Giustizia, il fuoco delle parole
di Carlo BoniniNon più tardi di venerdì 15 novembre, le violenze durante le manifestazioni di Torino e le reazioni che ne erano seguite avevano consigliato un richiamo all’igiene delle parole. L’invito a una moratoria nell’uso di un linguaggio politico d’odio.
Lo aveva fatto questo giornale. Ne aveva avvertito l’urgenza il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, alla vigilia e in apertura del sinodo dei vescovi. Se ne era fatto interprete istituzionale il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Ebbene, il risultato è in questo weekend che ci lasciamo alle spalle trasformato dalla destra in un’ennesima e truculenta corrida lessicale.
Aveva cominciato sabato 16 novembre il ministro leghista e padre della legge sull’autonomia Calderoli promettendo di mettere a tacere per sempre le opposizioni sul tema dell’autonomia differenziata, nelle stesse ore in cui quello della giustizia Nordio evocava gli esordi del terrorismo in Italia.
Ha proseguito la segreteria politica della Lega abbandonandosi…
Non più tardi di venerdì 15 novembre, le violenze durante le manifestazioni di Torino e le reazioni che ne erano seguite avevano consigliato un richiamo all’igiene delle parole. L’invito a una moratoria nell’uso di un linguaggio politico d’odio.
Lo aveva fatto questo giornale. Ne aveva avvertito l’urgenza il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, alla vigilia e in apertura del sinodo dei vescovi. Se ne era fatto interprete istituzionale il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Ebbene, il risultato è in questo weekend che ci lasciamo alle spalle trasformato dalla destra in un’ennesima e truculenta corrida lessicale.
Aveva cominciato sabato 16 novembre il ministro leghista e padre della legge sull’autonomia Calderoli promettendo di mettere a tacere per sempre le opposizioni sul tema dell’autonomia differenziata, nelle stesse ore in cui quello della giustizia Nordio evocava gli esordi del terrorismo in Italia.
Ha proseguito la segreteria politica della Lega abbandonandosi a un attacco alla magistratura che è un condensato di disprezzo. Un’invettiva che accomuna chiunque amministri giustizia in un grottesco e monolitico nemico del popolo che «blocca le espulsioni dei clandestini delinquenti» e «libera per errore gli spacciatori».
La logica tribale della politica come sopraffazione, evidentemente, continua a fare premio su qualunque altra considerazione. Nella cinica convinzione che contribuisca a portare qualche dividendo in termini di consenso o persino di identità. Ma quel che è peggio, appare sempre più evidente la tentazione che si annida in questa destra di giocare, nella delicata partita sul presente e il futuro del Paese, la carta della provocazione permanente. Contribuendo a definire un’arena in cui si creino le condizioni che possano giustificare agli occhi del Paese riflessi d’ordine e scorciatoie istituzionali.
Ripetere che c’è una parte del Paese, a sinistra, che dà la caccia ai poliziotti, o che a Palermo si sta celebrando non un processo secondo le regole del diritto nei confronti di un ex ministro dell’Interno accusato di sequestro di persona, ma una vendetta politica, è utile solo a tendere fino al punto di rottura la tenuta delle istituzioni e degli apparati dello Stato. E, insieme, a gonfiare di risentimento e rabbia un’area del dissenso che flirta con la violenza.
È un canovaccio che chi ha vissuto le stagioni più buie della lotta politica in questo Paese purtroppo conosce bene e di cui non ha perso memoria. E, in qualche modo, ne è testimone anche la decisione inedita assunta dal comitato direttivo dell’Associazione nazionale magistrati di fare appello al Csm a tutela dell’indipendenza e autonomia della magistratura contro gli attacchi del governo. Una decisione che cade, per altro, nella settimana in cui il Parlamento sarà chiamato a discutere e votare sulla separazione delle carriere dei magistrati.
Ora, non è necessario essere degli indovini per immaginare che i giorni e le settimane che abbiamo di fronte (il 20 dicembre è attesa la sentenza a Palermo su Salvini) contribuiranno ad alzare ancora di più la temperatura del confronto politico.
Per questo, non è più tempo di ambiguità. Chi deciderà di continuare a perseguire la logica del nemico, utilizzando l’arsenale dell’odio o del discredito, chi continuerà ad agitare il fantasma della lotta armata, si assumerà enormi responsabilità di fronte al Paese. È il momento di fermarsi.