Oggi la politica è contesa fra una novità che si presenta con il volto arcaico del mito e un presente che a suo tempo si è definito “moderno” ma che già sta sfumando in un malinconico passato. Fra le audacie esaltanti del balzo nel futuro e le prudenze, che pure si proclamano progressiste, e che paiono destinate alla obsolescenza. Ovvero, come ha scritto Ezio Mauro, fra la multicolore tecnodestra arrembante e la grigia e delegittimata liberaldemocrazia, che ha perso appeal nei cuori e nelle menti e che sembra priva di efficacia nel progettare la società e nel correggere i propri errori.
Il mito ha la propria spinta propulsiva nel connubio di un capitalismo smisurato, di una tecnica onnipotente e di una politica che si propone apertamente come volontà di potenza e che riesce a presentarsi come volontà di libertà …
Oggi la politica è contesa fra una novità che si presenta con il volto arcaico del mito e un presente che a suo tempo si è definito “moderno” ma che già sta sfumando in un malinconico passato. Fra le audacie esaltanti del balzo nel futuro e le prudenze, che pure si proclamano progressiste, e che paiono destinate alla obsolescenza. Ovvero, come ha scritto Ezio Mauro, fra la multicolore tecnodestra arrembante e la grigia e delegittimata liberaldemocrazia, che ha perso appeal nei cuori e nelle menti e che sembra priva di efficacia nel progettare la società e nel correggere i propri errori.
Il mito ha la propria spinta propulsiva nel connubio di un capitalismo smisurato, di una tecnica onnipotente e di una politica che si propone apertamente come volontà di potenza e che riesce a presentarsi come volontà di libertà e come volontà di futuro — è questa la ragione della sua popolarità, della sua capacità di catturare consensi emotivi — .
All’opposto la capacità della politica di dare forma razionale, a misura d’uomo, sia alla tecnica sia all’economia, di prefissarvi limiti e finalità progressiste — una capacità in passato che ha avuto, dai “soviet più la elettrificazione” di Lenin alla occidentale società industriale del benessere dei Trenta gloriosi — si è esaurita.
Il progetto liberal della tarda modernità, vittorioso su quello comunista, si è affidato alla tecnica e all’economia capitalistica nella speranza di essere in grado di controllarne la potenza e di indirizzarle verso finalità umanistiche — di uguaglianza, emancipazione, civilizzazione — ma è rimasto soccombente davanti ai propri strumenti: la tecnica è diventata mezzo di dominio e controllo, vettore di compressione burocratica delle vite, mentre l’economia si è affermata come dimensione centrale dell’esistenza, individuale e collettiva, che ha assoggettato alle proprie esigenze e alle proprie priorità. Esiti irrazionali della ragione, che la destra è ben attrezzata a gestire mitologicamente.
La risposta della destra al crollo della strategia democratica — che si manifesta in Occidente nelle astensioni e nei voti a forze antisistema — è stata di rilanciare, non certo di frenare, la dimensione titanica, oltre-umana, della tecnica e dell’economia, di fare della loro pericolosa illimitatezza una sfida entusiasmante, un’opportunità di successo, di selezione gerarchica dei migliori, una proiezione verso il futuro, che attira a sé come una calamita tanto quanto il presente respinge e demoralizza. Quella mitologia compensa infatti i grandi disagi e le delusioni che il presente riserva alla maggioranza degli uomini e delle donne. Un sogno a occhi aperti.
Lo slancio mitico-futurista ha la propria icona in Elon Musk, sintesi di capitalismo, tecnica, avventura e di superamento della semplice umanità — triliardario in dollari, esploratore di Marte, inventore di ogni novità tecnologica che ha tecnologizzato anche i propri figli — . Un superuomo in cui si identificano ingenuamente milioni di uomini e di donne che anelano a una nuova libertà propositiva, a cui l’ideologia liberal non sa più dire nulla di attraente.
A sua volta Donald Trump incarna una politica che si incarica di far prevalere il complesso tecnico-economico contro i suoi concorrenti sulla scena mondiale; una politica che conosce bene, e se ne appropria, la logica mitico-polemica del nemico, anche di quello interno (i liberal), espressa nell’epico grido di lotta «fight, fight, fight» con cui l’allora candidato alla presidenza reagì all’attentato.
Anche qui il cittadino frustrato, carico di rabbia, trova una sorgente di emozioni che lo coinvolge e lo soddisfa molto più degli appelli alle virtù democratiche del dialogo e della tolleranza. E lo stesso passato a cui Trump si richiama — l’età della onnipotenza americana — è una proiezione verso un mitico futuro compensativo dei problemi del presente.
La risposta di una destra immaginifica e cinica alla crisi della liberaldemocrazia, maturata, negli Usa, in Europa può trovare molti epigoni e seguaci poco brillanti e poco attrezzati, ma certo volonterosamente disposti a scommettere che lo spirito liberal-democratico (e socialdemocratico) è definitivamente intrappolato sotto le macerie della ragione politica moderna, sconfitta dalla ipermodernità, che il progressismo deve cedere il passo al futurismo.
Molta umiltà e molta capacità di analisi, di critica e di proposta — a cui non dovrà essere estranea una spinta ideale, di intensità pari alla mitologia dell’avversario — saranno necessarie a tutte le forze democratiche per far sì che la scommessa politica della tecnodestra supercapitalista non abbia partita vinta. E che la politica torni a essere faccenda di uomini (e donne) e non di pretesi, e illusi, super-uomini.