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Emilia Romagna, curare una terra fragile

L'alluvione in Emilia Romagna (fotogramma)

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Già in luglio e agosto l’Adriatico ribolliva ricoperto di mucillaggine
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Il disastro questa volta più che annunciato era perfino atteso. Dubbi non ce n’erano. Si trattava solo di capire quando sarebbe successo. Così da togliersi il pensiero, sperando non facesse troppi danni. Gli aruspici nostrani lo avevano preconizzato già in luglio e agosto, quando l’Adriatico ribolliva ricoperto di mucillaggine e sembrava il pentolone del brodo in cui cuocere i tortellini a Natale. “Vedrai che piogge in autunno”. Sono arrivate prima, in questa coda d’estate. E come previsto hanno allagato tutto. L’effetto del mare surriscaldato, dicono ora gli esperti. Certo. Anche, però. E non solo. Perché l’acqua che cade dal cielo, scorre lungo i fiumi e da lì inonda le strade, non ha trovato opposizione nemmeno questa volta. Qualcosina, ma roba da poco. Un muretto, due rinforzi, qualche canaletto di sfogo. Niente che potesse impensierire l’onda lunga che si è distesa come un lenzuolo in questa terra di mezzo, tra il mare e la Bassa. E la prevenzione? Ha funzionato. Nel senso che ci…

Il disastro questa volta più che annunciato era perfino atteso. Dubbi non ce n’erano. Si trattava solo di capire quando sarebbe successo. Così da togliersi il pensiero, sperando non facesse troppi danni. Gli aruspici nostrani lo avevano preconizzato già in luglio e agosto, quando l’Adriatico ribolliva ricoperto di mucillaggine e sembrava il pentolone del brodo in cui cuocere i tortellini a Natale. “Vedrai che piogge in autunno”. Sono arrivate prima, in questa coda d’estate. E come previsto hanno allagato tutto. L’effetto del mare surriscaldato, dicono ora gli esperti. Certo. Anche, però. E non solo. Perché l’acqua che cade dal cielo, scorre lungo i fiumi e da lì inonda le strade, non ha trovato opposizione nemmeno questa volta. Qualcosina, ma roba da poco. Un muretto, due rinforzi, qualche canaletto di sfogo. Niente che potesse impensierire l’onda lunga che si è distesa come un lenzuolo in questa terra di mezzo, tra il mare e la Bassa. E la prevenzione? Ha funzionato. Nel senso che ci si è messi a gridare al lupo al lupo subito, e quasi tutti si sono messi in salvo. Quasi però, ancora mancano all’appello due dispersi a Bagnacavallo, pare saliti sul tetto per salvarsi poco prima di accorgersi che anche il tetto stava crollando.

Maltempo Emilia-Romagna, la spiaggia di Rimini è completamente allagata

Puntuale come il disastro, sono arrivate anche i veleni della politica. Il governo non ha perso un secondo. Non come quando, il maggio scorso, ci mise quaranta giorni a indicare il commissario straordinario per l’alluvione, scegliendo il generale Figliuolo, dopo aver accuratamente evitato di nominare l’allora governatore Stefano Bonaccini, nel timore che poi si sarebbe ricandidato forzando i tempi sul terzo mandato. Furono quaranta giorni persi, su questo, almeno, non ci piove. Eppure, oggi Musumeci, a capo della Protezione civile, viene mandato avanti a chiedere cosa ha fatto la regione, mentre ancora si contano i danni. Lo chiede all’Emilia-Romagna, e non alle Marche, pure loro sott’acqua, guidate dal fratello d’Italia Acquaroli. Del resto qui presto si vota, e perfino la timida candidata del centrodestra Elena Ugolini, benedetta da Cielle e accolta a braccia aperte da Giorgia Meloni, ieri girava con l’ombrello sugli argini dei fiumi più vicini a Bologna chiedendo conto ai governanti.

Quel che pare evidente, è che dal maggio 2023 a oggi ci si sia dati da fare per mettere pezze dove servivano. Anche con qualche risultato. Quel che però appare ancora più evidente è che le pezze non bastino più a tappare i buchi del sempre più friabile territorio.

Servirebbero i famigerati “interventi strutturali”. L’Emilia-Romagna li aveva anche messi in conto, chiedendo finanziamenti ad hoc. «Ci volete rimettere a nuovo anche le bocciofile», sentenziò il viceministro Galeazzo Bignami, marcando stretto Figliuolo. Morale, degli 8,5 miliardi di danni stimati, ne furono erogati solo 3,8. Le pezze, appunto. Aggiustare, rammendare, rimettere in sesto e indennizzare. Questo è stato fatto. Ma per le altrettanto famigerate casse di espansione, da usare come guardie del corpo dei nostri fiumi, nemmeno un euro. Del resto nell’elenco delle erogazioni prodotto ieri dal generale Figliuolo, tutti gli interventi riportati al dettaglio rispondevano alla voce di “somma” e “massima” urgenza. In due parole, il destino scritto nel codice genetico del Paese. Esemplare in reattività quando si tratta di far fronte alle calamità naturali e incapace allo stesso tempo di programmare qualcosa che vada oltre l’orizzonte del proprio naso. O al massimo della prossima scadenza elettorale. Seguiranno polemiche e rancori, almeno per altri due mesi (si vota il 17 e 18 novembre), in cui si potrà giusto capire chi avrà più pelo sullo stomaco degli altri per trasformarsi in sciacallo. Nel frattempo, guarderemo al cielo sperando che non piova troppo, senza nemmeno nutrire grandi speranze. Salvare vite resterà l’obbiettivo più alto e nobile, se non altro. Salvare il territorio dal morbo della fragilità che lo attanaglia, resterà invece un miraggio.

Ci ritroveremo comunque tutti ad agosto sulle spiagge dell’Adriatico pronti ad immergerci nel brodo, consapevoli che lì dentro non c’è un enorme gallina ma solo dei polli. Cioè noi, che del dissesto idrogeologico mediamente ce ne infischiamo, pur pagando ogni volta un prezzo sempre più caro.

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