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Caso Giuli-Spano, la politica al tempo delle chat

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Basta un messaggio e ti cade un capo di gabinetto. E se puoi fare lo screenshot e minacciare di diffonderlo ti viene giù persino un ministro della Repubblica
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Un messaggino, e via. Come diceva Gorgia, il sofista di Leontini? La parola è «una grande sovrana, che con un corpo piccolissimo e del tutto invisibile compie opere assolutamente divine». Sul corpo piccolissimo ci aveva preso, ma che siano divine le opere che compie non direi. E neppure invisibili, dal momento che queste benedette chat private — i gruppi, i canali, le community — finiscono dappertutto e sono viste ovunque.

Ma Gorgia non aveva whatsapp. Faceva grandi discorsi, e scriveva l’encomio di Elena per discolpare la moglie di Menelao dall’accusa di aver fatto cadere Troia; oggi, invece, basta un messaggio in chat e ti cade un capo di gabinetto, e se puoi fare lo screenshot e minacciare di diffonderlo ti viene giù persino un ministro della Repubblica.

È la politica al tempo della disintermediazione. Che vuol dire: niente uffici politici, riunioni fiume al partito o colloqui al vertice, niente capigruppo o probiviri: niente di niente. Il coordinatore di Fratelli d’Italia d…

Un messaggino, e via. Come diceva Gorgia, il sofista di Leontini? La parola è «una grande sovrana, che con un corpo piccolissimo e del tutto invisibile compie opere assolutamente divine». Sul corpo piccolissimo ci aveva preso, ma che siano divine le opere che compie non direi. E neppure invisibili, dal momento che queste benedette chat private — i gruppi, i canali, le community — finiscono dappertutto e sono viste ovunque.

Ma Gorgia non aveva whatsapp. Faceva grandi discorsi, e scriveva l’encomio di Elena per discolpare la moglie di Menelao dall’accusa di aver fatto cadere Troia; oggi, invece, basta un messaggio in chat e ti cade un capo di gabinetto, e se puoi fare lo screenshot e minacciare di diffonderlo ti viene giù persino un ministro della Repubblica.

È la politica al tempo della disintermediazione. Che vuol dire: niente uffici politici, riunioni fiume al partito o colloqui al vertice, niente capigruppo o probiviri: niente di niente. Il coordinatore di Fratelli d’Italia del IX municipio di Roma, Fabrizio Busnengo, scrive in chat che Francesco Spano è un pederasta — lo scrive dando il buongiorno a duecento tra militanti e dirigenti del partito — e tempo qualche ora il capo di gabinetto del ministro Giuli si dimette.

La chat del primo partito d’Italia ha la sua brava netiquette — le sue regole di comportamento, il suo codice di condotta — e così Busnengo viene a sua volta espulso, a tambur battente.

È vero quanto ha dichiarato per giustificarsi: «Riportavo il sentiment della base». Il quale sentiment, anche se in inglese, non è meno omofobo, ovviamente. Ma è vero pure che proprio questo può accadere, che senza troppe mediazioni — se non quella di un Busnengo qualunque — la vox populi arrivi nelle stanze di via del Collegio Romano, o di Palazzo Chigi.

Bernard Manin chiamava democrazia del pubblico quel regime rappresentativo in cui leader e opinione pubblica stanno ormai in connessione diretta e senza mediazione. Che è, a ben vedere, il motivo per cui non saltano solo i capi di gabinetto, ma pure le conferenze stampa della presidente del Consiglio.

A un simile regime, l’egemonia delle chat imprime una forte accelerazione, neanche fosse il plebiscito di tutti i giorni della Nazione, come diceva Ernest Renan. La differenza non piccola è che in chat può forse nascondersi qualche infame — qualcuno, cioè, che spiffera e diffonde — ma resta uno spazio differenziato, chiuso.

È come se la sfera pubblica di Manin fosse stata segmentata, divisa e targetizzata, come se fosse stata tirata una linea, che non divide più l’alto e il basso — l’alto, cioè la classe dirigente, si esprime infatti come il basso, e il basso si fa sentire subito e senza filtri in alto: dopo tutto, si tratta di un effetto non secondario della democratizzazione, il che spiega la frequenza con cui il significante “popolo” viene adoperato oggi, senza limiti o condizioni — ma una linea che taglia e divide in verticale la vecchia volontà generale, dividendola per tipi di pubblico, per follower e fanbase.

Con il trasloco di una buona fetta del discorso politico e sociale sui social un simile esito è forse inevitabile (anche se il messaggio di Busnengo era evitabilissimo). Non viene meno, però, la necessità di salvaguardare due caratteristiche fondamentali dei sistemi democratici: l’apertura e l’articolazione.

In un messaggio buttato lì in fretta, senza troppo riguardo per le conseguenze, non si possono trovare né una cosa né l’altra. C’è il sentiment, d’accordo, ed è genuino, ma anche le emozioni hanno un contenuto cognitivo. Ebbene: qual era siffatto contenuto, nel caso dell’infelice pederasta di Fabrizio Busnengo?

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