Non si può dire che la Commissione Von der Leyen nasca sotto buoni auspici. È fragile, incrinata da una frattura a malapena ricomposta tra Popolari, da un lato, e Socialisti e Liberali, dall’altro. E ci sono pochi dubbi che l’asse politico si sia curvato verso destra.
La nomina di Fitto come commissario con dignità di vicepresidente esecutivo è un successo per l’Italia di Giorgia Meloni e non solo, ma è destinata a lasciare qualche traccia nei nostri equilibri interni, in particolare nel campo dell’opposizione.
In ogni caso, all’origine della convergenza del Pd, che ha condiviso la nomina con la destra, c’è quello che possiamo definire il “partito delle istituzioni”.
È stato il presidente della Repubblica a esercitare una discreta ma sensibile pressione a favore di Raffaele Fitto, esponente di FdI — come è noto — e quindi di una forza politica che non faceva parte della …
Non si può dire che la Commissione Von der Leyen nasca sotto buoni auspici. È fragile, incrinata da una frattura a malapena ricomposta tra Popolari, da un lato, e Socialisti e Liberali, dall’altro. E ci sono pochi dubbi che l’asse politico si sia curvato verso destra.
La nomina di Fitto come commissario con dignità di vicepresidente esecutivo è un successo per l’Italia di Giorgia Meloni e non solo, ma è destinata a lasciare qualche traccia nei nostri equilibri interni, in particolare nel campo dell’opposizione.
In ogni caso, all’origine della convergenza del Pd, che ha condiviso la nomina con la destra, c’è quello che possiamo definire il “partito delle istituzioni”.
È stato il presidente della Repubblica a esercitare una discreta ma sensibile pressione a favore di Raffaele Fitto, esponente di FdI — come è noto — e quindi di una forza politica che non faceva parte della maggioranza pro-Ursula.
L’uso dell’imperfetto (“faceva”) dipende dal fatto che oggi le distanze si sono parecchio accorciate. Giorgia Meloni non è mai stata così vicina al confine di tale maggioranza, a conclusione di un percorso politico volto a ritagliare uno spazio a Fratelli d’Italia (e a una parte dei Conservatori europei) accanto all’ala destra dei Popolari.
Il “partito delle istituzioni” non è interessato a questa evoluzione della premier, ma ha sostenuto la soluzione Fitto per la buona ragione che non sarebbe logico, anzi sarebbe un atto di autolesionismo, privare l’Italia di una posizione di rilievo nella Commissione, conforme al tradizionale status del nostro Paese in Europa.
Dunque Mattarella si è esposto. Prima e dopo di lui hanno fatto lo stesso alcune figure di rilievo (“consolari” si sarebbe detto un tempo), le cui idee politiche non coincidono ma che si sono ritrovati sulla stessa linea, consapevoli che l’alternativa avrebbe provocato gravi danni all’Unione e comunque un’umiliazione per la nostra immagine.
Ecco allora gli interventi di Mario Monti e Romano Prodi. Entrambi si sono rivolti con il linguaggio del buonsenso a diverse aree politiche: il centrodestra, il primo; il centrosinistra, il secondo. Il “partito delle istituzioni” appunto. E in sintonia con loro alcuni rappresentanti della politica: da Pier Ferdinando Casini a Matteo Renzi e pochi altri.
Il Pd di Elly Schlein non poteva non condividere il richiamo al realismo, nel momento in cui giungeva dal Quirinale. E va peraltro dato atto alla leader progressista di essersi sottratta alle lusinghe di una posizione tanto facile quanto sterile.
Il prezzo pagato è un’ulteriore frattura con i 5S di Conte, quasi alla vigilia della costituente che dovrà archiviare la stagione di Grillo e dar vita a un nuovo partito. Schierato a sinistra, ovviamente, ma con delle caratteristiche che devono mantenerlo distinto rispetto alla formazione di Schlein.
In altre parole, né fagocitato — come teme l’ex sindaca di Torino, Chiara Appendino — né rifugiato in un eterno e inutile Aventino. La strada di Conte è stretta, ma il caso Fitto gli ha fornito l’occasione di distinguersi. Sarebbe stato strano che non l’avesse colta.
Abbiamo così una doppia simmetria. Da una parte Conte e Salvini, i due antichi sodali nel governo giallo-verde, entrambi contrari all’intesa Von der Leyen-Fitto-Ribera (la spagnola che è stata l’altro motivo del contendere). Dall’altra parte Meloni, Tajani e, non senza sofferenza e distinguo, il Pd.