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Giochi a incastro per la Consulta

Roma, 4 novembre: Augusto Barbera (a destra) con Meloni, La Russa e Fontana (agf)

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Ecco la proposta di una trattativa fra centrodestra e centrosinistra. Vale a dire soprattutto fra Meloni e Schlein
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L’idea di trovare in Parlamento un accordo generale, quindi trasversale, per eleggere quattro giudici della Corte Costituzionale è di ovvio buonsenso; il che nell’Italia di oggi rischia d’essere una garanzia di insuccesso. Ma un’altra strada al momento non s’intravede.

In sintesi la situazione è la seguente. Tra poche settimane, in dicembre, arriva a scadenza il mandato di tre giudici di nomina parlamentare, tra cui il presidente in carica Augusto Barbera. Un quarto giudice, anch’egli espresso dalle Camere riunite, è scaduto da circa un anno, ma gli sforzi per dargli un successore sono via via falliti. Logico immaginare che sia più facile, sulla carta, trovare un accordo per quattro anziché per uno.

In primo luogo, c’è un limite oltre il quale la Consulta si paralizza. Può lavorare senza un singolo giudice, come ha fatto in questi mesi, ma quattro (su un plenum di quindici) sono troppi.

Allora, ecco la proposta di una trattativa fra centrodestra e centrosinistra, vale a dire sopr…

L’idea di trovare in Parlamento un accordo generale, quindi trasversale, per eleggere quattro giudici della Corte Costituzionale è di ovvio buonsenso; il che nell’Italia di oggi rischia d’essere una garanzia di insuccesso. Ma un’altra strada al momento non s’intravede.

In sintesi la situazione è la seguente. Tra poche settimane, in dicembre, arriva a scadenza il mandato di tre giudici di nomina parlamentare, tra cui il presidente in carica Augusto Barbera. Un quarto giudice, anch’egli espresso dalle Camere riunite, è scaduto da circa un anno, ma gli sforzi per dargli un successore sono via via falliti. Logico immaginare che sia più facile, sulla carta, trovare un accordo per quattro anziché per uno.

In primo luogo, c’è un limite oltre il quale la Consulta si paralizza. Può lavorare senza un singolo giudice, come ha fatto in questi mesi, ma quattro (su un plenum di quindici) sono troppi.

Allora, ecco la proposta di una trattativa fra centrodestra e centrosinistra, vale a dire soprattutto fra Giorgia Meloni e Elly Schlein. L’iniziativa della leader del Pd è stata infine raccolta dalla presidente del Consiglio (Carlo Calenda rivendica una primogenitura che pochi hanno voglia di riconoscergli, e nemmeno di questo c’è da stupirsi).

In ogni caso sarebbe in sé un segnale positivo, una tregua istituzionale nell’atmosfera rissosa — da campagna elettorale permanente — che è tipica dell’attuale stagione politica. Inutile dire che il presidente della Repubblica è del tutto favorevole a un simile scenario, come a ogni ipotesi utile a garantire il buon funzionamento delle istituzioni. E anche, come è logico, a migliorare la convivenza fra le diverse forze rappresentate in Parlamento.

Lo schema, ormai è noto, prevede due giudici espressi dall’area politico-culturale della maggioranza; uno dalle opposizioni e infine uno di natura “tecnica”, ossia neutro rispetto ai partiti.

Qui cominciano i problemi. C’è chi fa osservare che si rischia di codificare una sorta di appartenenza politica dei giudici, certificata dalla scelta del “tecnico”: come dire, se uno è qualificato neutro, vuol dire che gli altri non lo sono.

È evidente che anche in passato sono esistite le aree politiche, specie tra gli eletti dal Parlamento (in tutto cinque su quindici). Nessuno si è mai scandalizzato perché nemmeno i membri della Consulta sono angeli caduti dal cielo. Semmai da destra ci si è lamentati, a torto o a ragione, di una prevalenza del centrosinistra nel corso degli anni; il che contribuisce a spiegare come la premier sia molto attenta al riequilibrio.

Uno dei due giudici attribuiti al centrodestra sarà con ogni probabilità Marini, il consigliere giuridico di Meloni, che finora non ha ottenuto i voti necessari. L’altro sarà questione di Lega e Forza Italia, ma non è difficile immaginare che sarà promosso da Salvini, magari sullo sfondo di un’intesa con Tajani. Non dimentichiamo che la grande trattativa sulla Consulta comprende di fatto una trattativa minore sulla Rai: il nesso è negato, ma è concreto.

Il giudice dell’opposizione sarà scelto da Elly Schlein e già si fa il nome di Andrea Pertici, professore a Pisa. Non è illegittimo, peraltro, che l’area cosiddetta riformista nutra il desiderio di vedersi rappresentata con un nome di prestigio, ad esempio Stefano Ceccanti. Tuttavia sarebbe un evento abbastanza straordinario l’apertura a tale ipotesi da parte del vertice del Pd.

Da ultimo, il tecnico. A Conte non piace Roberto Garofoli, magistrato e già collaboratore di Draghi. Come dire che i 5S vorrebbero “battezzare” loro un tecnico amico. E qui si ripropone il nesso invisibile con la Rai.

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