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L’Europa alla prova di Trump

La premier con Cecilia Sala

 

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L’Europa non è priva di asset, a partire da quello di rappresentare il mercato più ricco ed evoluto del pianeta
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Sollievo e grande soddisfazione per il ritorno a casa di Cecilia Sala, frutto di una performance da “sistema Paese” con in testa l’azione tempestiva del governo guidato da Giorgia Meloni. In attesa di apprendere i contorni della triangolazione Roma-Washington-Teheran, che non è detto conosceremo per intero, la vicenda fornisce un bilancio interessante non solo quanto ad operatività ma anche nel senso dell’evidenza di potenziale politico che il nostro Paese potrebbe dispiegare nei prossimi mesi, a partire dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Un insediamento preceduto non solo dalle poco ortodosse dichiarazioni della campagna elettorale ma ancor più dalle impressionanti dichiarazioni di questi giorni a proposito di Groenlandia, Panama e Canada.

Mentre l’ordine internazionale che ci ha accompagnato negli ultimi decenni appare sempre più in discussione e la stessa geopolitica, alle prese con due drammatici conflitti, si configura ogni giorno più fluida va registrato come …

Sollievo e grande soddisfazione per il ritorno a casa di Cecilia Sala, frutto di una performance da “sistema Paese” con in testa l’azione tempestiva del governo guidato da Giorgia Meloni. In attesa di apprendere i contorni della triangolazione Roma-Washington-Teheran, che non è detto conosceremo per intero, la vicenda fornisce un bilancio interessante non solo quanto ad operatività ma anche nel senso dell’evidenza di potenziale politico che il nostro Paese potrebbe dispiegare nei prossimi mesi, a partire dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Un insediamento preceduto non solo dalle poco ortodosse dichiarazioni della campagna elettorale ma ancor più dalle impressionanti dichiarazioni di questi giorni a proposito di Groenlandia, Panama e Canada.

Mentre l’ordine internazionale che ci ha accompagnato negli ultimi decenni appare sempre più in discussione e la stessa geopolitica, alle prese con due drammatici conflitti, si configura ogni giorno più fluida va registrato come tra gli elementi di maggiore rilievo della politica internazionale più sensibile per l’Europa di questi mesi vi sia precisamente quello della dinamica all’interno dell’Occidente piuttosto che quella, intuitivamente, “sistemica”, tra Occidente e resto del mondo. L’Europa di oggi è alle prese con questioni strutturali quali il ritardo tecnologico, il trend demografico e le prospettive di più significativi investimenti a tutela della propria competitività e sicurezza. In cima, la sua incapacità di conferire efficacia alle sue politiche, zavorrate da una governance legata a diritti di veto. Ben altro da quel che ci vorrebbe per assicurare un’interlocuzione efficace con il binomio Trump/Musk. Nel rapportarsi con il prossimo presidente degli Stati Uniti l’Europa deve, infatti, poter trovare un suo ruolo che non sia solo difensivo su quel minimo comun denominatore di interessi che la crescita di forze sovraniste nel continente tende a restringere se non addirittura ad azzerare. Dovrebbe, invece, riuscire a trovare una qualche intesa a partire dai maggiori Paesi (Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia) tale da evitare quella frammentazione verso Washington che appare come l’elemento maggiormente desiderato dalla prossima amministrazione della Casa Bianca. Le intemerate di Trump sui dazi, le spese per la difesa e le ultime citate sortite sulla messa in discussione dell’inviolabilità dei confini altrui appaiono più piattaforme negoziali da avvio delle prossime interlocuzioni piuttosto che obiettivi da perseguire. L’Europa, pur con le sue incongruenze, non è priva di asset, a partire da quello di rappresentare il mercato più ricco ed evoluto del pianeta e come tale guardato con perdurante interesse da tutti, comprese le potenze emergenti e quelle cosiddette revisioniste. È un patrimonio ancora importante. I Paesi che in questa fase godono di un chiaro vantaggio comparativo nei rapporti con la prossima amministrazione Usa (Roma e Varsavia) dovrebbero attrezzarsi nella consapevolezza che l’esercizio di una vera leadership internazionale non risiederà solo in un’iniziale maggiore entratura a Washington bensi nella capacità di essere portatori di interessi strategici di medio e lungo termine che coinvolgano anche gli altri in Europa. Il governo italiano guidato da Meloni, come hanno dimostrato gli ultimi eventi, gode senz’altro di tale posizione. Ha tuttavia due questioni che non sono un vantaggio nei rapporti con Trump: un notevole surplus commerciale verso gli Stati Uniti e un’insoddisfacente percentuale di spese per la difesa (intorno all’1,5 %).

Nella speranza di non trovarci confrontati con la richiesta di pericolose concessioni potremmo presentare un’offerta di politica estera, ad esempio, nelle aree dove siamo ben posizionati nel mondo come Nord Africa, Medio Oriente e Balcani occidentali; ma anche con buona interlocuzione con attori di crescente rilievo come la Turchia. Il ripiegamento geografico più volte annunciato da Trump potrebbe vedere con favore un impegno del genere. Maggiormente credibile quanto a efficacia se in molti casi dispiegato assieme ad altri Stati europei. Un respiro strategico sapendo anche che l’Europa è attesa per il salto di qualità in settori chiave, a partire dal digitale. Un’azione di questo genere sarebbe anche funzionale a cautelarci da potenziali abbracci esiziali; tanto per non far nomi come quelli prefigurati dal tycoon sudafricano di Starlink e prossimo membro del governo guidato da “The Donald”.

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