L’arresto di Cecilia Sala a Teheran, le sue modalità, la nebbia che arbitrariamente avvolge le accuse di natura politica, per giunta non ancora formalizzate, che a quanto pare le sarebbero state rivolte, confermano, ammesso e non concesso ce ne fosse bisogno, in quale conto il regime degli ayatollah tenga quei diritti civili e quelle libertà che alle nostre latitudini sono considerati un bene non comprimibile.
Ma proprio per questo la sfida che con questo arresto la Repubblica islamica dell’Iran ha deciso di porre al nostro Paese impone al governo e alla nostra diplomazia un obbligo di competenza, equilibrio, serietà e intelligenza non ordinari.
Perché se è indubbio che questa ennesima sfida della teocrazia iraniana interpella tutte le democrazie dell’Occidente — come più d’uno ha osservato — è altrettanto vero, purtroppo, e più prosaicamente, che la questione batte innanzitutto e soprattutto sul nostro Paese.
Il tempo inutilmente trascorso dall’arresto di Cecilia Sala (oggi …
L’arresto di Cecilia Sala a Teheran, le sue modalità, la nebbia che arbitrariamente avvolge le accuse di natura politica, per giunta non ancora formalizzate, che a quanto pare le sarebbero state rivolte, confermano, ammesso e non concesso ce ne fosse bisogno, in quale conto il regime degli ayatollah tenga quei diritti civili e quelle libertà che alle nostre latitudini sono considerati un bene non comprimibile.
Ma proprio per questo la sfida che con questo arresto la Repubblica islamica dell’Iran ha deciso di porre al nostro Paese impone al governo e alla nostra diplomazia un obbligo di competenza, equilibrio, serietà e intelligenza non ordinari.
Perché se è indubbio che questa ennesima sfida della teocrazia iraniana interpella tutte le democrazie dell’Occidente — come più d’uno ha osservato — è altrettanto vero, purtroppo, e più prosaicamente, che la questione batte innanzitutto e soprattutto sul nostro Paese.
Il tempo inutilmente trascorso dall’arresto di Cecilia Sala (oggi saranno dieci giorni) senza che venisse trovata una rapida conclusione alla vicenda lontano dai riflettori dei media italiani e internazionali, il luogo scelto per la sua detenzione (l’infausta prigione di Evin, concepita per schiantare la volontà e la resistenza dei dissidenti politici) costringono infatti a pensare che nella decisione di privare della sua libertà una giornalista ospite dell’Iran con un regolare visto giornalistico possa esserci un legame con quanto accaduto meno di due settimane fa nel nostro Paese.
Il pomeriggio del 16 dicembre scorso — dunque appena tre giorni prima dell’arresto di Sala a Teheran, avvenuto il 19 — alla barriera doganale dell’aeroporto di Malpensa gli agenti della nostra polizia ammanettano infatti un cittadino iraniano proveniente da Istanbul su mandato di cattura internazionale della giustizia americana.
L’uomo si chiama Mohammad Abedini Najafabadi ed è accusato insieme a un suo connazionale (Mohammad Sadeghi, arrestato lo stesso giorno negli Usa) di aver esportato tecnologia destinata allo sviluppo di droni da guerra ai Guardiani della rivoluzione a Teheran. Quegli stessi droni che il 28 gennaio di quest’anno hanno ucciso tre soldati americani in Giordania.
Di più: la sera di sabato 21 dicembre — due giorni dopo l’arresto di Cecilia Sala — il ministero degli Esteri iraniano comunica alle agenzie di stampa internazionali di aver notificato “all’incaricato di affari italiano a Teheran e all’ambasciatore svizzero (che rappresenta gli interessi Usa in Iran) la protesta formale del governo per due arresti contrari a tutte le leggi e standard internazionali”.
Tra il 16 e il 21 dicembre scorsi, dunque, i fatti ci dicono che l’Italia, inconsapevolmente, precipita in uno scontro tra Teheran e Washington in cui gli ayatollah decidono verosimilmente di giocare una carta che i regimi normalmente spendono quando alle regole del diritto internazionale, ai trattati di mutua assistenza giuridica, preferiscono la presa di ostaggi.
Ebbene, le prossime ore e i prossimi giorni ci diranno se questo è vero. Se cioè la libertà di Cecilia Sala sia stata strumentalmente sequestrata per essere trasformata in arma di pressione a vantaggio della posizione del cittadino iraniano arrestato a Malpensa e in attesa di estradizione negli Usa.
Ma se questo è vero, è altrettanto vero che la trattativa con Teheran che il nostro governo e la nostra diplomazia si trovano di fronte per riportare a casa Cecilia Sala è evidentemente di straordinaria complessità.
Perché interessa un terzo Paese (gli Stati Uniti) cui ci lega non solo un vincolo di alleanza ma un regolare trattato bilaterale di estradizione (lo stesso in forza del quale Chico Forti è stato estradato in Italia per scontare la pena residua di un omicidio commesso negli Usa). E perché, per parafrasare la prima regola della diplomazia, quando ci si siede a un tavolo di trattativa è necessario avere ben chiaro cosa si vuole chiedere alla controparte e quale prezzo politico si è disposti a pagare.
È comprensibile dunque che il ministro degli Esteri Tajani abbia scelto in queste ore un basso profilo con l’invito alla «discrezione». Che auspichi «si possa fare con Cecilia Sala ciò che è stato fatto con Alessia Piperno» (la giovane travel blogger rimasta prigioniera del regime iraniano per 45 giorni senza alcuna base legale). Ed è altrettanto comprensibile la scelta del silenzio della premier Giorgia Meloni.
Ma basso profilo e discrezione non possono evidentemente significare che sul destino di Cecilia Sala si possa anche solo immaginare che da oggi cali il silenzio. A maggior ragione se i tempi della sua detenzione dovessero strumentalmente allungarsi perché inscritti in una partita più grande.
Dove per giunta una teocrazia come quella iraniana gode di uno straordinario vantaggio che, nel gergo della geopolitica, si definisce asimmetrico. Quello di non essere tenuta alle regole di trasparenza e responsabilità di una democrazia, né al rispetto delle libertà di una giovane donna.
Che si chiami Cecilia Sala o Alessia Piperno. O che porti il nome delle centinaia di donne iraniane, per noi senza nome, che con Cecilia Sala ora dividono la prigione di Evin.