Quella di due giorni fa è stata davvero l’udienza-chiave della lunga vicenda giudiziaria relativa all’assassinio di Giulio Regeni.
Con parole nitide e dettagli circostanziati, due testimoni oculari, suoi compagni di prigionia, hanno raccontato quali fossero le condizioni del ricercatore italiano nelle mani di agenti e ufficiali degli apparati di sicurezza del regime di Al Sisi. Le testimonianze ascoltate nell’aula del tribunale di Roma hanno un inequivocabile sapore di verità e descrivono crudamente le procedure di sottomissione subite da Regeni: i polsi ammanettati e piegati dietro la schiena, lo sfinimento del corpo, la benda sugli occhi. È il sistema della tortura, il meccanismo dell’annientamento, il dispositivo della degradazione del corpo e dell’anima.
Processo Regeni, il video in cui un testimone denuncia: "Ho visto Giulio sfinito dalle torture"
Quella di due giorni fa è stata davvero l’udienza-chiave della lunga vicenda giudiziaria relativa all’assassinio di Giulio Regeni.
Con parole nitide e dettagli circostanziati, due testimoni oculari, suoi compagni di prigionia, hanno raccontato quali fossero le condizioni del ricercatore italiano nelle mani di agenti e ufficiali degli apparati di sicurezza del regime di Al Sisi. Le testimonianze ascoltate nell’aula del tribunale di Roma hanno un inequivocabile sapore di verità e descrivono crudamente le procedure di sottomissione subite da Regeni: i polsi ammanettati e piegati dietro la schiena, lo sfinimento del corpo, la benda sugli occhi. È il sistema della tortura, il meccanismo dell’annientamento, il dispositivo della degradazione del corpo e dell’anima.
Processo Regeni, il video in cui un testimone denuncia: "Ho visto Giulio sfinito dalle torture"
I torturatori insistono nel chiedere al nostro connazionale dove e da chi abbia appreso le tecniche necessarie a sottrarsi a quelle sevizie: e il silenzio del torturato, invece di dimostrarne la totale estraneità alle accuse mossegli, agli occhi degli aguzzini risultano la prova della sua pericolosità.
Sono torture che durano giorni e i trattamenti inflitti al giovane si protraggono per ore e ore.
Tutto ciò lo sapevamo o lo intuivamo. I familiari, l’avvocata Alessandra Ballerini, le associazioni per la tutela dei diritti umani, i giornalisti e i blogger indipendenti, gli amici egiziani e l’importantissimo lavoro di investigazione svolto dal procuratore Sergio Colaiocco e dai nuclei della polizia giudiziaria avevano ricostruito i diversi passaggi di questa vicenda, indicando luoghi e circostanze, fino all’individuazione e al rinvio a giudizio dei quattro responsabili di quello scempio.
Oggi le parole nette e irrefutabili dei due testimoni oculari rappresentano la prova regina di una macchinazione di cui si conoscono ispiratori, mandanti ed esecutori materiali.
E si comprende bene, in particolare, quale ruolo la soppressione di Giulio Regeni svolgesse nelle teorie cospiratorie del sistema di potere di Al Sisi e come fosse funzionale alla lotta senza quartiere contro il nemico esterno e i suoi complici locali. D’ora in poi nessuno potrà più dire non sapevo: e chi continuerà a farlo è un complice o un pusillanime.
Due le conclusioni che si possono trarre. La prima è che gli apparati della repressione che uccisero Regeni sono talmente intimi al regime di Al Sisi che questo stesso regime, negli otto anni successivi, si adopererà a tutti i livelli, a partire dallo stesso despota, perché gli assassini non venissero individuati.
E continua a farlo oggi, negando qualsiasi collaborazione con la magistratura italiana. La seconda conclusione è che la tecnica delle “sparizioni”, da quando Al Sisi è il capo supremo, è stata applicata come prassi ordinaria di controllo politico e di disciplinamento delle opposizioni.
Fino ai primi anni del 2000, secondo Amnesty International, erano due o tre al giorno i cittadini egiziani che venivano sequestrati: oppositori politici, membri di minoranze religiose, giovani dissidenti e appartenenti alla comunità lgbtq+ che “sparivano” e di cui frequentemente si perdevano le tracce.
Negli ultimi venti anni si ha un relativo allentamento della morsa del dispotismo, ma — se nel 2023 vengono liberati 834 prigionieri politici — ben 2504 critici o oppositori del governo vengono imprigionati.
Nello stesso tempo, rifugiati e richiedenti asilo vengono periodicamente deportate dall’Egitto in luoghi dove c’è il rischio di tortura. E l’infame “modello Regeni” continua a essere applicato: rapimenti, sparizioni, cadaveri torturati e mutilati.
Tutto ciò ha un effetto pesantissimo sul nostro paese, in quanto la mancata cooperazione giudiziaria da parte dell’Egitto e le difficoltà che il procedimento giudiziario ha incontrato e incontrerà continuano a rappresentare una profonda lesione della nostra sovranità nazionale: e a rivelare la fragilità di un paese incapace di tutelare l’incolumità dei propri cittadini all’estero. Infine, quando un’autorità italiana vorrà valutare la fondatezza delle motivazioni di un cittadino del Cairo che chiede asilo politico nel nostro paese, dovrà forse rivolgersi a quella magistratura egiziana che continua a negare verità e giustizia a Giulio Regeni?
E una volta rassicurata sulla “sicurezza” dell’Egitto, quella stessa autorità italiana dovrà rimandarvi il profugo che cercava presso di noi protezione e garanzie?