissimo. Carta sopra carta: la sua vecchia maggioranza, certamente, ma anche i Conservatori di Giorgia Meloni, con la preziosa dote di 25 eurodeputati. Il gioco, alla mano finale, non ha retto. Troppo grande la contraddizione politica che ne era alla base. Meloni, che da tempo ha rinunciato a spostarsi al centro e ha abbandonato quel cammino di avvicinamento al Ppe che alcuni — anche in Italia — avevano auspicato, ha infatti già votato due volte contro i nuovi vertici europei. Prima in Consiglio, quindi al Parlamento europeo. Ha votato la sfiducia a von der Leyen sia per ragioni politiche, ovvero non confondersi con una maggioranza allargata ai Verdi, sia programmatiche. Perché la nuova Commissione, come la vecchia, ha un mandato chiaro: approfondire l’integrazione europea, superare la logica dei blocchi e dei veti, come quelli messi dall’ungherese Orbán, far tornare l’Unione protagonista sui mercati, nell’innovazione, nella crescita. È la ricetta Draghi, quella che chiede più Europa, non meno, e che von der Leyen ha dichiarato che sarà la sua bussola in questo secondo mandato. Sulla base di questo programma la presidente ha ottenuto un voto di fiducia al Parlamento europeo.

Fiducia politica dunque, sulla base di un programma chiaro. Legittimamente Meloni ne è rimasta fuori. Da qui il corto circuito. Roma, sulla base di una logica intergovernativa, di equilibrio fra gli Stati, dovrebbe avere un commissario di peso e magari una vicepresidenza esecutiva. Ma in questo momento storico l’Italia ha un governo sovranista, ostile all’integrazione, vicino all’Ungheria. Ancora ieri Nicola Procaccini, il proconsole di Meloni in Europa, sul Corriere della sera criticava la proposta Draghi sull’abolizione del diritto di veto, ribadendo l’idea che l’Ue deve restare una “confederazione” di Stati e dunque “l’unanimità è necessaria per non spogliare le nazioni della loro sovranità”. Conciliare queste posizioni e farle vivere dentro la Commissione Ursula sarebbe impossibile. Per questo socialisti, liberali e verdi hanno detto no a un ruolo esecutivo per un esponente di Fratelli d’Italia.

Non c’entra assolutamente nulla la persona di Raffaele Fitto, il meno euroscettico tra i sovranisti meloniani. L’apertura del Pd a suo favore significa che non c’erano e non ci sono pregiudizi personali sul ministro. Il problema è più grande, va oltre la figura di Fitto. Il problema vero è la crisi istituzionale provocata dallo scontro tra la logica intergovernativa, entro cui si muove la trattativa tra Meloni e von der Leyen, e la logica comunitaria che vede nella Commissione il governo dell’Ue, l’unico a ricevere la fiducia dal Parlamento eletto da 300 milioni di cittadini europei.

Per risolvere questa crisi una via d’uscita ci sarebbe e forse non è troppo tardi per percorrerla. Giorgia Meloni dovrebbe ispirarsi al fondatore del centrodestra, Silvio Berlusconi, che nel 1994 nominò 2 commissari europei — Mario Monti ed Emma Bonino — andando a pescare fuori dal recinto della sua Forza Italia. A dirla tutta il Cavaliere, consigliato da Giuliano Ferrara, era arrivato persino sulla soglia di un passo pazzesco, quello di indicare l’ex comunista Giorgio Napolitano (dopo aver vinto una campagna elettorale contro “i comunisti”). E chissà come sarebbe cambiata la Storia se lo avesse fatto. A Meloni non si chiede tanto. Le basterebbe scegliere una figura non appartenente al suo partito o a quello di Salvini, ancora più inviso agli europeisti della maggioranza Ursula. Un tecnico pro Ue, oppure un esponente di Forza Italia (che fa parte del Ppe). Certo, bisognerebbe uscire dalla stretta logica dell’appartenenza e della fedeltà alla capa, cosa che in questi due anni la leader di Fratelli d’Italia non ha mai dimostrato di voler abbandonare.

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