Se Genova “è un po’ una replica del mondo, una specie di modellino ristretto”, come diceva il poeta Edoardo Sanguineti, la Liguria si è dimostrata un modellino ristretto del solito centrosinistra: con la sua rissosità, le sue liti, le indecisioni, gli avanti e indietro, le polemiche inutili. Tutto si è visto in una elezione che, sulla carta, sarebbe dovuta essere senza storia, un gol a porta vuota come si diceva nel campo progressista sognando il giorno della riscossa. Del resto cos’altro doveva fare la destra per perdere, con il presidente della Regione agli arresti domiciliari per mesi, le influenze della mafia sugli affari cittadini, le accuse di voto di scambio, i finanziamenti illeciti, la corruzione? Invece la vittoria di Marco Bucci, seppure per una manciata di voti e offuscata da un’astensione record del 54 per cento, si abbatte sul centrosinistra con la forza di verdetto inaspettato e garantisce una boccata d’ossigeno alla coalizione di governo. Una beffa considerando oltretutto che il Pd ha ottenuto un record di più del 28 per cento, ovvero sei-sette punti sopra i sondaggi nazionali.
Nella notte ligure alcuni dati illuminano la scena. Il primo è la forza del candidato del centrodestra, che ha saputo allontanarsi con scaltrezza dall’ingombrante presenza dell’ex presidente Toti. Bucci, per gli elettori, è ancora l’uomo del Ponte, l’uomo del fare, in una regione dove si parla da decenni di infrastrutture senza mai realizzarle. Il paradosso è che Bucci perde proprio a Genova, nella città che ha amministrato per quasi due mandati, segno che i suoi concittadini non sono altrettanto entusiasti del governo comunale. Il successo di Bucci è poi la vittoria personale di Giorgia Meloni, che lo ha imposto contro altre candidature di partito, accogliendo il suggerimento di una vecchia volpe come Claudio Scajola. Meloni tuttavia ha poco da festeggiare, visto che la lista di Fratelli d’Italia sprofonda sotto il 15 per cento, lasciando sul campo dieci punti rispetto alle Politiche e dodici in confronto alle Europee. Voti che sono andati a rafforzare il centro della coalizione, dalle due civiche di Bucci a Forza Italia. È il segno che il voto a Fratelli d’Italia è mobile, l’elettore resta nel centrodestra ma non è “patriota” per forza se l’offerta non lo convince.
Elezioni Liguria, la conferenza stampa di Marco Bucci - la diretta
Naturalmente la lezione più forte e più amara è nel campo del centrosinistra, che si visto sfuggire per ottomila voti un risultato che pensava già in cassaforte. Una doccia fredda su cui, da ieri sera, è partito il rosario delle accuse reciproche. Se Italia Viva fosse stata in coalizione quegli ottomila voti sarebbero andati a Orlando anziché a Bucci? La domanda è legittima e la risposta probabilmente è positiva. Ma forse il danno più grande che i Cinque Stelle hanno prodotto è stato quello di dare l’idea di una coalizione rissosa, concentrata sulle proprie beghe interne e non sui problemi delle persone in carne e ossa. Incistata su un quesito del paleolitico — Renzi sì/Renzi no — in una regione in cui Italia Viva ha comunque preso alle Europee quasi il triplo dei voti che hanno fatto perdere ieri Orlando. È una crisi di credibilità quella che ha colpito il campo largo, nonostante il cammino importante che è stato compiuto e che ha portato a ridurre a 1,3 punti la differenza con un avversario che, alle scorse regionali (Toti vs Sansa), aveva vinto con un distacco del 17 per cento. Il problema allora non è soltanto il partito di Conte, precipitato sotto il 5 per cento ed effettivamente, come si augurava alla vigilia il fondatore Beppe Grillo, “evaporato”. Il tema sul tavolo è quello dell’assetto della coalizione che, se vuole essere competitiva, non può essere ogni volta à la carte. Non si può aprire, a ogni elezione, il mercato del tu sì-tu no, regalando al centrodestra un vantaggio competitivo enorme. Il campo progressista deve avere l’ambizione di darsi un perimetro stabile, pena la condanna alla sconfitta ripetuta. Se la Liguria è la “terra del mugugno”, come scrive lo spezzino Dario Vergassola, e può essere particolarmente esigente e severa con chi litiga, sarebbe meglio non sfidare sullo stesso terreno gli elettori delle altre regioni.