L'avrete intercettato anche voi il viralissimo video in cui Hana-R?whiti Maipi-Clarke, 22enne deputata neozelandese, strappa platealmente una risma di fogli di carta e si lancia, in pieno parlamento, in una haka, la tradizionale danza di guerra (resa famosa dagli All Blacks, la nazionale di rugby) assieme ai suoi colleghi di origine Maori. La protesta è continuata per le strade della capitale Wellington, teatro il 19 novembre di un corteo di 40 mila Maori provenienti da ogni parte della Nuova Zelanda, molti dei quali in abiti tradizionali, una delle più grandi manifestazioni nella storia del Paese. Chiedono di strappare – come ha fatto la deputata – il progetto di legge che punta a riscrivere, o più precisamente, a reinterpretare, un documento fondamentale per la storia e la società neozelandese: il trattato di Waitangi.
Waitangi è un villaggio affacciato su una baia lungo la costa nord-orientale dell'Isola del Nord, una delle due principali della Nuova Zelanda. Oggi c'è un museo, che tra le altre cose ha in mostra queste spettacolari canoe da guerra maori. A Waitangi, nel 1840, il capitano William Hobson, rappresentante dell'Impero Britannico, e circa 40 capitribù maori firmarono un accordo che istituiva la sovranità britannica sul Paese ma concedeva particolari garanzie e diritti sulle terre ancestrali per la popolazione indigena. Il trattato è rimasto in vigore fino a oggi, ma – poiché è redatto in due lingue diverse, con una traduzione non sempre perfetta – la sua interpretazione è sempre stata controversa, tanto che dal 1975 esiste un apposito Waitangi Tribunal che ha proprio il compito di dirimere le contestazioni. Con il suo progetto di legge il partito ACT, che fa parte della coalizione di centrodestra al governo, vuole fissare una volta per tutti i principi del trattato, estendendo i particolari diritti dei Maori all'intera popolazione. Per i Maori si tratta di un assalto inaccettabile alla loro cultura e alla loro comunità.
Dopo la massiccia protesta, tutto fa pensare che la legge sarà bocciata. Ma il problema, in un’epoca post-coloniale o de-coloniale, resta: è giusto riconoscere diritti particolari a una parte della popolazione che si identifica con un’etnia minoritaria – tra l'altro già penalizzata secondo tutte le statistiche su reddito e qualità della vita – o non va piuttosto applicato il principio illuminista e liberale dell'uguaglianza formale di tutti i cittadini davanti alla legge? Un dilemma molto contemporaneo che non riguarda solo la lontana Nuova Zelanda.
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