Il lato giuridico del conflitto fra una parte della magistratura e il governo consiste nel fatto che nemmeno due settimane fa la Corte europea di giustizia, interpretando una direttiva Ue vecchia di undici anni sulle richieste di asilo, ha previsto che il Paese di rimpatrio sia “sicuro” in ogni sua parte. Poiché le sentenze della Corte di Giustizia europea sono vincolanti per l’ordinamento italiano, il Tribunale di Roma ha applicato questo schema al caso concreto — dodici migranti da rimandare, dopo un soggiorno lampo in Albania, verso l’Egitto e il Bangladesh, palesemente non idonei — . Da qui la corsa del governo a un decreto che stabilisca meno severamente quali siano i Paesi sicuri, perché in quanto fonte primaria si tratterebbe di un atto inattaccabile dal diritto comunitario. Ipotesi tutt’altro che certa, peraltro. Ma l’aspetto giuridico della vicenda è stato immediatamente scavalcato politicamente. Il governo ha impostato la questione nei termini, cari alla destra fino dai temp…
Il lato giuridico del conflitto fra una parte della magistratura e il governo consiste nel fatto che nemmeno due settimane fa la Corte europea di giustizia, interpretando una direttiva Ue vecchia di undici anni sulle richieste di asilo, ha previsto che il Paese di rimpatrio sia “sicuro” in ogni sua parte. Poiché le sentenze della Corte di Giustizia europea sono vincolanti per l’ordinamento italiano, il Tribunale di Roma ha applicato questo schema al caso concreto — dodici migranti da rimandare, dopo un soggiorno lampo in Albania, verso l’Egitto e il Bangladesh, palesemente non idonei — . Da qui la corsa del governo a un decreto che stabilisca meno severamente quali siano i Paesi sicuri, perché in quanto fonte primaria si tratterebbe di un atto inattaccabile dal diritto comunitario. Ipotesi tutt’altro che certa, peraltro. Ma l’aspetto giuridico della vicenda è stato immediatamente scavalcato politicamente. Il governo ha impostato la questione nei termini, cari alla destra fino dai tempi di Berlusconi, dell’invasione di campo da parte delle “toghe rosse” (un giudice romano è effettivamente di Magistratura democratica). L’argomentazione principale al riguardo, anche questa non nuova, è che in democrazia la volontà del popolo sovrano è decisiva e non deve trovare ostacoli. Dal che deriva una radicale semplificazione dell’ordinamento e degli equilibri costituzionali: chi vince la prova elettorale è il dominus della politica tutta intera, senza riguardo a equilibri dei poteri e a procedure istituzionali. Questa riduzione alle sole elezioni configura una democrazia plebiscitaria, una sorta di assolutismo popolare che si rovescia in una investitura plenaria del vertice politico che rappresenta il popolo e che può spazzare via ogni ostacolo frapposto alla sua volontà sovrana (l’elezione diretta del premier è il coronamento di questa logica). Ciò determina il superamento della complessa e bilanciata macchina politica liberaldemocratica prevista dalla Costituzione, secondo la quale nessun potere dello Stato ha in sé la pienezza della sovranità popolare.
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Ma c’è di più. Il conflitto non è in questo caso fra parlamento e governo, quello temuto dai costituenti che in via ordinaria avevano previsto la formazione delle leggi appunto nelle due Camere, e avevano rivestito di cautele le deroghe a favore dell’esecutivo: siamo ormai assuefatti allo spostamento del potere legislativo, diretto o indiretto, nelle mani governative, e verso la Ue. Il conflitto ora è fra un governo dai molti poteri e l’ordine giudiziario, e quindi intacca qualcosa di più profondo della democrazia: lo Stato di diritto. L’idea governativa che si debba limitare politicamente l’indipendenza della magistratura lede uno degli acquisti decisivi della modernità: la garanzia di imparzialità nell’applicazione della legge, della sua oggettività, prevedibilità, universalità. Se non c’è “un giudice a Berlino”, allora si aprono le strade dell’arbitrio — un tempo del sovrano assoluto, oggi del partito vittorioso — . Si dirà che, se non deve essere l’ancella che agevola il lavoro del governo, la magistratura non deve neppure essergli pregiudizialmente ostile, e in generale non deve svolgere attività direttamente politica. Ma se ciò accade, la risposta del governo — in particolare di un esecutivo solido come questo — non deve essere tanto di contrapposizione frontale, di guerra, quanto di de-escalation. E invece la prontezza della reazione iper-polemica fa pensare che la disavventura albanese del governo venga utilizzata per un’operazione politica improvvisata nell’emergenza di uno smacco di grande rilievo o, secondo i più maliziosi, perfino premeditata (com’è possibile che i consiglieri giuridici di Palazzo Chigi si siano fatti sorprendere in questo modo?); cioè per una nuova spallata all’equilibrio costituzionale, per una campagna di nazional-populismo plebiscitario, a due anni dall’insediamento del primo governo di destra dell’età repubblicana. E in effetti questa è per Meloni un’occasione d’oro, un pasticciaccio brutto, pieno di ingredienti pesanti e indigesti, ma molto gustoso per quella parte maggioritaria del Paese che la vota: ci sono i migranti da respingere, il governo operoso intralciato dalle toghe di sinistra, sullo sfondo c’è l’Europa matrigna, e ci sono i traditori che sostengono la superiorità del diritto europeo su quello nazionale. Ce n’è abbastanza per scatenare la rabbia di mezza Italia. E questo è il risultato più probabile, e più drammatico, dell’intera vicenda: che siamo davanti a un nuovo passo nella decostruzione della Costituzione, verso la sostituzione dell’ordinato vivere civile con una furiosa contrapposizione che coinvolge pezzi delle istituzioni e spacca verticalmente il Paese. Un disegno di democrazia selvaggia, caotica e autoritaria al contempo. Che sia Trump, con la sua insofferenza per le regole, il modello-fantasma della destra italiana?