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La contraddizione della maggioranza

La ministra del Turismo Daniela Santanchè (fotogramma)

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Il rinvio a giudizio della ministra Daniela Santanchè è l’inciampo di cui Giorgia Meloni non aveva proprio bisogno
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Benché atteso, o almeno messo nel conto, il rinvio a giudizio della ministra Daniela Santanchè è l’inciampo di cui Giorgia Meloni non aveva proprio bisogno. Arriva nel momento di massimo consenso per l’esecutivo, anzi — per meglio dire — della presidente del Consiglio.

Un po’ di sabbia negli ingranaggi che disturba il racconto trionfalistico dei recenti successi; e che in particolare apre uno spiraglio a quell’ipotesi di rimpasto sempre tenuta a freno dalla premier. Rimpasto offre un’idea di debolezza, alimenta le ambizioni di questo e quello, è il classico scenario di cui si conosce l’inizio ma non necessariamente l’esito finale.

Tutto avviene nelle ore in cui il governo segna un punto a suo favore con il primo passo della riforma della giustizia, nel senso di separare le carriere di giudici e procuratori. Qualunque sia il giudizio che si vuole dare di una norma assai controversa e contestata, sotto il profilo politico essa fissa una linea nella sabbia. C’è un prima e un dopo.

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Benché atteso, o almeno messo nel conto, il rinvio a giudizio della ministra Daniela Santanchè è l’inciampo di cui Giorgia Meloni non aveva proprio bisogno. Arriva nel momento di massimo consenso per l’esecutivo, anzi — per meglio dire — della presidente del Consiglio.

Un po’ di sabbia negli ingranaggi che disturba il racconto trionfalistico dei recenti successi; e che in particolare apre uno spiraglio a quell’ipotesi di rimpasto sempre tenuta a freno dalla premier. Rimpasto offre un’idea di debolezza, alimenta le ambizioni di questo e quello, è il classico scenario di cui si conosce l’inizio ma non necessariamente l’esito finale.

Tutto avviene nelle ore in cui il governo segna un punto a suo favore con il primo passo della riforma della giustizia, nel senso di separare le carriere di giudici e procuratori. Qualunque sia il giudizio che si vuole dare di una norma assai controversa e contestata, sotto il profilo politico essa fissa una linea nella sabbia. C’è un prima e un dopo.

Il «sogno di Berlusconi» coincide con la distinzione netta tra centrodestra e centrosinistra. Tra chi è favorevole e chi è contrario alla norma costituzionale. Le posizioni intermedie esistono, laicamente disposte a esaminare la novità, ma sono sovrastate dallo scontro appena cominciato tra la destra che vuole andare avanti in fretta e chi viceversa è pronto alle barricate.

Comunque sia, è già stato detto, l’attuale legislatura si avvia ad avere nella riforma Nordio il suo vessillo emblematico. Sempre che si riesca a portarla fino all’approdo, poiché siamo solo alla prima delle quattro letture parlamentari, senza contare il referendum.

Tuttavia il segno politico è evidente. Giorgia Meloni ha trovato il tema che unifica senza distinzioni tutte le anime del centrodestra. Quello che non succede con l’autonomia differenziata, il premierato e nemmeno con gli interventi economici. Sulla separazione delle carriere, invece, la coalizione Meloni-Salvini-Tajani-Lupi e altri minori agisce e parla quasi fosse un solo partito.

E questo avviene nelle stesse ore in cui una frattura s’intravede nel rapporto tra la Lega e FdI sulla questione del terzo mandato negato a presidenti di regione e sindaci di grandi città. La vicenda è ormai fin troppo nota. Palazzo Chigi ha tagliato la strada alla possibilità che Luca Zaia in Veneto e Vincenzo De Luca in Campania si ricandidino. In apparenza il Carroccio si è chiuso a riccio con il suo capo Salvini in difesa del presidente Zaia. Ma dietro le quinte sappiamo quanto sia logoro il rapporto tra lo stesso Salvini e il partito del Nord.

Tuttavia i conti si faranno in seguito, adesso la soluzione del rebus è nelle mani di Meloni. Può tirare la corda fino a mettere i leghisti di fronte a un’estrema mortificazione o a una lacerazione senza precedenti. Oppure può suggerire al suo partito di mettere la sordina alle ambizioni sul Veneto. Un sacrificio utile a salvare l’alleanza, come è già accaduto in passato. “Parigi val bene una messa” è una frase nota.

Del resto quasi nessuno crede che per il terzo mandato si frantumerà proprio adesso la coalizione di governo. Di conseguenza è giocoforza trovare un’intesa. A maggior ragione se si considera che l’opposizione non ha nulla da dire in materia. Infatti Elly Schlein chiede le dimissioni di Santanchè, tema per ora non cruciale, e invece tace sul terzo mandato. Si capisce perché: al pari della premier, è contraria a prolungare i poteri dei presidenti di regione — come pure dei sindaci — per la semplice ragione che vuole liberarsi di De Luca a Napoli.

Per una volta si realizza una forma di solidarietà tra maggioranza e opposizione. Ma chi ne esce avvantaggiata, se non farà errori, è soprattutto la presidente del Consiglio.

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