Il sorriso di Cecilia Sala, il suo abbraccio con le persone che la amano nell’istante del suo ritorno a casa ci consegnano per un giorno l’immagine di un Paese intero capace, se lo vuole, di unirsi e di raggiungere con resilienza, compostezza e capacità, un obiettivo di grande valore materiale e simbolico, quale è restituire la libertà a una giovane donna vittima di un arresto arbitrario per mano di un regime teocratico. Di questo risultato va dato atto, innanzitutto, alla presidente del consiglio Giorgia Meloni, al suo sottosegretario con delega ai servizi segreti Alfredo Mantovano, ai ministri degli Esteri Tajani e della Giustizia Nordio, al direttore dell’Agenzia per le informazioni e la sicurezza esterna (Aise) Giovanni Caravelli, alla responsabilità e al contegno dell’opposizione.
Cecilia Sala è in Italia: l'abbraccio con il compagno appena scesa dall'aereo
E, sia…
Il sorriso di Cecilia Sala, il suo abbraccio con le persone che la amano nell’istante del suo ritorno a casa ci consegnano per un giorno l’immagine di un Paese intero capace, se lo vuole, di unirsi e di raggiungere con resilienza, compostezza e capacità, un obiettivo di grande valore materiale e simbolico, quale è restituire la libertà a una giovane donna vittima di un arresto arbitrario per mano di un regime teocratico. Di questo risultato va dato atto, innanzitutto, alla presidente del consiglio Giorgia Meloni, al suo sottosegretario con delega ai servizi segreti Alfredo Mantovano, ai ministri degli Esteri Tajani e della Giustizia Nordio, al direttore dell’Agenzia per le informazioni e la sicurezza esterna (Aise) Giovanni Caravelli, alla responsabilità e al contegno dell’opposizione.
Cecilia Sala è in Italia: l'abbraccio con il compagno appena scesa dall'aereo
E, sia concesso, anche al giornalismo italiano che, durante questi venti giorni di prigionia di Sala ha scelto, consapevolmente e pagando un prezzo al proprio codice deontologico, di piegare il diritto-dovere di informare alla richiesta di silenzio o quantomeno di vaghezza che è la condizione in cui, a ogni latitudine, opera la “parallel diplomacy”, la diplomazia parallela di ogni Paese, quando si tratta di intavolare e chiudere trattative che non si raccontano in corso d’opera.
Si può dire che il Paese intero — facendosi “sistema” e congelando ogni forma di partigianeria — ha scelto legittimamente di pagare un prezzo per un valore considerato superiore a ogni altra considerazione di natura politica, economica, strategica: l’integrità e inviolabilità della vita umana di una sua cittadina. E lo ha fatto tenendo fede a un principio che ha governato, senza alcuna eccezione nella storia repubblicana, le scelte di governi di centro-sinistra e centro-destra quando si sono trovati di fronte allo stesso dilemma precipitato sul tavolo di palazzo Chigi il 19 dicembre scorso. Nell’inferno dell’Iraq e dell’Afghanistan in guerra (lo sa bene questo giornale che ha vissuto sulla propria pelle il sequestro di Daniele Mastrogiacomo), nel conflitto siriano tenuto in scacco dall’Isis, nelle ridotte africane conquistate dallo jihadismo islamista.
Evidentemente, il prezzo di una vita umana, per una democrazia al cospetto asimmetrico di un’autocrazia, di una teocrazia o semplicemente di un “rogue State”, è sempre e necessariamente un prezzo straordinario. Proprio perché è diverso il valore che alla vita umana viene attribuito da una democrazia rispetto ad un regime. E fingere che non lo sia farebbe torto non solo all’intelligenza dell’opinione pubblica ma anche a quei pochi ma evidenti fatti che, in questi venti giorni, hanno squadernato la cronaca e le dichiarazioni ufficiali che hanno scandito il lavoro diplomatico che ha coinvolto almeno tre Paesi: Italia ed Iran, evidentemente, ma soprattutto gli Stati Uniti nel delicato momento della transizione dall’amministrazione Biden a quella Trump. I prossimi giorni ci diranno dunque in che termini e con quali tempi e caveat, la libertà di Sala sia stata scambiata dal nostro governo con la promessa di libertà di Mohammad Abedini Najafabadi, l’ingegnere iraniano detenuto nel carcere milanese di Opera e in attesa di estradizione perché accusato dalla giustizia statunitense di trafficare in tecnologia “dual use” per i droni dei “Guardiani della rivoluzione” khomeinista e per questo “dalle mani sporche di sangue americano”.
E tuttavia, se si volesse in queste ore trarre una prima lezione dall’esito di questa vicenda sarebbe utile interrogarsi proprio su ciò che ci consegnano questi venti giorni di “diplomazia parallela” tra Roma, Mar-a-Lago e Teheran. La liberazione di Cecilia Sala nelle mani del capo della nostra intelligence estera a Teheran prima che il nostro governo muovesse o spendesse passi formali per la liberazione di Abedini è infatti tutt’altro che un dettaglio. Significa che l’Iran, che pure avrebbe potuto farlo, non ha voluto umiliare il nostro governo. E questo ci dice che in un passaggio drammatico quale quello che il mondo sta conoscendo, l’Iran — o quanto meno la componente riformista del Paese che ha eletto presidente Masoud Pezeshkian — scommette sul possibile ruolo di ponte, di cerniera, tra Occidente e sud del mondo che può svolgere il nostro Paese. È un passaggio tutt’altro che banale, soprattutto nel momento in cui Giorgia Meloni è chiamata a una scelta di fedeltà atlantica verso la nuova Casa Bianca paradossalmente assai meno agevole che con la passata amministrazione.
In una sorta di capovolgimento di paradigma, Teheran sembra infatti scommettere sulla capacità di Giorgia Meloni di essere certamente interlocutrice privilegiata di Trump senza esserne per questo il suo ventriloquo sovranista oltreoceano. O, peggio ancora, la leva disgregatrice in Europa. Al punto da ritenere — oggi possiamo dire a ragione — di poter ottenere in questo passaggio “comprensione” per quello che sarà il no del nostro governo all’estradizione di un cittadino accusato di fiancheggiare un’organizzazione — i Guardiani della rivoluzione — che il nostro Paese non considera “terroristica”.
Sappiamo oggi come nel momento più complicato di questa crisi, la famiglia di Cecilia Sala abbia direttamente bussato, ascoltata, alla porta di Elon Musk. E sappiamo che in cima all’agenda del viaggio lampo a Mar-a-Lago era evidentemente strappare un impegno a Trump di futuro self-restraint rispetto a un “no” all’estradizione di Abedini. Ebbene, sarebbe un grande passo sapere che tutto ciò non sia stato e non venga vissuto come un atto di concessione, ma come la prova di una nuova consapevolezza di questo governo e dell’intero Paese sul ruolo che può autonomamente giocare nel cuore del conflitto e delle tensioni tra Occidente e sud del mondo.