Doppio femminicidio di Modena, la sentenza che offende
di Michela MarzanoMotivi umanamente comprensibili? Per la Corte d’Assise di Modena sarebbe umanamente comprensibile il fatto che un uomo uccida a fucilate la moglie e la figlia di lei. Umanamente comprensibile che, dopo il duplice assassinio, chiami il suo avvocato, vada al bar del suo paese e risponda, a chi gli chieda cosa sia successo: “Niente, ho ammazzato mia moglie e mia figlia”. Umanamente comprensibile, sempre secondo i giudici, in un clima di alta conflittualità familiare, e di fronte alla prospettiva di dover abbandonare la propria abitazione. Una reazione “abnorme, ma causale”, specifica la Corte. Che cita nelle sue motivazioni il contegno tenuto dall’uomo durante il processo, il fatto che fosse incensurato e un suo possibile “black-out emozionale ed esistenziale” al momento dei fatti. Ma fermiamoci un momento: di quali fatti stiamo parlando? Non è questione di urla o di piatti rotti, né di un uomo che prende a calci una porta o rompe una finestra. Si sta parlando di un duplice femminicidio.…
Motivi umanamente comprensibili? Per la Corte d’Assise di Modena sarebbe umanamente comprensibile il fatto che un uomo uccida a fucilate la moglie e la figlia di lei. Umanamente comprensibile che, dopo il duplice assassinio, chiami il suo avvocato, vada al bar del suo paese e risponda, a chi gli chieda cosa sia successo: “Niente, ho ammazzato mia moglie e mia figlia”. Umanamente comprensibile, sempre secondo i giudici, in un clima di alta conflittualità familiare, e di fronte alla prospettiva di dover abbandonare la propria abitazione. Una reazione “abnorme, ma causale”, specifica la Corte. Che cita nelle sue motivazioni il contegno tenuto dall’uomo durante il processo, il fatto che fosse incensurato e un suo possibile “black-out emozionale ed esistenziale” al momento dei fatti. Ma fermiamoci un momento: di quali fatti stiamo parlando? Non è questione di urla o di piatti rotti, né di un uomo che prende a calci una porta o rompe una finestra. Si sta parlando di un duplice femminicidio. E trovo francamente raccapricciante che, nel 2025, dopo anni di battaglie culturali per denunciare la violenze contro le donne come fenomeno strutturale e per smascherare la “cultura dello stupro” che per secoli ha normalizzato questi crimini, si torni a utilizzare argomentazioni che riecheggiano tutta quell’insopportabile retorica dei raptus, dei gesti incontrollati e dell’impossibilità di fermarsi — perché l’uomo, poverino, è stato provocato, umiliato, destabilizzato, e quindi sì, ha reagito male, troppo, in maniera eccessiva, deve senz’altro pagare, ma. Poi, per carità, leggerò anch’io, come tanti altri, l’integralità della sentenza. E so che nessuno potrà mai comprendere davvero cos’è passato per la testa di quest’uomo quel giorno, quando è corso a prendere il fucile e ha fatto fuoco. C’è tutto un abisso che sfugge persino a chi, con gli uomini violenti, ci lavora da anni. Ma resta il fatto che due donne sono morte. Cancellate da quei colpi di fucile. Perché un uomo dice di non averci visto più.
“Mia figlia ha iniziato a offendermi”, ha dichiarato l’assassino. “Ha detto: ‘Adesso te ne vai da questa casa’, e io non ci ho visto più”. E importa poco che il movente, per la Corte d’assise di Modena, non possa essere ridotto a “mero contenuto economico”. Ci mancherebbe pure questo: il mero contenuto economico. Anche se si ammazza, talvolta, anche per ragioni economiche. Ma non è questo che conta quando si parla di femminicidio, il cuore del problema è un altro. Un uomo che dice “non ci ho visto più” è l’archetipo di chi ammazza le donne. “Se ne voleva andare, e non ci ho visto più”. “Stava con un altro, e non ci ho visto più”. “Non mi amava, e non ci ho visto più”. Quante donne, ogni giorno, sono lasciate, tradite, umiliate e non per questo uccidono? E quanti uomini, pure loro offesi o abbandonati o non amati, non corrono a prendere un’arma? Siamo seri: gli stralci delle motivazioni della sentenza che circolano sui giornali sembrano provenire dal secolo scorso. Quando ancora si pensava che esistessero condizioni attenuanti e si cercava di giustificare l’ingiustificabile. La Procura di Modena aveva chiesto l’ergastolo, ma la Corte di Assise ha preferito riproporre la triste retorica della tempesta emotiva e della causalità legata allo stress e alla disperazione. E così, invece di andare avanti, si torna indietro. Mentre le donne continuano a pagare con la vita il prezzo di stereotipi che puzzano di patriarcato e che si sperava definitivamente archiviati dopo la condanna all’ergastolo degli assassini di Giulia Cecchettin e di Giulia Tramontano.