Il Nobel per la Letteratura assegnato ad Han Kang, oltre a premiare una scrittrice molto brava, è la dimostrazione di come (in Asia) la Corea del Sud stia investendo con successo sul presente della propria cultura. È ciò che (in Europa) l’Italia non riesce a fare da molto tempo a questa parte, fino a giungere, adesso, a una stasi clamorosa.
Per la Corea basti pensare a Parasite, vincitore dell’Oscar come miglior film nel 2020 (prima volta nella storia dell’Academy), a serie come Squid Game, a fenomeni ormai globali come il k-pop. Da quelle parti si punta sul presente, e si sogna il futuro.
Da noi si litiga su morti che sembrano più vivi di chi gli tira la giacchetta. Ciò che prima scricchiolava, ora è crollato. Fallire peggio. Ci accapigliamo per esempio non sui nostri artisti contemporanei (sarebbe bellissimo) ma su una mostra sui futuristi che Marinetti avrebbe raso al suolo. “Il chiaro di luna” che le avanguardie volevano uccidere (la retorica e il sentimentalismo ottocenteschi, …
Il Nobel per la Letteratura assegnato ad Han Kang, oltre a premiare una scrittrice molto brava, è la dimostrazione di come (in Asia) la Corea del Sud stia investendo con successo sul presente della propria cultura. È ciò che (in Europa) l’Italia non riesce a fare da molto tempo a questa parte, fino a giungere, adesso, a una stasi clamorosa.
Per la Corea basti pensare a Parasite, vincitore dell’Oscar come miglior film nel 2020 (prima volta nella storia dell’Academy), a serie come Squid Game, a fenomeni ormai globali come il k-pop. Da quelle parti si punta sul presente, e si sogna il futuro.
Da noi si litiga su morti che sembrano più vivi di chi gli tira la giacchetta. Ciò che prima scricchiolava, ora è crollato. Fallire peggio. Ci accapigliamo per esempio non sui nostri artisti contemporanei (sarebbe bellissimo) ma su una mostra sui futuristi che Marinetti avrebbe raso al suolo. “Il chiaro di luna” che le avanguardie volevano uccidere (la retorica e il sentimentalismo ottocenteschi, avvinghiati su un Italia che scopriva il motore a scoppio) si rispecchia, oggi, nel Novecento immaginario che rileggiamo in modo inesausto e senile, mettendo persino la provocazione al servizio dell’olografia. Tutto, pur di non affrontare la vita.
Se i governi precedenti non avevano brillato per audacia, l’attuale sembra chiudere in faccia al presente un portone chiodato. Pasolini e Gramsci un po’ di destra? Prezzolini spostato a sinistra? Dante a Predappio? Ci siamo ubriacati di qualunque stupidaggine (ideologica e filologica) pur di non guardare avanti.
L’idea di base è ben riassunta dal combattimento in cui Mark Zuckerberg e Elon Musk si sarebbero dovuti misurare vestiti da gladiatori al Colosseo. L’ipotesi, che ogni fiero patriota avrebbe rigettato, trovò a suo tempo l’attuale esecutivo genuflesso. (Qui siamo alla rilettura di una certa tradizione cortigiana, con le scuse a Baldassarre Castiglione).
L’evento fu cancellato dagli sfidanti (troppo impegnati a conquistare il mondo) ma resta, per adesso, l’immagine più nitida di cui l’attuale potere italota crede che il Paese debba dare di sé: un parco a tema in cui Virgilio e Dante e Petrarca e Leonardo e Galileo suggeritore di Colombo e Fermi e Marconi e Gramsci e Pasolini (un male-only club) si tengono per mano prima di fare un inchino ai ricchi turisti americani e cinesi (nonché russi, quando la tempesta si placherà) che ci entrano a strisciare le loro carte di credito e ad acquistare immobili. Il sovranismo della svendita.
Certo ogni tanto qualcuno da fuori ci ricorda che un presente ce l’abbiamo. Il New York Times elegge L’amica geniale di Elena Ferrante romanzo più importante di questo quarto di secolo? Il Guardian indica Lazzaro felice di Alice Rohrwacher tra i migliori film in assoluto degli ultimi vent’anni? Ce ne accorgiamo a malapena, siamo troppo impegnati a capire (questo è Joyce) come fare a mantenerci esibendo il cadavere della nonna.
Adesso la Buchmesse di Francoforte, la più importante fiera editoriale al mondo, ci offre la grande opportunità di essere paese ospite. Noi ci arriviamo sbalestrati, tra infinite polemiche, dopo aver fatto fuori il commissario che avrebbe dovuto occuparsene operativamente, il ministro che avrebbe dovuto supervisionare il vecchio e quindi il nuovo commissario, con le associazioni di categoria (editori, librai, bibliotecari) profondamente deluse da un governo che (si legge nella recente lettera inviata al neoministro Giuli) è riuscito nell’impresa di far perdere al comparto cento milioni di euro.
A proposito di Alessandro Giuli. Non sono tra quelli che lo hanno deriso per il discorso alle commissioni Cultura di Camera e Senato. Poteva dirla in modo più semplice, ma se si guarda al succo della prolusione ci sono spunti interessanti. Ad esempio, la constatazione che l’egemonia culturale (perlomeno in salsa sangiulianesca) era una fesseria. E la necessità, appunto, di guardare al futuro.
Dopo due anni di governo il ministero della Cultura però sembra un covo di vipere annegato nel ridicolo. Difficile uscirne. L’IA generativa (come in Blade Runner) deposita un unicorno di carta davanti ai nostri usci ma noi anneghiamo in un sogno dentro un sogno di settant’anni fa.