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Il centro a sinistra chi ha più carte

Il sindaco di Milano Beppe Sala (fotogramma)

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Il punto del 14 dicembre 2024
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Il sindaco di Milano, Sala; poi Calenda e Renzi; e inoltre il direttore dimissionario dell’Agenzia delle Entrate, Ruffini: nelle ultime ore sono loro ad aver arricchito un dibattito politico altrimenti alquanto ingessato. Il tema del “centro”, ovvero come attrarre i voti cosiddetti “moderati”, viene così alimentato al di là della sua concretezza. Al momento infatti resta al confine dell’ambizione un po’ velleitaria; qualcuno è tentato di ricorrere a un vecchio modo di dire: “vorrei ma non posso”. Come dire che i vari generali devono dimostrare di avere un esercito dietro le spalle. In altre parole, dove sono i voti, senza i quali nessun disegno politico avrebbe le gambe per camminare? E parliamo soprattutto dell’area di centrosinistra, visto che negli assetti del centrodestra i “centristi” hanno il loro spazio: in primo luogo nelle file di Forza Italia di Antonio Tajani e poi nel gruppo di Maurizio Lupi. Entrambi utili all’equilibrio generale su cui si regge Giorgia Meloni.

Secondo p…

Il sindaco di Milano, Sala; poi Calenda e Renzi; e inoltre il direttore dimissionario dell’Agenzia delle Entrate, Ruffini: nelle ultime ore sono loro ad aver arricchito un dibattito politico altrimenti alquanto ingessato. Il tema del “centro”, ovvero come attrarre i voti cosiddetti “moderati”, viene così alimentato al di là della sua concretezza. Al momento infatti resta al confine dell’ambizione un po’ velleitaria; qualcuno è tentato di ricorrere a un vecchio modo di dire: “vorrei ma non posso”. Come dire che i vari generali devono dimostrare di avere un esercito dietro le spalle. In altre parole, dove sono i voti, senza i quali nessun disegno politico avrebbe le gambe per camminare? E parliamo soprattutto dell’area di centrosinistra, visto che negli assetti del centrodestra i “centristi” hanno il loro spazio: in primo luogo nelle file di Forza Italia di Antonio Tajani e poi nel gruppo di Maurizio Lupi. Entrambi utili all’equilibrio generale su cui si regge Giorgia Meloni.

Secondo punto, peraltro collegato al primo. Quali gruppi d’interesse, quali settori della società italiana sostengono le ambizioni dei moderati del centrosinistra? Al momento non sembra esistere — salvo un’eccezione che ora vedremo — una massa critica in grado di modellare una formazione intorno all’8 o 9 per cento, tanto da rendersi visibile all’opinione pubblica e da condizionare il Pd di Elly Schlein. Gli esperimenti tentati in varie forme da Renzi e Calenda non hanno dato risultati incoraggianti. Giuseppe Sala, a sua volta, sta tentando di gettare le basi per una proposta capace di federare le varie anime della sinistra, ma è un’ipotesi tutta da verificare (per quanto può essere una buona idea partire dal Nord, dalla dinamica e laboriosa Lombardia).

Il problema, ridotto all’osso, è abbastanza semplice: il sistema elettorale non lascia margini ai tentativi di costruire un “centro” autonomo. La spinta verso il bipolarismo, sia pure imperfetto e carico di frizioni intestine, appare al momento priva di alternative, a tutto vantaggio di Giorgia Meloni ed Elly Schlein. E soprattutto, stando così le cose, non è pensabile un ritorno al sistema proporzionale. Quindi si capisce che sul versante del centrosinistra certe forze economiche o sociali siano prudenti prima di esporsi a sostenere questo o quel personaggio: stimabile, ma che non sembra in grado di cambiare il peso dei rapporti politici e tantomeno d’invertire la rotta.

C’è un’eccezione, si diceva. Si torna al nome di Ernesto Maria Ruffini, il capo delle Entrate che ha annunciato le dimissioni, come era inevitabile e opportuno che accadesse, negando al tempo stesso l’intenzione di dedicarsi alla politica. In realtà il suo richiamo al “bene comune” e alle iniziative volte a tutelarlo è già una dimensione politico-culturale. Quale forma prenderà più avanti, lo vedremo. Ma in particolare è riconoscibile, dietro Ruffini, un mondo cattolico desideroso di essere più presente sulla scena. È un’area che proviene dalla vecchia sinistra democristiana e in teoria è già rappresentata all’interno del Pd. In pratica è parecchio sotto-rappresentata e vorrebbe riconquistare i maggiori spazi a cui era abituata in passato.

Ne deriva che il nome attento a non offrirsi in prima linea e, anzi, desideroso di sottrarsi ai riflettori è anche quello che forse ha più frecce al suo arco. Certo, non per costruire un nuovo partito e nemmeno per federare alcunché — operazione che riuscì in passato al solo Romano Prodi — , benché per irrobustire la componente della sinistra cattolica all’interno o ai margini del Pd. Il che vuol dire anche negoziare, quando sarà il momento, candidature, posti in lista, eventualmente ministeri. Come si dice, chi ha più filo da tessere, tesserà. D’ora in poi l’area cattolica di sinistra sa di dover attrezzarsi, con calma e determinazione, per raccogliere una quota consenso e prepararsi a convogliarlo su persone di fiducia.

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