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Da Trump a Milei, il sentiero stretto di Meloni

La premier Meloni con Donald Trump a Parigi (ansa)

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Il punto del 10 dicembre 2024
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Il rapido viaggio compiuto sabato da Giorgia Meloni a Parigi per conoscere Donald Trump e rivedere l’amico Elon Musk rientra senza dubbio, come è stato scritto, nella categoria delle “photo opportunity”: l’occasione di scattare un’istantanea con il personaggio del momento. Ma in questo caso è anche qualcosa di più. E per capirlo meglio si deve guardare a Roma, al Circo Massimo: il presidente argentino Javier Milei, l’uomo della motosega con cui disbosca la burocrazia e taglia i ministeri, ospite di Atreju, la festa di Fratelli d’Italia. Un’altra fotografia a buon mercato? In questo caso forse no, visto che l’ospite argentino ha varcato l’oceano per prendere parte a una manifestazione di partito.

Per farla breve, la premier in pochi giorni incontra — e con viva cordialità reciproca — il presidente neo eletto degli Stati Uniti, Trump, e i due interpreti planetari della linea più aggressiva contro la spesa pubblica: Musk e, appunto, Milei. Entrambi si sono dati la missione quasi mistic…

Il rapido viaggio compiuto sabato da Giorgia Meloni a Parigi per conoscere Donald Trump e rivedere l’amico Elon Musk rientra senza dubbio, come è stato scritto, nella categoria delle “photo opportunity”: l’occasione di scattare un’istantanea con il personaggio del momento. Ma in questo caso è anche qualcosa di più. E per capirlo meglio si deve guardare a Roma, al Circo Massimo: il presidente argentino Javier Milei, l’uomo della motosega con cui disbosca la burocrazia e taglia i ministeri, ospite di Atreju, la festa di Fratelli d’Italia. Un’altra fotografia a buon mercato? In questo caso forse no, visto che l’ospite argentino ha varcato l’oceano per prendere parte a una manifestazione di partito.

Per farla breve, la premier in pochi giorni incontra — e con viva cordialità reciproca — il presidente neo eletto degli Stati Uniti, Trump, e i due interpreti planetari della linea più aggressiva contro la spesa pubblica: Musk e, appunto, Milei. Entrambi si sono dati la missione quasi mistica di ridurre ai minimi termini l’intervento economico dello Stato nella società, nel sottinteso che esso non serve allo sviluppo, ma solo a creare consenso politico mortificando le leggi del mercato. Il liberismo come raramente si è visto nel mondo occidentale, Stati Uniti compresi, quanto meno da un secolo a questa parte. Vuol dire che Giorgia Meloni ha abbracciato questa visione? Difficile crederlo, considerando che la tradizione di Fratelli d’Italia poggia su di una solida e antica cultura statalista e nulla fa pensare che le cose stiano cambiando. Altrimenti, prima di abbracciare le posizioni di Musk e Milei, il governo di centrodestra avrebbe già dato qualche segno della rivoluzione culturale, ad esempio sul terreno fiscale. Così non è, se non in minima percentuale. Semmai la polemica si sviluppa contro l’eccesso di sperperi provocati dai “super bonus” edilizi, voluti dagli esecutivi a guida 5S con pesanti conseguenze per i conti pubblici. Ma per questo non serve immedesimarsi in Musk o Milei: è sufficiente rifarsi, se si vuole, a Quintino Sella e alla Destra storica. Che non è certo la destra di oggi.

Qual è allora il senso di questi incontri? Quale messaggio si vuole mandare? Forse si cerca, in primo luogo, di indicare agli italiani che la cultura della sinistra non è più in grado d’interpretare la società. “Vasto programma” avrebbe detto il generale De Gaulle. C’è il tentativo di entrare in sintonia con Trump e la sua carica, chiamiamola così, di conservatorismo innovatore. Di Musk si condivide la volontà di rovesciare i vecchi parametri. E di Milei si sottolineano i parziali successi in Argentina, contro lo scetticismo di tanti osservatori. Sul piano pratico l’Italia non seguirà in nulla la strada da costoro indicata, anche perché sarebbe nei fatti impossibile. Ma si lascia intendere che, se potesse, la Meloni magari lo farebbe. Un’illusione, più che altro.

Al momento prevale comunque una dimensione politica più immediata. In primo luogo, il desiderio di farsi apprezzare dal neo presidente. Il quale, come è noto, predilige i rapporti bilaterali con gli europei. Quindi la Francia di un Macron in affanno.

E in fondo l’Italia del centrodestra, così come qualche anno fa il primo Trump non esitò a mostrare simpatia a “Giuseppi” Conte, un disallineato rispetto alle famiglie politiche europee. Ora la premier italiana dovrà sanare una contraddizione. La buona relazione con Trump rischia di entrare in contrasto, prima o poi, con la strategia dei piccoli passi attraverso cui l’Italia si è inserita nella Commissione Von der Leyen. Un organismo debole, di sicuro inviso alla nuova amministrazione americana, ma importante per l’Italia che ha appena ottenuto una vicepresidenza esecutiva con Fitto.

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