In queste ore a Palazzo Chigi ci si interroga intorno ad alcuni quesiti connessi tra loro e senza dubbio urgenti. Riguardano la ministra Daniela Santanchè e il suo destino politico. Il primo è il più ovvio: dopo il rinvio a giudizio, questa persona si deve dimettere? Il secondo: come evitare che le dimissioni aprano una voragine nell’esecutivo e alla fine ne provochino la caduta? Il terzo: c’è l’eventualità di un rimpasto nella compagine ministeriale?
Alla prima domanda la risposta è “sì”. E la prima a saperlo è la presidente del Consiglio. Ogni ora di ritardo accresce le difficoltà dell’esecutivo, offre all’opposizione un argomento più unico che raro per tenere sulla graticola la coalizione di centrodestra, alimenta una campagna mediatica mirata — come è logico — a indebolire la premier nella sua capacità di leadership. Del resto, le voci in difesa della Santanchè sono flebili fino all’irrilevanza. E quando non c’è una via d’uscita, la soluzione è rimuovere l’ostacolo il prima possi…
In queste ore a Palazzo Chigi ci si interroga intorno ad alcuni quesiti connessi tra loro e senza dubbio urgenti. Riguardano la ministra Daniela Santanchè e il suo destino politico. Il primo è il più ovvio: dopo il rinvio a giudizio, questa persona si deve dimettere? Il secondo: come evitare che le dimissioni aprano una voragine nell’esecutivo e alla fine ne provochino la caduta? Il terzo: c’è l’eventualità di un rimpasto nella compagine ministeriale?
Alla prima domanda la risposta è “sì”. E la prima a saperlo è la presidente del Consiglio. Ogni ora di ritardo accresce le difficoltà dell’esecutivo, offre all’opposizione un argomento più unico che raro per tenere sulla graticola la coalizione di centrodestra, alimenta una campagna mediatica mirata — come è logico — a indebolire la premier nella sua capacità di leadership. Del resto, le voci in difesa della Santanchè sono flebili fino all’irrilevanza. E quando non c’è una via d’uscita, la soluzione è rimuovere l’ostacolo il prima possibile. La diretta interessata ha tentato nelle ultime ore di giocare la sola carta che le resta: tentar di dimostrare che l’infortunio giudiziario non ha incrinato l’efficienza e la tempestività della sua attività come responsabile del Turismo e coordinatrice di un certo numero d’iniziative. Ma è evidente che non si tratta di questo. Esiste un problema molto serio di opportunità dopo il rinvio a giudizio. Che non è una condanna in primo grado, certo, ma è più che sufficiente a gettare un’ombra sul governo.
Peraltro cosa sarebbe successo — anzi, è successo in passato — se il centrodestra fosse all’opposizione e a un governo di sinistra fosse capitato lo stesso inciampo? Il “giustizialismo” è una lama a doppio taglio: o meglio, come si dice, quel che è fatto è reso. Tanto più che in questo caso la tendenza giustizialista non c’entra granché, visto che sul tavolo c’è un rinvio e si tratta di evitare più gravi conseguenze per l’esecutivo. Con ciò si dà risposta anche al secondo quesito: Giorgia Meloni può circoscrivere l’incendio solo se mette da parte l’amicizia e si libera in fretta del suo ministro. Detto in parole più gentili: se la induce a offrire le proprie dimissioni entro poche ore, magari in cambio di qualche bella frase di circostanza.
In definitiva, il vero pericolo che a Palazzo Chigi devono temere è il “rimpasto”, cioè un rinnovo più radicale della squadra di governo. Se si aspetta troppo, al tassello Santanché rischiano di aggiungersene altri. Matteo Salvini subisce da tempo la pressione della sinistra, dal Pd ai 5S al binomio Bonelli-Fratoianni. Vedono in lui l’anello debole dell’alleanza di governo, per via della gestione delle ferrovie, mentre il diretto interessato, il ministro dei Trasporti, non ha rinunciato in cuor suo all’idea di trasferirsi al Viminale. Ma l’ipotesi resta assai remota, a meno che, appunto, non s’inneschi il meccanismo disgregatore del rimpasto. Allora tutto può tornare in discussione. Compreso il futuro di Luca Zaia che si prepara a diventare un ex presidente della regione Veneto, dopo il “no” di Roma al terzo mandato. E il domani di Zaia finirebbe per intrecciarsi con i problemi di Salvini. C’è più di una ragione, insomma, per consigliare il silenzio al capo della Lega, che infatti tace. Tutti, esclusa Giorgia Meloni, potrebbero attendersi qualcosa da un ricambio dei ministri, ma quasi tutti potrebbero rimetterci non poco.
Meglio che Daniela Santanchè esca di scena in modo spedito, così da permettere alla premier di sostituirla senza clamore. Come ha fatto in precedenza, per motivi diversi, con Fitto e Sangiuliano. Ma il tempo stringe e l’opposizione stavolta ha qualcosa da dire.