Una sonora sconfitta e due nemici come i sindacati e i magistrati da additare ancora una volta all’opinione pubblica. Anche ieri la giornata di Matteo Salvini — nell’ordine castigatore di qualsiasi dissenso sociale o politico, spina nel fianco della sua stessa maggioranza, vicepremier e infine, se capita, ministro dei Trasporti — è stata segnata da polemiche e dichiarazioni pesanti. Le sue.
Eppure, la pronuncia del Tar del Lazio, che con una misura d’urgenza chiesta dal sindacato Usb ha bloccato la precettazione dei lavoratori dei trasporti decisa proprio da Salvini e ha quindi autorizzato lo sciopero di oggi per la durata inizialmente prevista di 24 ore, era ampiamente prevedibile e appare inappuntabile sotto il profilo giuridico. Già la Commissione di garanzia, cui spetta appunto il compito di ravvisare eventuali violazioni dei diritti degli utenti dei servizi che subiscono gli effetti degli scioperi e che ha la missione di «garantire il contemperamento dell’esercizio del diritto …
Una sonora sconfitta e due nemici come i sindacati e i magistrati da additare ancora una volta all’opinione pubblica. Anche ieri la giornata di Matteo Salvini — nell’ordine castigatore di qualsiasi dissenso sociale o politico, spina nel fianco della sua stessa maggioranza, vicepremier e infine, se capita, ministro dei Trasporti — è stata segnata da polemiche e dichiarazioni pesanti. Le sue.
Eppure, la pronuncia del Tar del Lazio, che con una misura d’urgenza chiesta dal sindacato Usb ha bloccato la precettazione dei lavoratori dei trasporti decisa proprio da Salvini e ha quindi autorizzato lo sciopero di oggi per la durata inizialmente prevista di 24 ore, era ampiamente prevedibile e appare inappuntabile sotto il profilo giuridico. Già la Commissione di garanzia, cui spetta appunto il compito di ravvisare eventuali violazioni dei diritti degli utenti dei servizi che subiscono gli effetti degli scioperi e che ha la missione di «garantire il contemperamento dell’esercizio del diritto di sciopero con il godimento dei diritti della persona costituzionalmente tutelati», non aveva ravvisato la necessità di una precettazione, salvo che per il trasporto aereo. E già una sentenza dello stesso Tar del Lazio, il 28 marzo scorso, aveva annullato una simile ordinanza emessa dal ministero dei Trasporti in occasione di uno sciopero del 15 dicembre 2023, condannandolo anche a pagare le spese legali.
Tutto questo non tocca Salvini — in fondo l’unico No Tav di successo in questo Paese, vista l’impennata di ritardi ferroviari da quando è al ministero — che persevera e non pare avere grande interesse a norme ed altri ammennicoli dello Stato di diritto. Ieri, addirittura, ha parlato della necessità di rivedere la normativa sullo sciopero, spingendosi all’assurdo di sostenere che si tratterebbe di una revisione anche a favore dei sindacati «perché se devi fare uno sciopero al giorno, vuol dire che lo stesso strumento dello sciopero non funziona più». Portavoce autodesignato, unico e inappellabile, del «diritto degli italiani a muoversi» e completamente dimentico del diritto di sciopero, anche questa volta Salvini è andato dritto verso lo scontro, in cerca di un dividendo elettorale che appare per la sua Lega sempre più incerto e labile.
Gli scioperi hanno spesso effetti poco gradevoli e costano a tutti: agli utenti che non possono usufruire di un servizio e ai lavoratori che perdono un giorno di stipendio. Difficile che vengano proclamati a cuor leggero o con il solo obiettivo di creare disagio. Dietro alle interruzioni di servizio ci sono problemi che meritano attenzione: dal livello dei salari alla sicurezza di chi lavora nel trasporto pubblico.
Dovrebbe essere inutile ricordarlo al ministro, così come dovrebbe essere superfluo notare che la tripartizione dei poteri e la presenza di controlli e contrappesi, comprese le autorità indipendenti come la Commissione di garanzia sugli scioperi, sono elementi essenziali e non accessori per il funzionamento delle nostre democrazie. Superfluo, ma forse indispensabile, ricordarglielo, visto che all’esibizione muscolare nei confronti del sindacato, il ministro aggiunge adesso anche il minaccioso corrugar di sopracciglia contro la magistratura, sebbene questa volta si tratti “solo” di quella amministrativa, perché «mi spiace che per l’ennesima volta un tribunale abbia fatto una sentenza che non è un dispetto a Salvini ma che rischia di bloccare l’intero Paese».
Dalle file della maggioranza sono venuti spesso, soprattutto nelle ultime settimane, appelli a non alzare il tono dello scontro sociale. Tutto comprensibile, ma non è certo con i toni ostentati dal ministro e con la minaccia di una torsione autoritaria sul diritto di sciopero che si curano i problemi economici e sociali.
Tra l’altro, se Salvini è così attento al suo compito di far viaggiare gli italiani, potrebbe occuparsi anche di un altro fronte: le norme vessatorie contro le auto a noleggio, introdotte dal suo ministero e che hanno come effetto principale quello di salvaguardare i soliti tassisti. Così ieri gli Ncc — non esattamente pericolosi estremisti di sinistra — sono scesi in piazza contro il ministro e in contemporanea il solito Tar del Lazio ha affossato uno dei vincoli principali imposti dal decreto, come la sosta di 20 minuti tra una corsa e l’altra. Quelle di Salvini sono «norme da Medioevo», dice chi protesta. Forse non le ultime che vedremo.