L’irruzione via X di Elon Musk nella polemica italiana sul trasferimento dei migranti in Albania porta nel cuore dell’Europa il metodo di operare del team di Donald Trump, lasciando intendere come la battaglia sull’immigrazione è destinata a diventare un terreno sul quale la nuova amministrazione Usa misurerà le alleanze.
Riferendosi alle sentenze che impediscono il trasferimento di migranti nei centri italiani costruiti in Albania, Musk scrive “questi giudici devono andarsene” con un’ingerenza pensata, voluta e gridata nella vita politica di un Paese alleato al fine di sostenere le scelte della premier Giorgia Meloni in maniera analoga a quanto fatto con Trump nella campagna presidenziale appena vinta: giudizi politici affilati sommati all’impatto di un social network con 204 milioni di iscritti. I democratici di Kamala Harris hanno imparato a loro spese il costo di sottovalutare l’efficacia della sovrapposizione fra aggressività politica e impatto dei social. Se Musk ripropone tale…
L’irruzione via X di Elon Musk nella polemica italiana sul trasferimento dei migranti in Albania porta nel cuore dell’Europa il metodo di operare del team di Donald Trump, lasciando intendere come la battaglia sull’immigrazione è destinata a diventare un terreno sul quale la nuova amministrazione Usa misurerà le alleanze.
Riferendosi alle sentenze che impediscono il trasferimento di migranti nei centri italiani costruiti in Albania, Musk scrive “questi giudici devono andarsene” con un’ingerenza pensata, voluta e gridata nella vita politica di un Paese alleato al fine di sostenere le scelte della premier Giorgia Meloni in maniera analoga a quanto fatto con Trump nella campagna presidenziale appena vinta: giudizi politici affilati sommati all’impatto di un social network con 204 milioni di iscritti. I democratici di Kamala Harris hanno imparato a loro spese il costo di sottovalutare l’efficacia della sovrapposizione fra aggressività politica e impatto dei social. Se Musk ripropone tale approccio sul teatro europeo è perché la lotta all’immigrazione illegale è il primo e fondamentale tassello del movimento politico di Trump, che segnerà il debutto dell’amministrazione e diventerà il terreno di incontro — o di scontro — con partner ed alleati.
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Si tratta infatti di un movimento portatore di una carica rivoluzionaria sul tema dei migranti perché la “lotta all’illegalità” e la volontà di rimpatriare “11 milioni di migranti illegali” ricorrendo anche alle forze di sicurezza vuole garantire “protezione” al ceto medio, soprattutto a coloro che vivono nelle aree più degradate e povere, dove in genere sono i democratici a mietere consensi. Per questo attorno a Musk ruota il progetto di Trump della creazione di un Dipartimento per l’efficienza del governo che va dall’eliminazione di ministeri “superati” — come l’Educazione destinato ad essere incluso nel Lavoro — alla raccolta di trilioni di finanziamenti grazie alle criptovalute fino allo spostamento fuori Washington di centomila dipendenti federali per smantellare una burocrazia considerata ostile. Per Trump il rimpatrio degli illegali è dunque il primo e fondamentale motore di una trasformazione del governo federale: per questo lo ha affidato allo “zar dei confini” Tom Homan, sostenitore dell’espulsione di massa e di sigillare le frontiere, ed a Stephen Miller, il nuovo vicecapo di gabinetto della Casa Bianca, secondo il quale si potrà arrivare a “un milione di rimpatri ogni 12 mesi” polverizzando il precedente di Eisenhower che con l’”Operazione Wetbacks” riuscì a metà degli anni Cinquanta a rimandare in Messico 1,5 milioni di clandestini.
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Per comprendere il valore che tutto ciò ha per Trump bisogna partire dal fatto che l’intesa con Musk assomiglia ad una fusione di idee, nasce sulla strategia contro Harris, punta a trasformare i settori più strategici — alta tecnologia, energia, tlc, spazio e funzionamento del governo — e dunque si propone come piattaforma naturale per una convergenza di azione politica con i possibili partner: dal presidente argentino Javier Milei ai conservatori canadesi Pierre Polievre e Melissa Lantsman, dalla Cdu tedesca di Friedrich Merz all’Ungheria di Viktor Orbán. A questo disegno di rottura rivoluzionaria, tanto sul piano delle politiche interne che dei rapporti internazionali, manca il tassello mediterraneo e Musk, che conosce il nostro Paese, scommette sulla possibilità che Meloni torni a vestire i panni dell’appassionata leader che ospitò Steve Bannon, il primo ideologo del trumpismo, ad Atreju nel 2018 e parlò ai conservatori di Orlando, Florida, nel 2022.
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È il primo test a cui Trump sottopone Meloni, anche se il secondo è già in arrivo: bilanciare uno squilibrio commerciale bilaterale a favore dell’Italia per circa 60 miliardi di dollari, così come nel caso della Germania si tratta di ben 140 miliardi, secondo le stime del team Trump. Ed anche su questo fronte è facile dedurre che l’intenzione del presidente eletto è di ridefinire i rapporti bilaterali proprio come, all’interno della Nato, avverrà chiedendo a tutti i partner di portare la spesa militare fino al 2,5 per cento del pil.
Ecco perché Musk, Hofman e Miller incarnano l’identità più rivoluzionaria del movimento Trump mentre gli altri nomi finora indicati per la sicurezza nazionale rispondono più al profilo dei falchi del “Grand Old Party” repubblicano. A guidare il Dipartimento di Stato sarà Marco Rubio, il senatore della Florida figlio di esuli da Cuba che sfidò Trump nelle primarie del 2016 e si è poi imposto al Congresso come portavoce di un approccio frontale alle autocrazie che sfidano l’America: Cina, Russia, Iran e Venezuela. “Al fine di non ripetere gli errori frutto della debolezza di Obama e Biden che — come afferma — hanno innescato i conflitti in corso”. È un pensiero che lo accomuna a Mike Waltz, il veterano delle forze speciali già volontario in Afghanistan che, come deputato della Florida, è stato fra le voci più determinate del Congresso nell’indicare nella Cina di Xi Jinping il più serio avversario strategico degli Stati Uniti. Elise Stefanik, eletta a New York e designata ambasciatrice all’Onu, è stata invece la protagonista della netta condanna dell’antisemitismo nei campus Usa, denunciando i cedimenti all’intolleranza pro-Hamas da parte dei presidenti dei prestigiosi atenei di Harvard, Mit e Columbia in un’audizione-show al Congresso lo scorso dicembre. Ed è ora prevedibile che Stefanik adopererà altrettanta determinazione al Palazzo di Vetro. Ai conservatori doc appartiene anche Lee Zeldin, designato a guidare l’Agenzia per l’Ambiente (Epa) con il compito di armonizzare la difesa del Pianeta con la crescita dell’economia sulla scia della preannunciata uscita degli Usa dall’Accordo di Parigi.
A coordinare rivoluzionari trumpiani e falchi repubblicani sarà Susie Wiles, fedelissima di Donald sin dal 2016 e regista della vittoria elettorale, destinata a diventare la prima donna capo di gabinetto alla Casa Bianca. Per aiutare Trump a rifondare l’America e innescare cambiamenti radicali nel mondo che già bussano alle nostre porte.