La grande confusione della manovra
di Massimo GianniniSi prova un moto di umana e sincera simpatia, per i gemelli Giorgetti. Il primo Giorgetti, dimesso e sommesso, il giovedì parla a Bloomberg tv e dice “chiederemo sacrifici a tutti, individui, società piccole, medie e grandi, banche e assicurazioni, imprese della difesa e degli armamenti”: e tutti pensiamo va bene, ci tocca, almeno ha detto la verità. Il secondo Giorgetti, padano e ridanciano, la domenica ritratta a Pontida, “sono figlio di un pescatore e di un’operaia tessile, non chiederò sacrifici a chi lavora e produce”: e tutti pensiamo come non detto, lui ci ha ragionato e noi l’abbiamo sfangata. Ora spunta anche il terzo Giorgetti, laconico e criptico, che il venerdì a Milano confonde i già confusi Fratelli d’Italia annunciando “ritocchi alle entrate, tra virgolette a chi se lo merita, ma vedrete che le persone fisiche e le imprese non hanno nulla da temere”: e qui sinceramente non sappiamo più che pensare, se non che a questo punto forse tasseranno gli animali (se escludi “le p…
Si prova un moto di umana e sincera simpatia, per i gemelli Giorgetti. Il primo Giorgetti, dimesso e sommesso, il giovedì parla a Bloomberg tv e dice “chiederemo sacrifici a tutti, individui, società piccole, medie e grandi, banche e assicurazioni, imprese della difesa e degli armamenti”: e tutti pensiamo va bene, ci tocca, almeno ha detto la verità. Il secondo Giorgetti, padano e ridanciano, la domenica ritratta a Pontida, “sono figlio di un pescatore e di un’operaia tessile, non chiederò sacrifici a chi lavora e produce”: e tutti pensiamo come non detto, lui ci ha ragionato e noi l’abbiamo sfangata. Ora spunta anche il terzo Giorgetti, laconico e criptico, che il venerdì a Milano confonde i già confusi Fratelli d’Italia annunciando “ritocchi alle entrate, tra virgolette a chi se lo merita, ma vedrete che le persone fisiche e le imprese non hanno nulla da temere”: e qui sinceramente non sappiamo più che pensare, se non che a questo punto forse tasseranno gli animali (se escludi “le persone fisiche e le imprese” non resta nient’altro) e che quanto a chiarezza tutto sommato non era poi così male nemmeno il Divo Giuli (già ribattezzato il Jacques Derrida di Colle Oppio). Entro il 15 ottobre il governo italiano deve inviare alla Commissione Ue il Documento Programmatico di Bilancio, entro il 20 ottobre deve varare la manovra in Consiglio dei Ministri, e questo è lo stato delle cose: il caos primigenio, l’entropia cosmica. A quanto ammonterà la legge finanziaria? Dove troveranno i 15 miliardi che servono ad avviare il percorso settennale di riduzione del deficit previsto dal nuovo Patto di Stabilità? Come saranno coperti di qui al 2027 il taglio del cuneo fiscale e il primo modulo della riforma Irpef? Ci saranno altre tasse, e se sì chi le pagherà? Si troveranno più risorse per la sanità, e se sì quante saranno? Sarà rivisto l’assegno unico per le famiglie e sbloccata almeno la rivalutazione delle pensioni? Non sappiamo niente, non capiamo niente.
Per sventare l’ennesimo auto-complotto dei Poteri Storti - stavolta ordito addirittura dal suo ministro del Tesoro - Giorgia Meloni ha sparato per videomessaggio la sua supercazzola sviluppista: noi le tasse non le aumentiamo ma le abbassiamo, come sanno bene i lavoratori dipendenti, le mamme lavoratrici, le partite Iva. Le si vorrebbe anche credere, se non fossero quasi tutte balle spaziali. Nel Piano Strutturale di Bilancio firmato da lei c’è scritto che l’anno prossimo la pressione fiscale salirà al 42,8% e che le accise sul gasolio saranno ritoccate al rialzo (con tanti saluti allo spot elettorale del 2019, quando Giorgia davanti a una pompa di benzina prometteva indignata l’abolizione di tutti i balzelli sui carburanti). Di vero, nelle parole della premier, c’è solo la mano tesa agli autonomi, premiati con un’indegna Flat Tax al 15% e una ventina di condoni tombali e parziali. Per il resto, mezze falsità: lo sgravio contributivo per i dipendenti è una conferma degli sconti di Draghi, gli aiuti alle mamme sono stati azzerati dalla mini-stangata Iva su latte in polvere, seggiolini e assorbenti.
