Ci sono milioni di elettrici ed elettori che patiscono attacchi di itterizia appena si imbattono in un dibattito politico impostato sulla parola “centro”. In molti sono stufi, non senza qualche ragione, di sentirsi ripetere la lezione accademica secondo cui “le elezioni si vincono al centro”. Ribattono: e allora Meloni? E allora il M5S di Grillo e Casaleggio? Altri ancora temono il rilancio del vecchio dibattito se tra centro e sinistra debba o no esserci il trattino, o quello sullo spazio a disposizione di un fantomatico Terzo Polo, negli ultimi trent’anni creatura che con lo yeti condivide il numero di avvistamenti e le prove concrete di esistenza in vita. Non trascurabile, nel segmento dei più ritrosi, la quota di chi paventa la telefonata di un sondaggista con la faccia tosta di porre la domanda: meglio Renzi o Calenda?
Eppure nella costruzione della coalizione progressista il tema della rappresentanza elettorale del centro moderato (più avanti diremo perché l’aggettivo non è pl…
Ci sono milioni di elettrici ed elettori che patiscono attacchi di itterizia appena si imbattono in un dibattito politico impostato sulla parola “centro”. In molti sono stufi, non senza qualche ragione, di sentirsi ripetere la lezione accademica secondo cui “le elezioni si vincono al centro”. Ribattono: e allora Meloni? E allora il M5S di Grillo e Casaleggio? Altri ancora temono il rilancio del vecchio dibattito se tra centro e sinistra debba o no esserci il trattino, o quello sullo spazio a disposizione di un fantomatico Terzo Polo, negli ultimi trent’anni creatura che con lo yeti condivide il numero di avvistamenti e le prove concrete di esistenza in vita. Non trascurabile, nel segmento dei più ritrosi, la quota di chi paventa la telefonata di un sondaggista con la faccia tosta di porre la domanda: meglio Renzi o Calenda?
Eppure nella costruzione della coalizione progressista il tema della rappresentanza elettorale del centro moderato (più avanti diremo perché l’aggettivo non è pleonastico come parrebbe), rilanciato con una intervista a Repubblica dal sindaco di Milano Beppe Sala, continua ad avere una sua rilevanza. Alle obiezioni elencate all’inizio, infatti, si potrebbero contrapporre altrettante, non meno fondate, repliche. A cominciare dalla principale: una coalizione che ha come pilastro un Pd a guida Schlein, e come uniche vere gambe il M5S di Conte e il cartello elettorale Fratoianni-Bonelli, non rischia di presentarsi al voto copertissima da una parte e scopertissima dall’altra?
Andando all’osso, ci sono due modi per affrontare il tema del centro che non c’è. La prima soluzione è individuare una figura che, come Romano Prodi, faccia da candidato premier esterno ai partiti della coalizione e garantisca rappresentanza con la sua stessa storia. La seconda soluzione è una figura con l’autorevolezza e le capacità necessarie a costruire una gamba di centro della coalizione. La prima non appare percorribile per molte ragioni, la prima delle quali è che un altro Prodi non c’è e non sembra realistico che spunti nei prossimi mesi. A questo dato di fatto va aggiunta una considerazione più politica: Schlein ha tutto il diritto di correre da candidata premier in quanto leader della principale forza dell’opposizione. Il ricorso al cosiddetto papa straniero, un civicone reclutato per debolezza dei partiti, è un’anomalia che la sinistra dovrebbe provare a mettersi alle spalle. Resta la seconda strada. Il Pd dovrebbe conservare l’ambizione di rappresentare anche elettori moderati e non appartenenti all’album di famiglia, è una delle missioni connaturate alla sua nascita, ma sarebbe un errore non preoccuparsi di estendere l’offerta elettorale. La stagione di Schlein fin qui ha funzionato soprattutto nel recupero di una parte di astenuti e nel ridimensionamento del M5S, meno nell’allargamento verso altri lidi. Nulla di strano: è chiaro che il curriculum e la sensibilità di Schlein parlano più a un ex dem deluso che a un centrista senza domicilio o a un elettore di centrodestra in dubbio di scelta. Per attirare un numero congruo di queste categorie servirebbe aggiungere una proposta politica credibile, non improvvisata e non eterodiretta. Per essere chiari: al Pd occorre che si crei questa formazione alla sua destra ma guai a pensare di guidarne dall’esterno la costruzione o addirittura sceglierne il capo. Non serve un partito contadino, una formazione di cartapesta per simulare pluralismo come accadeva nei paesi del socialismo reale. Per questo a guidare deve essere una figura che lavora in proprio. Di nomi ne circolano già. Altri ne saranno fatti presto, proposti soprattutto da chi spera di bruciarli. Sala è un candidato naturale, ma le ipotesi sono tante. A esclusione di Renzi e Calenda, i due leader cui non resta che responsabilmente contribuire alla fondazione dell’area senza accampare diritti di primazia.
In realtà, un candidato naturale a rappresentare nelle urne il centro, la coalizione progressista ce l’aveva già. In casa. Democristiano naturale, posa notabilare, origini meridionali come ogni autentico doroteo, Giuseppe Conte era perfetto per il ruolo. Quando governava a capo di una maggioranza, frequentava i convegni scudocrociati con piglio neofanfaniano. La vita lo ha portato altrove. Ha scelto a tavolino un’altra identità, un rossobrunismo, per essere all’occorrenza e contemporaneamente più a sinistra di Fratoianni e più a destra di Meloni. Pure al centro, ma in un altro senso, là dove stanno i “progressisti indipendenti”, in posizione buona per rispondere all’offerta di lavoro migliore o in alternativa restare fuori da tutto e accontentarsi del reddito di rappresentanza.