Avete sentito parlare della proposta di abolire le definizioni "maschio e femmina" per i cavi audio e trovarne una meno sessista? Temete che il bacio del principe a Biancaneve venga censurato perché "non consensuale"? Vi dà fastidio ricevere una mail intestata "Car* amic*"? Vi indigna che negli Stati Uniti abbiano abbattuto la statua di un generale sudista che non avevate mai sentito nominare prima?
Sui giornali e ancor più sui social network il dibattito culturale sembra spesso un susseguirsi di feroci polemiche su questioni marginali, o di mezze bufale mal tradotte proprio per suscitare il "dove andremo a finire" (quello su Biancaneve, per esempio, era solo un articolo provocatorio di un giornale di San Francisco). Tra facezie e scambi di insulti, però, spuntano anche questioni serie, che riguardano la vita della gente: come la definizione di "identità di genere" su cui si è finora arenato il disegno di legge Zan sull'omotransfobia o la discussione, aperta da Repubblica, sull'opportunità di cancellare la parola "razza" dalla Costituzione. Segnali di una trasformazione culturale, ma anche politica e sociale, in corso, e delle forze in campo per dirigerla, assecondarla o contrastarla. Oppure, come vorrebbero gli apocalittici di entrambe le parti, di una culture war, una "guerra culturale" in cui sarebbero in gioco, a seconda dei punti di vista, la sopravvivenza del "potere maschio bianco e patriarcale" o i "valori fondamentali dell'Occidente".
E siccome uno dei campi di battaglia è il linguaggio, abbiamo scelto alcuni termini che cominciano a tracimare anche nel dibattito pubblico italiano; sperando di capire un po' meglio di cosa parliamo quando ne parliamo.
WOKE
Sinonimo tratto dallo slang afroamericano dell'aggettivo awake, "sveglio". Lo slogan Stay woke, nel senso di "stai all'erta, sii consapevole" (dell'oppressione) è stato adottato prima dai movimenti come Black Lives Matter, per poi estendersi alla lotta contro altre forme di discriminazione, come quelle legate all'orientamento sessuale o all'identità di genere. Fino a essere ripreso in senso ironico e denigratorio dalle destre che a tali movimenti si oppongono o da chi li accusa di voler ossessivamente applicare l'"ideologia woke" a minuzie che non lo richiederebbero. In fondo è la stessa parabola seguita dall'espressione "politicamente corretto", in circolo ormai da una trentina d'anni, e oggi usata praticamente solo come accusa. Un esempio autoreferenziale: sul Venerdì di due settimane fa, il regista Denis Villeneuve ha annunciato che nel secondo episodio della saga di fantascienza Dune il personaggio femminile interpretato da Zendaya avrà un ruolo predominante. Tradotta, la frase è circolata sui social internazionali attirandosi la risposta di un utente twitter (per inciso, trumpiano e no vax): "Sounds woke to me, mi sembra una cosa woke".
GENDER
Inglese per "genere", termine che "nel dibattito antropologico e sociologico contemporaneo... ha sostituito il termine sesso per indicare la tipizzazione sociale, culturale e psicologica delle differenze tra maschi e femmine" (dall'Enciclopedia Treccani online). Alla base c'è la consapevolezza che l'identità di genere può corrispondere al sesso biologico (o, come si preferisce dire, "assegnato alla nascita") - e in questo caso si parla di persone cisgender; o coincidere con il sesso opposto (transgender); o assumere altre configurazioni (nonbinary, genderqueer, genderfluid, agender...). A interrogarsi sui ruoli, le relazioni, le identità di genere come costrutti socioculturali e non semplice espressione della presunta "naturalità" del sesso biologico sono appunto i gender studies, filone di studi nato negli anni 60-70 anche sull'onda dei movimenti femministi e Lgbtq+. "Teoria" o "ideologia gender" è invece un termine denigratorio introdotto a partire dai primi anni 2000 in ambienti cattolici, per attribuire a quel campo di studi una presunta agenda politica volta a scardinare l'ordine "naturale" dei rapporti e dei ruoli di genere, l'organizzazione sociale basata sulla famiglia composta da marito, moglie e figli, ecc.
TERF
Acronimo di trans-exclusionary radical feminist (femminista radicale trans-escludente), si riferisce a settori del movimento femminista che si oppongono in varia misura all'inclusione delle donne trans (ad esempio negli spazi riservati alle donne). Usato prevalentemente come insulto, rispecchia una spaccatura nel campo femminista che dà origine a polemiche anche molto violente e reciprocamente delegittimanti.
THEY
In inglese la terza persona plurale del verbo: "essi o esse, loro". Viene usata comunemente come singular they quando non si può o non si vuole precisare il genere del soggetto/oggetto: "Everybody has their opinion", alla lettera: "ognuno ha la loro opinione" (ma non è sgrammaticato come in italiano). Viene sempre più spesso adottato e preteso da persone che non vogliono identificarsi in un genere preciso: caso recente, la cantante Demi Lovato, che si è dichiarata nonbinary e ha chiesto che si parli di lei, appunto, con il singular they.
