Le due società, gli esclusi e i garantiti
di Ezio MauroNon ci sono soltanto un deposito di rabbia e un giacimento di rancore sociale nella trasformazione di Luigi Mangione, l’assassino del ceo di United Healthcare, in un eroe dei social, vendicatore solitario delle ingiustizie collettive, Robin Hood con la felpa e il sorriso nell’alba di New York, già pronto per entrare in una serie televisiva più ancora che in prigione.
Lui ha radunato intorno alla scena del delitto un tale accumulo di simboli (i dollari infantili del Monopoli, le pallottole incise con le accuse alle compagnie di assicurazione, gli appunti nello zaino contro la “mafia” della sanità americana) da far pensare che si sia preoccupato dell’uso politico dell’omicidio più ancora che della tecnica dell’agguato.
E infatti l’assassinio è subito diventato un manifesto in sé, raccogliendo un consenso divampato nel Paese e azzerando ogni pietà per la vittima, ogni riflessione sulla vita umana ridotta a maschera da distruggere a colpi di pistola, ogni domanda su questa nuova fo…
Non ci sono soltanto un deposito di rabbia e un giacimento di rancore sociale nella trasformazione di Luigi Mangione, l’assassino del ceo di United Healthcare, in un eroe dei social, vendicatore solitario delle ingiustizie collettive, Robin Hood con la felpa e il sorriso nell’alba di New York, già pronto per entrare in una serie televisiva più ancora che in prigione.
Lui ha radunato intorno alla scena del delitto un tale accumulo di simboli (i dollari infantili del Monopoli, le pallottole incise con le accuse alle compagnie di assicurazione, gli appunti nello zaino contro la “mafia” della sanità americana) da far pensare che si sia preoccupato dell’uso politico dell’omicidio più ancora che della tecnica dell’agguato.
E infatti l’assassinio è subito diventato un manifesto in sé, raccogliendo un consenso divampato nel Paese e azzerando ogni pietà per la vittima, ogni riflessione sulla vita umana ridotta a maschera da distruggere a colpi di pistola, ogni domanda su questa nuova forma di terrorismo personale, talmente emblematico da suscitare un’onda cieca di empietà condivisa.
In una fase in cui le parole d’ordine della politica faticano a trovare ascolto, gli spari al boss delle assicurazioni acquistano per una parte rilevante dell’opinione pubblica un carattere di sacrilegio necessario, perché denudano con il loro rimbombo la scena logorata della sanità americana, la mancanza di una cultura del welfare, l’impotenza dell’individuo esposto alla malattia di fronte ai colossi del sistema assicurativo, le false tutele, le disuguaglianze, le ingiustizie: fino a diventare la prova svelata delle distorsioni del capitalismo e delle colpe dell’élite.
Nessun centro strategico ha dato un mandato ideologico di morte all’assassino. Ha fatto tutto da solo, cogliendo una rivolta ideologica sospesa nel Paese, coltivata nella solitudine repubblicana del cittadino disperso, un astio sociale in cerca dell’innesco, pronto a riconoscersi in un’immagine, un gesto, un atto di violenza. Lui è il catalizzatore, il suo sparo la scintilla che illumina la parte nascosta del mondo in cui viviamo.
È una parte capovolta: nell’omicidio-denuncia cancella il delitto, esalta l’accusa e la trasforma in bandiera, soffoca ogni sentimento per lasciare il campo libero al risentimento, motore dell’epoca. Con il populismo di ogni genere pronto a investire sulla sua incandescenza per trasformarla in antipolitica, invece di emanciparla dall’impotenza e incanalarla in energia per il cambiamento. E con i cittadini — che da tempo non trovano più una “causa” comune per cui mobilitarsi — pronti a dare un segno collettivo di riconoscimento al vendicatore omicida, come fosse un giustiziere investito dallo spirito pubblico di vendetta.
La verità è che dietro la ruggine della rabbia c’è qualcosa di più profondo: la società si è spezzata in due, e le due parti non hanno più obblighi nei confronti dell’insieme e nemmeno vincoli reciproci, sono autonome e libere nelle loro derive separate e distinte.
