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La danza della battaglia

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Il mediano TJ Perenara, una delle colonne degli All Blacks, ha accompagnato i movimenti del corpo con un messaggio di solidarietà alla marcia di protesta
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La haka dei Maori può essere una danza di guerra o una danza di pace. Quella recitata sabato a Torino prima della partita con l’Italia da un giocatore degli All Blacks, la celebre squadra di rugby della Nuova Zelanda, è diventata l’ultima mossa di una battaglia politica che infuria da settimane a migliaia di chilometri di distanza. Per capire di cosa si tratta, serve un flash-back.

Nei giorni scorsi 42 mila persone hanno marciato davanti al parlamento di Wellington, la capitale neozelandese, per protestare contro una nuova legge che mira a reinterpretare il Trattato di Waitangi: il patto con cui nel 1840 l’Impero britannico, del quale la Nuova Zelanda era una colonia, riconosceva i diritti dei Maori, la popolazione polinesiana che viveva in quella terra da mille anni e oggi rappresenta il 18 per cento degli abitanti.

“La nuova legge mira a considerare uguali, con gli stessi diritti e la medesima dignità, tutti i neozelandesi, sia coloro i cui antenati sono sbarcati qui da un mille…

La haka dei Maori può essere una danza di guerra o una danza di pace. Quella recitata sabato a Torino prima della partita con l’Italia da un giocatore degli All Blacks, la celebre squadra di rugby della Nuova Zelanda, è diventata l’ultima mossa di una battaglia politica che infuria da settimane a migliaia di chilometri di distanza. Per capire di cosa si tratta, serve un flash-back.

Nei giorni scorsi 42 mila persone hanno marciato davanti al parlamento di Wellington, la capitale neozelandese, per protestare contro una nuova legge che mira a reinterpretare il Trattato di Waitangi: il patto con cui nel 1840 l’Impero britannico, del quale la Nuova Zelanda era una colonia, riconosceva i diritti dei Maori, la popolazione polinesiana che viveva in quella terra da mille anni e oggi rappresenta il 18 per cento degli abitanti.

“La nuova legge mira a considerare uguali, con gli stessi diritti e la medesima dignità, tutti i neozelandesi, sia coloro i cui antenati sono sbarcati qui da un millennio, sia chi è appena sceso da un aereo”, sostiene David Seymour, leader del piccolo partito di destra che ha presentato il provvedimento e membro della coalizione di centro-destra andata al potere nel 2023. “Una volta era considerato un pregiudizio razziale chiedere a un individuo la sua discendenza, adesso ne stanno facendo una virtù e secondo noi è sbagliato”, aggiunge Seymour. “Il nuovo governo di centro-destra sta provando a portarci via i nostri diritti, protestiamo a nome di tutti i neozelandesi di qualunque colore”, risponde Stan Lingman, uno dei leader del partito Maori. “Non potremo essere tutti uguali, se la popolazione indigena ha meno diritti degli altri”, gli fa eco Debbie Ngarewa, co-leader dei Maori, “la coalizione di governo cerca di dividere un Paese progressista e questo è altamente imbarazzante per tutta la Nuova Zelanda”.

Per inciso, la nuova legge non passerà: i maggiori partiti di governo, pur impegnandosi a sostenerla in prima lettura, come prevedono gli accordi fra le forze della coalizione, non la appoggeranno in via definitiva. Ma l’iniziativa simboleggia l’offensiva in corso, non soltanto in Nuova Zelanda, contro il multiculturalismo e i diritti delle minoranze. Da quando a Wellington non governa più la laburista Jacinda Ardern, fino a qualche anno fa uno dei volti più popolari nel fronte progressista mondiale, anche a quelle latitudini batte la campana del populismo e della discriminazione. Per questo sabato a Torino il mediano TJ Perenara, una delle colonne degli All Blacks, ha accompagnato i movimenti del corpo con un messaggio di solidarietà alla marcia di protesta, dicendo in lingua Maori: “La sovranità della terra rimane, la sovranità del popolo rimane, il Trattato di Waitangi rimane”. Il leader della destra neozelandese Seymour l’ha subito bollata come un’interferenza indebita. Debbie Ngarewa, la co-leader Maori, l’ha applaudito: “Proteggere i nostri diritti”, ha detto, “significa proteggere i diritti di tutti”. Anche a passo di danza.

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