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L’Ucraina che aspetta Trump

Volodymyr Zelensky (afp)

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La mossa di Kursk dimostra che Zelensky ha fretta anche per ragioni interne e vuole fidarsi del Godot americano perché non può fare altrettanto con gli europei
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Aspettando Godot-Trump il gioco si fa duro sul fronte russo-ucraino. La sorprendente offensiva nella regione russa di Kursk, per quanto avvolta in una nebbia di propaganda e contro-propaganda, ha comunque fermato la narrazione, che da mesi sembrava a senso unico in favore del Cremlino: un’avanzata russa nel Donbass, lenta e costosa in termine di perdite, ma inarrestabile; e un egualmente lento e inesorabile recupero del terreno conquistato dagli ucraini in agosto nello stesso “oblast” di Kursk.

Volodymyr Zelensky sembra essere davvero convinto che Donald Trump sia, come ha detto, così ”forte e imprevedibile” da riuscire a fermare la guerra in tempi brevi. Perciò ha deciso una mossa, l’offensiva a Kursk, che può essere della speranza, ma anche della disperazione. Sicuramente è un’azione molto azzardata. Perché lascia abbandonati a se stessi i soldati che difendono le posizioni nel Donbass, stremati e ora senza speranze. I rinforzi di cui avrebbero avuto bisogno, le forze e gli armame…

Aspettando Godot-Trump il gioco si fa duro sul fronte russo-ucraino. La sorprendente offensiva nella regione russa di Kursk, per quanto avvolta in una nebbia di propaganda e contro-propaganda, ha comunque fermato la narrazione, che da mesi sembrava a senso unico in favore del Cremlino: un’avanzata russa nel Donbass, lenta e costosa in termine di perdite, ma inarrestabile; e un egualmente lento e inesorabile recupero del terreno conquistato dagli ucraini in agosto nello stesso “oblast” di Kursk.

Volodymyr Zelensky sembra essere davvero convinto che Donald Trump sia, come ha detto, così ”forte e imprevedibile” da riuscire a fermare la guerra in tempi brevi. Perciò ha deciso una mossa, l’offensiva a Kursk, che può essere della speranza, ma anche della disperazione. Sicuramente è un’azione molto azzardata. Perché lascia abbandonati a se stessi i soldati che difendono le posizioni nel Donbass, stremati e ora senza speranze. I rinforzi di cui avrebbero avuto bisogno, le forze e gli armamenti migliori, sono impegnati a Kursk.

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D’altronde il presidente ucraino non ha molte alternative se non fidarsi di Trump quando afferma che se Putin non accettasse un accordo lui lo minaccerebbe di dare all’Ucraina “molto più di quanto ha ricevuto finora” in termini di armamenti. Perché la coperta militare (ma anche quella dell’opinione pubblica) di Zelensky è sempre più corta. Yuri Butusov, giornalista ucraino molto vicino ai vertici dell’esercito, ha rivelato che nei quasi tre anni di combattimenti i morti sono stati 70mila, più 35mila “missing in action” (contro le cifre ufficiali di 43mila morti e 370mila feriti).

Ma non bastano queste cifre a mettere Zelensky sulle spine. Perché, come sempre, quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. E a Kiev la bilancia del potere appare sempre più complicata a mano a mano che l’emergenza va avanti. Oltre alla guerra al fronte c’è da tempo una sorta di “guerra ombra”, combattuta dai servizi segreti. L’uccisione di Igor Kirillov, comandante delle truppe russe di difesa nucleare, biologica e chimica, fatto saltare in aria davanti al portone della sua casa di Mosca, ha acceso i riflettori sulla operazioni, soprattutto in Russia, dei servizi interni, lo Sbu, equivalente ucraino del russo Fsb. Nato da una costola del Kgb, quando l’Ucraina diventò indipendente, lo Sbu è un nido di vipere, che gli alleati occidentali hanno più volte raccomandato a Zelensky di riformare perché sarebbe ancora infiltrato da agenti russi. Ha un organico mastodontico, 30mila dipendenti (7 volte più del britannico MI5), gode di grande autonomia e ha fama di essere più al servizio dei suoi capi che della nazione. E, per giunta, è in feroce competizione con il Gru, i servizi militari, guidati dall’enigmatico e molto autoreferenziale Kyrylo Budanov.

La mossa di Kursk (l’“oblast” dove era nato Nikita Krusciov, che poi fece gran parte della carriera nel Pcus proprio in Ucraina), probabilmente tenuta nascosta fino all’ultimo anche ai servizi ucraini, dimostra che Zelensky ha fretta anche per ragioni interne e vuole fidarsi del Godot americano perché non può fare altrettanto dei deboli e frammentati sostenitori europei. Persone “vicine” al presidente eletto hanno detto a Zelensky che Trump non può permettersi un “cattivo accordo” sull’Ucraina perché sarebbe “il suo Afghanistan”, cioè una ritirata disastrosa in termini d’immagine.

Ma nessuno sa quale potrebbe essere un “buon accordo”. Tutti gli scenari finora ipotizzati sono stati disegnati in Occidente. Mentre Putin e la Russia continuano a essere “un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma”, secondo l’inossidabile citazione di Churchill. Putin non ha i problemi di Zelensky. Ha risorse umane quasi illimitate da mandare allo sbaraglio e al macello (i morti e i feriti sarebbero già 700mila). Non ha rivali interni che possano insidiarne il potere. Anche quelli che si dicevano “sussurrare alle orecchie dello zar”, sono usciti dai radar. A Mosca c’è un uomo solo al comando e quest’uomo sta procedendo a tappe forzate a militarizzare la Russia: non solo l’economia, ma anche la società. Il progetto chiamato “Il tempo degli eroi”, una scuola di formazione di manager della pubblica amministrazione che ha avuto come primi iscritti 83 veterani della guerra in Ucraina (due sono accusati da Kiev di crimini di guerra), è stato voluto dallo stesso Putin per creare, sono sue parole, la nuova “élite di cui dobbiamo fidarci per il futuro della Russia”.

Mark Rutte, il segretario generale della Nato, ha detto che anche l’Alleanza deve “svoltare verso una mentalità da tempo di guerra”. Ma non sembra trovare molte orecchie pronte ad ascoltarlo, tranne il polacco Donald Tusk, neo presidente di turno della Ue, che ha detto che il suo Paese porterà le spese militari al 4,7 per cento del Pil.

Anche per questo Zelensky non può fare a meno di fidarsi del Godot che il 20 gennaio arriverà alla Casa Bianca.

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