Per la prima volta, sotto la spinta delle crisi a catena che abbiamo dovuto fronteggiare, la disconnessione tra i vincenti e i perdenti della globalizzazione è così profonda che scioglie tutti da ogni legame sociale, da qualsiasi responsabilità vicendevole, dalla consapevolezza di aver vissuto un’unica storia e di far parte di una vicenda comune.
Le parole “ricco” e “povero” sono troppo spoglie per rappresentare la distanza odierna tra i due poli sociali, troppo novecentesche per cogliere tutto il peso di un’estraneità mai sperimentata tra contemporanei immersi in realtà differenziate e disgiunte, che creano obiettivi e riferimenti separati. Anche i sentimenti sono per forza di cose frutto di questa frattura, ognuno ha i suoi, perché le due società vivono un’unità provvisoria di luogo e di tempo e una dissociazione di destino definitiva, non risolvibile nemmeno con la lotta di classe, che prevede un legame di interdipendenza dentro il conflitto.
Gli esclusi denunciano una confisca dell’intelligenza sociale, della competenza, della scienza da parte dei garantiti, perché non riconoscono più i benefici del sapere per la loro condizione di vita, come se ci fosse stata una deviazione egoistica della produzione e del consumo di conoscenza, trasformata in appannaggio di classe e privilegio.
La conseguenza è una sorta di secessione culturale che rifiuta ogni verità ufficiale, diffida del progresso, sospetta delle sue scoperte e dubita dei suoi rimedi, rivalutando l’ignoranza come forma suprema di purezza, spoglia ma incontaminata, nuda purché separata.
Poiché i garantiti rappresentano la classe dirigente, la ribellione degli esclusi si estende al sistema, considerato colpevole perché genera e perpetua i meccanismi di selezione, di garanzia e di esclusione. E i capisaldi del sistema diventano i nemici, i soggetti attivi del furto di ruolo, di status e di potere che dà forma al grande capo d’accusa contro il dominio selettivo e discriminatorio: le istituzioni prima di tutto, i rappresentanti dello Stato, i poteri forti, i gruppi industriali, i soggetti economici e finanziari, le banche, le strutture dell’informazione, l’apparato medico-sanitario, le compagnie d’assicurazione.
È l’indiscriminato rifiuto di tutto ciò che dà forma alla realtà quotidiana in cui viviamo, e che la racconta nel suo divenire. L’individuo spersonalizzato si sente espulso da questo sistema, ridotto ai margini, non tutelato dunque esposto, misconosciuto e quindi infragilito, privo anche di ogni codice di interpretazione del circuito del nuovo potere, che parla un’altra lingua.
Ciò che è grande, potente, transnazionale diventa una minaccia per la sua solitudine repubblicana, dov’è insidiato dagli opposti demoni dell’impotenza e della ribellione. La conclusione è che l’individuo non si sente più cittadino: e a questo punto non si capisce perché il precipizio di sfiducia in cui scivola progressivamente non dovrebbe sfociare nel sospetto supremo: il dubbio finale nella democrazia.
E qui c’è il populismo neo-autoritario che lo aspetta. Lo ha nutrito di antipolitica per anni, lo ha incoraggiato nelle sue accuse al sistema, lo ha convinto che la fuga dalle responsabilità è ribellione: ora che siamo giunti al punto zero può guidarlo nell’atto finale, la correzione della democrazia, deformandola come strumentazione del comando. Ci sono anticorpi a portata di mano?
La società dei garantiti non dà garanzie: la politica tradizionale è esausta, le istituzioni hanno un contatto debole con la pubblica opinione, l’Europa è ancora soltanto cornice e l’élite non sembra avere la forza morale per difendere la forma e la sostanza del meccanismo liberal-democratico, dopo aver assistito alla spaccatura della società senza interrogarsi sulle sue responsabilità. Eppure il rischio è evidente: due società sono troppe per il mondo rimpicciolito della globalizzazione.