La si vorrebbe prendere sul serio anche quando aggiunge che alzare le imposte è un vizio dei governi di sinistra, mentre la “cultura politica della destra” è quella di ridurre le tasse. Che i governi di sinistra abbiano tassato è un fatto, benché il primo Prodi del ’96 introdusse l’Eurotassa per Maastricht e come promesso la restituì ai contribuenti, e il secondo Prodi del 2006 varò un maxi-taglio del cuneo fiscale sui salari da 10 miliardi, più del doppio rispetto allo sconto meloniano. Ma qual è la “cultura politica della destra”? All’ultima assemblea di Confindustria capitalisti all’amatriciana l’hanno salutata come “la nuova Thatcher”. Comprendiamo la sconfortante assenza di alternative, ma pas trop de zèle, direbbe Taillerand. La Lady di Ferro sconfisse il Labour dopo anni, annunciò “non esiste la società ma solo i singoli individui”, liquidò i sindacati con un “basta birra e panini al 10 di Downing Street”, smontò il Welfare, scelse i miners di Arthur Scargill come simbolo di una vertenza-pilota che avrebbe riscritto all’insegna dell’iper-liberismo il paradigma socio-economico inglese: molto in peggio, ma cambiò per sempre la storia della Gran Bretagna, dell’Europa e dell’Occidente (mentre Reagan negli Stati Uniti faceva la stessa cosa, massacrando i controllori di volo e “affamando lo Stato-Bestia”).
Cos’ha fatto di così “rivoluzionario”, l’Underdog della Garbatella, in questi due anni? Al posto dei minatori ha preferito i balneari, per lisciargli il pelo. Al posto della dottrina monetarista della Scuola di Chicago ha cavalcato la deriva sovranista del Patto di Visegrad. Invece degli individui ha rifondato le corporazioni, comprandosele a colpi di bonus. Invece della famosa curva di Laffer ha seguito la via maestra di Arcore. Anche lei evoca il Bengodi fiscale: proprio come il Cavaliere, che spacciando “meno tasse per tutti” vinse le elezioni del 2001 e giurando “aboliremo l’Ici” pareggiò quelle del 2006. Cos’ha prodotto, di così straordinario, la “cultura politica della destra”? In politica, l’occupazione manu militari della Rai e tre pseudo-riforme che rottamano la Costituzione: il premierato che umilia Quirinale e Parlamento, l’autonomia differenziata che sfascia l’unità nazionale, la magistratura che si riduce ad ancella di una politica libera da intercettazioni, abusi d’ufficio, traffici di influenze. In economia, un Pil che cresce di zerovirgola ma resta 20 punti base sotto a Germania e Francia e 15 sotto alla Spagna, una produzione industriale negativa da 19 mesi, un buon aumento del tasso di occupazione al quale corrisponde tuttavia un pessimo decremento delle ore lavorate.
Nessuno ha la bacchetta magica. Anche “quelli che c’erano prima” hanno combinato poco (i governi rossi, rosso-azzurri, giallo-verdi, giallo-rossi) o meno di quello che avrebbero dovuto (il governo tecnico). Ma i patrioti la smettano di raccontare un’Italia che non c’è, e di vendere un paradiso che non ci può essere. La sanità è allo stremo, con 4,5 milioni di cittadini che rinunciano alle cure. La previdenza è alla bancarotta, con un crollo demografico che vede 7,3 milioni di under 15 di fronte a 14,1 milioni di over 65. Non c’è un euro in cassa, ma la Sorella d’Italia si guarda bene dal fare l’unica cosa che avrebbe senso: aggredire l’evasione, ormai a quota 100 miliardi. L’ingiustizia fiscale regna sovrana e incontrastata. Il lavoro dipendente è tassato fino al 43%, il capitale al 20, la rendita al 12,5. Il principio di progressività, scappato chissà come dalla bocca di Giorgetti, è una pia illusione: nel 1974 a garantirla c’erano 32 scaglioni Irpef, oggi a smantellarla provvedono 3 scaglioni e una tassa piatta cara a Salvini e usata nel mondo solo dalla Russia dell’amico Putin. Il saio fiscale resta totalmente sperequato e cucito sull’esausto ceto medio: in un anno, su 41 milioni di contribuenti Irpef, 10 milioni non pagano un solo euro, mentre solo 48.212 pagano più di 300 mila euro. Per il resto, 17 milioni pagano fino a 15 mila euro e altri 10 milioni pagano tra 15 e 55 mila euro, sopportando quasi il 60% del gettito totale.
Stanno facendo qualcosa per riscrivere il Patto fiscale ormai stracciato, la Sciamana Meloni e l’enigmatico Giorgetti, il feroce Salvini e il pio Tajani? Non risulta. Si naviga a vista, in attesa che dal mare magnum della contabilità nazionale spunti qualche “tesoretto” col quale fare un altro po’ di spesa in deficit. Si scantona qua e là, tra una finta patrimoniale e un altro calcio alla lattina: cos’altro sono, rispettivamente, l’aggiornamento delle rendite catastali per chi ha beneficiato del Superbonus 110% e il rinvio al 2027 delle riforme della concorrenza collegate al Pnrr? Ma non disperiamo. Ci salveranno Larry Fink e Elon Musk, turbo-capitalisti della finanza mondiale e digitale, un tempo odiata perché giudo-pluto-massonica, oggi amata dalla premier post-missina. Aspettiamo solo che al nostro capezzale arrivi pure quel demonio di George Soros: quattro anni fa Giorgia lo chiamava “il Grande Usuraio”, ma adesso che Israele spara ai nostri soldati, anche i suoi soldi ci farebbero un gran comodo.