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Manovra, sfide senza risposta

Roma, 11 novembre: l'incontro a Palazzo Chigi tra governo e sindacati sulla manovra (ansa)

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Servono politiche mirate per i giovani. Dal sostegno alla prima infanzia fino all’ingresso nel mondo del lavoro
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Nella prossima legge di bilancio emerge tra le varie assenze quella di un “percepibile” indirizzo di risposta alle numerose sfide globali che ci accomunano al resto della Ue. Con il fardello, che ci tocca da vicino, di assicurare un percorso di rientro dal debito imposto dal nuovo Patto di Stabilità in costanza di un tasso di crescita appena confermato ben al di sotto dell’1 per cento del Pil.

Le analisi disponibili, tra cui l’ultimo rapporto Draghi, suggeriscono con chiarezza il percorso di ripresa e resilienza, aggiornato rispetto a quanto previsto dal NextGenEu che terminerà alla fine del 2026 e con insidie oggi ancora più globali per i sopraggiunti effetti sistemici provocati dai due conflitti in corso. Servono più tempo, maggiori risorse, riforme serie e un’adeguata azione di governo per rispondere alle complessità geopolitiche ed economiche in atto.

Un’unione di intenti che, a partire da Bruxelles — alle prese con l’impasse tra popolari e socialisti sulla nuova Commissione —…

Nella prossima legge di bilancio emerge tra le varie assenze quella di un “percepibile” indirizzo di risposta alle numerose sfide globali che ci accomunano al resto della Ue. Con il fardello, che ci tocca da vicino, di assicurare un percorso di rientro dal debito imposto dal nuovo Patto di Stabilità in costanza di un tasso di crescita appena confermato ben al di sotto dell’1 per cento del Pil.

Le analisi disponibili, tra cui l’ultimo rapporto Draghi, suggeriscono con chiarezza il percorso di ripresa e resilienza, aggiornato rispetto a quanto previsto dal NextGenEu che terminerà alla fine del 2026 e con insidie oggi ancora più globali per i sopraggiunti effetti sistemici provocati dai due conflitti in corso. Servono più tempo, maggiori risorse, riforme serie e un’adeguata azione di governo per rispondere alle complessità geopolitiche ed economiche in atto.

Un’unione di intenti che, a partire da Bruxelles — alle prese con l’impasse tra popolari e socialisti sulla nuova Commissione — appare lungi dal formarsi per superare l’ingessata governance della Ue (diritto di veto) e per mettere in comune risorse a favore dei “beni pubblici europei” (digitalizzazione, ambiente, difesa).

Il sovranismo e il populismo crescenti che si affermano in varie parti del continente, galvanizzati dalla vittoria di Trump, sono un fattore politico che va nella direzione opposta. Resiste ovunque l’illusione di un consenso per chi promette risposte semplici a problemi complessi.

Tra le politiche necessarie di cui non si ravvisa traccia nelle proiezioni di finanza pubblica trova conferma la sensazione che l’Italia non sia un “Paese per giovani”, come da analisi di Roberto Baldoni nel settore digitale su queste stesse pagine.

Pochi segnali dall’Europa, dunque, ancor meno dall’Italia. Una parte integrante della modernizzazione del nostro Paese passa dalle riforme strutturali richieste — e lungi dall’essere attuate — nel negoziato sul NextGenerationEu (pubblica amministrazione, fisco e giustizia civile). Riforme strutturali perché a beneficio delle future generazioni.

Un patto sui giovani europei, a maggior ragione per i nostri giovani, tra i quali molti in fuga, nei confronti dei quali il rapporto Draghi contiene passaggi significativi. La transizione digitale richiede competenze di alto profilo.

Cloud computing, robotica, intelligenza artificiale, cybersicurezza sono le frontiere su cui misurarsi. La transizione ambientale e il contrasto al cambiamento climatico, inoltre, sono collegati a investimenti in ricerca e sviluppo nel digitale. Le nuove generazioni, tra l’altro, sarebbero più sensibili e consapevoli della necessità di modificare alcuni modelli di crescita in favore di una maggiore sostenibilità.

L’assenza di un segnale di attenzione “generazionale” su queste due transizioni rende più complicato convincere i giovani sul legame tra economia e sicurezza, reso evidente dalle guerre ai nostri confini e che richiede maggiori investimenti nella difesa, tanto più con il cambio di inquilino alla Casa Bianca.

I dati sulla spesa governativa per ricerca e innovazione mostrano che l’Europa da decenni investe poco e in modo disomogeneo, privilegiando il sostegno ai campioni nazionali, spesso in competizione tra loro, piuttosto che supportare la nuova imprenditoria giovanile, reale motore di innovazione.

Nel 2022, la spesa media europea per la ricerca, in rapporto al Pil, era circa la metà di quella degli Usa e un terzo rispetto a Paesi come Corea del Sud e Israele (fonte Eurostat). In questo campo, l’Italia si colloca ben al di sotto della media europea.

Anche il settore universitario non offre un quadro migliore. Secondo le ultime classifiche dei più autorevoli osservatori, il numero di università dell’Ue nelle prime cento posizioni mondiali è in calo, con un quinto degli atenei, nessuno italiano.

Le prime indicazioni riguardo alla manovra economica di quest’anno non offrono segnali di un’inversione di tendenza, addirittura sono possibili tagli significativi alle università, come lamenta la Conferenza dei rettori (Crui). Così come il mondo della scuola in generale.

Andrebbe chiesto uno sforzo maggiore in sede europea con la necessaria credibilità offerta dalla politica nazionale. La Commissione europea dovrebbe incentivare gli Stati a sviluppare politiche mirate lungo l’intera filiera giovanile, dal sostegno alla prima infanzia fino all’ingresso nel mondo del lavoro, e promuovere lo sviluppo di iniziative imprenditoriali giovanili.

Se tali politiche restano frammentate a livello geografico e settoriale, non si crea la scala necessaria per rendere l’Europa protagonista nello sviluppo globale futuro.

Diversamente si preparerebbe per noi un processo di deindustrializzazione accompagnato da un aumento del lavoro precario, poco qualificato e mal retribuito, con il paradosso di un aumento dell’occupazione (non necessariamente giovanile) dovuto anche al calo demografico ma implacabilmente accompagnato dall’aumento della povertà.

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