SCHWA
Nella frase precedente ho dovuto attribuire a Lovato un genere in cui non si riconosce più: un'indelicatezza (o un'offesa) che si chiama deadgendering. Ma è un problema dell'italiano, che come tutte le lingue latine non ha il neutro né il singular they. E in più ha il "maschile sovraesteso": per parlare a una platea mista dirò "Cari tutti" anche se in sala c'è solo un uomo in mezzo a cento donne. Per adottare un linguaggio più inclusivo e rispettoso delle identità non binarie, qualcuno, nelle comunicazioni scritte, ricorre all'asterisco: "car* tutt*". Altr*, tra cui la linguista Vera Gheno e la giornalista Michela Murgia, propongono di adottare lo schwa, simbolo dell'alfabeto fonetico internazionale simile a una "e" minuscola rovesciata, che indica una vocale muta, come le finali del francese o del napoletano. Avrebbe il vantaggio di poter essere (non) pronunciato ("car' tutt'"), ma le stesse proponenti sanno che un cambiamento così epocale dell'italiano parlato non può realizzarsi dall'oggi al domani. Un'altra proposta, usare la u per il plurale generico ("Caru tuttu") non sembra diffusa al di fuori di ambienti ristretti del movimento transfemminista.
CRITICAL RACE THEORY
Corrente di studi giuridici nata nelle università americane, che esamina storia e istituzioni degli Stati Uniti alla luce della persistenza di forme di oppressione razziale. "È un approccio che punta a mettere in luce come il razzismo non sia stato un accidente della storia" spiega Raffaella Baritono, professoressa di Storia e Politica degli Stati Uniti all'Università di Bologna, "ma parte integrante della costruzione della democrazia americana": dalla Costituzione che prevedeva esplicitamente la schiavitù alle leggi sull'immigrazione che concedevano la cittadinanza solo ai bianchi (e ancora ai primi del 900 si discuteva se gli italiani fossero bianchi o no) fino alle discriminazioni sopravvissute alle lotte per i diritti civili degli anni 60. "Riprese da giornali e social, raffinate analisi accademiche diventano oggetto di violenta polemica politica" prosegue Baritono. E così in era Trump la CRT è diventata il bersaglio preferito della destra - e anche di una certa sinistra liberal - che la accusa di minare i valori fondamentali della "più grande democrazia del mondo" e fomentare la discordia tra i cittadini. Diversi Stati conservatori hanno vietato il suo insegnamento nelle scuole.
CANCEL CULTURE
Una delle accuse più frequenti ai movimenti woke (da destra, ma anche dalla sinistra più tradizionale) è quella di puntare alla "cancellazione" dal dibattito pubblico di espressioni verbali, libri, opere d'arte, fatti e personaggi storici, e persino persone in carne e ossa, che non si conformerebbero alla loro ideologia; e di calpestare così diritti fondamentali come la libertà di parola o di stampa. Si va dalle statue di schiavisti abbattute negli Usa alle campagne (a volte riuscite) per chiedere alle aziende il licenziamento di dipendenti che hanno fatto commenti sessisti o razzisti, dalla chiusura dei dipartimenti di studi classici o archeologia in alcune università americane (dovuta però spesso a motivi economici più che ideologici)alla caduta in disgrazia di attori come Kevin Spacey o Louis CK, rei di aggressioni sessuali. Il termine ha avuto parecchio successo anche in Italia, dove c'è chi grida alla cancel culture anche quando un canale americano fa precedere Via col vento da un avviso sui contenuti razzisti del film o quando i comici Pio e Amedeo lamentano di non poter fare battute su "froci e negri" (ma le fanno in prima serata sulla tv nazionale).
IDENTITY POLITICS
La guerra culturale è, naturalmente, anche una guerra per il potere: gruppi rimasti ai margini delle società occidentali prendono la parola e rivendicano i loro spazi usando metodi che possono sembrare sbrigativi e violenti. Non che la controparte ci vada leggera, metaforicamente e no, tra il trumpismo, l'ascesa delle milizie bianche di estrema destra, e le leggi approvate da diversi Stati Usa per limitare il diritto di voto delle fasce più povere della popolazione (e quindi spesso, di neri e altre minoranze). O, per venire all'Italia, con le resistenze sulla concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati o le difficoltà ad approvare una legge contro l'omotransfobia.
Resta, anche tra chi vede con favore il cambiamento, un dubbio sulla identity politics: il rischio cioè che la lotta politica si svolga tra gruppi sempre più parcellizzati, auto-definiti solo sulla base della propria identità (razziale, di genere, di orientamento sessuale) rendendo più difficile una vera alleanza contro le crescenti diseguaglianze sociali. Cosa che alla fine potrebbe essere perfino funzionale al potere economico. E infatti si parla di woke-washing per le imprese che abbracciano volentieri le cause dei movimenti Lgbtq+ o antirazzisti (anche per ampliare la clientela) ma magari impediscono ai lavoratori di iscriversi a un sindacato.
Sul Venerdì del 27 agosto 2021