Ora, dopo la morte di Hassan Nasrallah, ultima di una serie che ha decapitato la cupola di comando di Hezbollah, il grande interrogativo che incombe sul quadrante mediorientale è: che cosa farà l’Iran? Cercare una risposta non è addentrarsi in una selva oscura. Perché il regime degli ayotallah è tutt’altro che ermetico e i segnali non mancano. Anzi. Ma sono contraddittori e finiscono per lambire un terreno molto accidentato: quello del destino della Guida suprema Ali Khamenei.
Una cosa è certa. L’obiettivo che l’Iran ha perseguito in questi anni, quello di un progressivo strangolamento di Israele da parte di una cerchia di alleati guidati, finanziati e armati da Teheran non è stato conseguito. Anzi, si è ritorto contro l’Iran.
Il crollo di Hezbollah, il movimento che Teheran ha nutrito per quarant’anni come punta di diamante della sua campagna contro Israele e che ha subito i colpi più pesanti con la morte in rapida successione di due suoi comandanti militari, le migliaia di colpiti nei ranghi intermedi con la trappola dei cercapersone esplosivi e infine con l’uccisione di Nasrallah, è la prova più vistosa del fallimento di questa strategia.
E Israele lo ha voluto sottolineare pesantemente attaccando la città portuale di Hodeidah, nello Yemen, inviando un segnale anche agli Houti. Come dire che nessuno dei proxies di Teheran può sentirsi tranquillo.
Dunque, i vertici iraniani devono ricalibrare la strategia contro Israele. Ma i segnali che giungono da Teheran sembrano indicare che non c’è accordo su come farlo.
Secondo una ricostruzione del New York Times, che scrive di aver avuto come fonti anche due membri dei Guardiani della Rivoluzione, ovviamente anonimi, si è aperta una faglia tra l’ala dura del regime, che vorrebbe una risposta rapida e forte, e l’ala moderata favorevole a prendere tempo ed evitare comunque una reazione diretta da parte iraniana, per il timore di scatenare una guerra regionale, che l’Iran, con un’economia a pezzi e una società in fermento per la brutalità con cui il governo reprime il dissenso, non può permettersi perché il regime degli ayatollah potrebbe uscirne stritolato.
E in fondo a questa faglia si intravede uno scenario di lotta di potere, che potrebbe toccare anche la questione della successione di Ali Khamenei.
Nell’intervista pubblicata su questo giornale, Gilles Kepel, uno dei maggiori studiosi del quadrante mediorientale e del mondo arabo, sostiene che la morte del presidente Ibrahim Raisi, avvenuta a maggio ufficialmente per un “guasto tecnico” all’elicottero che sorvolava una zona impervia dell’Azerbaigian, potrebbe non essere stata un incidente, bensì il risultato di uno scontro di fazioni.
Khamenei, che dopo l’uccisione di Nasrallah ha convocato una riunione del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale a casa sua per discutere le opzioni di risposta, sembra privilegiare la linea attendista: la rappresaglia contro Israele spetta al cosiddetto “asse della resistenza”, non direttamente all’Iran.
«Tutte le forze della resistenza sono dalla parte di Hezbollah. Sarà Hezbollah, a capo delle forze della resistenza, che determinerà il destino della regione», sono state le parole della Guida suprema. Alle quali ha fatto eco il comandante dei Guardiani della Rivoluzione, il generale Hossein Salami, secondo il quale «spetta a Hezbollah, Hamas e altre milizie palestinesi assestare un colpo a Israele».
Parlando da Teheran con il New York Times, l’ex vicepresidente iraniano Mohammed Ali Abtahi, ha candidamente descritto il fondale di ambiguità in cui sembra muoversi la leadership iraniana, divisa tra duri e moderati. «Il colpo (della morte di Nasrallah, ndr) è stato pesante e non abbiamo una chiara strategia per riprenderci da questo colpo. Andare a una guerra è fuori questione. Ma l’Iran non rinuncerà a sostenere i gruppi militanti della regione, né ridurrà la tensione con l’Occidente. Queste due linee possono andare insieme».
Dall’altra parte della barricata, rispetto alla linea attendista e moderata, di cui si è fatto portavoce ai margini dell’assemblea dell’Onu il presidente Masoud Pezeshkian (dicendo che l’Iran è pronto «a deporre le armi se Israele depone le sue»), ci sono quelli come l’ex candidato alla presidenza Saeed Jalili, che sostengono la necessità di colpire Israele, subito e direttamente, prima che sia Israele a colpire.
Questa linea è stata sorprendentemente sposata dalla tv di Stato, diretta da un sodale di Jalili, secondo la quale Teheran finirà per fare la fine di Bagdad e di Beirut se non colpisce per prima perché «Netanyahu capisce un solo linguaggio, quello dei missili balistici e dei droni».
Quindi, l’Iran non deve più sostenere una guerra per procura contro Israele, ma andare allo scontro diretto più efficace e cruento di quello del 13 aprile, quando l’Iran lanciò una pioggia di 300 droni e missili quasi tutti intercettati dalle difese israeliane con la collaborazione di alcuni Paesi arabi firmatari degli accordi di pace.
Questo scontro così scoperto tra fazioni, provocato da un evento fortemente traumatico come l’uccisione di Nasrallah, sembra essere davvero il lontano preludio a un cambio di regime, come ipotizzava nella sua intervista Kepel.
Proponendo un confronto tra l’Iran di oggi e l’Unione Sovietica della metà degli anni ’80, quando il Kgb si rese conto che al Cremlino, gestito da ottuagenari malati e mummificati dall’ideologia, bisognava cambiare mano. Il problema è che in Iran non si vede all’orizzonte un Gorbaciov. Almeno per ora.