È il tempo della paura. Per le guerre che rumoreggiano ai nostri confini. Per l’apocalisse climatica di cui s’avverte già il sentore. Per il fiume dell’immigrazione che mescola e disperde le nostre antiche identità. Per un’economia dove i pochi s’arricchiscono, mentre i molti vengono ricacciati in una sacca di miseria. E la paura libera un’energia negativa, puramente difensiva, che oscura l’idea stessa della libertà in cambio di maggiore sicurezza, in nome d’un bisogno di protezione, di rassicurazione.
Ma è un fenomeno globale, sospinto dal vento della storia. Guardiamoci attorno, a partire dai quattro Stati più potenti del pianeta. Due di loro (la Cina, la Russia) sono autocrazie, se non vere e proprie dittature. Gli altri due (India e Stati Uniti) si qualificano come democrazie, almeno sulla carta. Tuttavia in India governa da un decennio un premier nazionalista (Narendra Modi), artefice di politiche discriminatorie contro la minoranza musulmana, oltre che d’una stretta sul dissenso e sulla libertà di stampa. Mentre negli Usa ha (ri)vinto Donald Trump, annunciando deportazioni di massa per i clandestini e una museruola per il potere giudiziario.
Non sarà un caso se Trump, al pari di Modi, Putin e Xi Jinping, sia un leader ultrasettantenne. Quando il futuro genera angoscia, allora ti rifugi nel passato, nei vecchi che incarnano il passato. Nemmeno è un caso se la stagione dei diritti — mezzo secolo fa, ma sembra ormai un millennio — venne inaugurata dal più giovane presidente degli Stati Uniti: John F. Kennedy, eletto a 43 anni. Ma quello era un tempo di speranze, d’ottimismo, di fiducia nel progresso. Il tempo che allevò i primi movimenti ambientalisti, pacifisti, femministi. Il tempo delle libertà.
Accadde anche in Italia, quando la Costituzione generò i suoi frutti più maturi, con un ventaglio di riforme che hanno trasformato il nostro vivere civile. L’approvazione della legge elettorale che permise d’introdurre le Regioni, nel 1968. Lo statuto dei lavoratori del 1970. Sempre in quell’anno, la legge che ha permesso di celebrare i referendum. La legge sul divorzio del 1970, confermata da un referendum nel 1974. La grande riforma tributaria del 1973. La riforma del diritto di famiglia, nel 1975. La riforma penitenziaria, ancora nel 1975. La legge del 1977 sulla parità di trattamento fra uomini e donne nel lavoro. L’istituzione del Servizio sanitario nazionale, nel 1978. E nel 1978 anche l’equo canone, per proteggere il vasto popolo degli inquilini, di chi vive in casa d’altri. Infine la legge Basaglia, che nel 1978 chiuse i manicomi.
Ma la Costituzione non è che un pezzo di carta, diceva Calamandrei: «La lascio cadere e non si muove». Affinché si muova, serve un popolo che la sostenga. I diritti vivono sulle gambe degli uomini, non sulle colonne a stampa delle Gazzette ufficiali. E non sono mai per sempre. Ogni generazione deve impadronirsene di nuovo, riconquistarli, giacché altrimenti appassiscono, benché scolpiti in una Carta costituzionale. È la lezione (questa sì, perennemente attuale) dei fascismi: Mussolini non si curò d’abrogare lo Statuto albertino del 1848, pur calpestando una per una le sue garanzie liberali; Hitler lasciò sopravvivere la Costituzione di Weimar del 1919 — madrina dello Stato sociale — mentre il nazismo compiva i suoi misfatti.
Si dirà: ma dopotutto la democrazia è una scheggia della storia: durante la corsa dei millenni i regimi dispotici costituiscono la regola, non l’eccezione. Possiamo rassegnarci a celebrarne i funerali, però in caso contrario bisogna aprire gli occhi. Non si può entrare in polemica con la realtà: «i fatti hanno la testa dura», diceva Lenin. E il dato di fatto consiste in una domanda popolare di maggiore sicurezza, non di maggiore libertà. Che la destra intercetta dettando risposte muscolari (ben rappresentate, alle nostre latitudini, dall’ultimo pacchetto sicurezza). E che la sinistra semplicemente ignora, imbarcandosi in astruse difese dell’ideologia woke o foraggiando l’industria delle armi in nome d’astratti sentimenti di giustizia.
Ma se non si può fabbricare un’altra destra, sarà pur possibile sperare in un’altra sinistra. Che sappia raccogliere le istanze di sicurezza spendendosi in favore della pace, dell’ambiente, della protezione sociale (sanità, scuola, lavoro), senza negare il contrasto all’immigrazione illegale. È un principio di realtà, benché la realtà talvolta sia nemica dei principi.