Davanti al successo di Trump, per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale il discorso liberaldemocratico — dopo la vittoria sul fascismo e sul comunismo — conosce il dubbio di non essere più in sintonia col corso del mondo, di non avere più il vento della storia nelle proprie vele.
La politica di Trump deriva certamente dalle interne contraddizioni dei paradigmi politici liberaldemocratici ibridati con il modello economico neoliberista, a sua volta affaticato e sfidato, ma è anche un salto di qualità. Le cui linee fondamentali sono la concentrazione del potere in una sola persona, la convergenza della oligarchia economica con la politica plebiscitaria, il nazionalismo sciovinista e imperialista, la valutazione del diritto (interno e internazionale) come sottoposto alla politica, e questa a sua volta come una pura questione di forza, una martellante ideologia del nemico (anche in questo caso, interno ed esterno), e una capacità di mobilitare la rabbia e l’entusiasmo popolare fi…
Davanti al successo di Trump, per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale il discorso liberaldemocratico — dopo la vittoria sul fascismo e sul comunismo — conosce il dubbio di non essere più in sintonia col corso del mondo, di non avere più il vento della storia nelle proprie vele.
La politica di Trump deriva certamente dalle interne contraddizioni dei paradigmi politici liberaldemocratici ibridati con il modello economico neoliberista, a sua volta affaticato e sfidato, ma è anche un salto di qualità. Le cui linee fondamentali sono la concentrazione del potere in una sola persona, la convergenza della oligarchia economica con la politica plebiscitaria, il nazionalismo sciovinista e imperialista, la valutazione del diritto (interno e internazionale) come sottoposto alla politica, e questa a sua volta come una pura questione di forza, una martellante ideologia del nemico (anche in questo caso, interno ed esterno), e una capacità di mobilitare la rabbia e l’entusiasmo popolare fino a livelli mitici, attraverso una sorta di teologia politica della salvezza popolare che fa del presidente un “uomo della Provvidenza”. Un mix inquietante che genera una energia politica impressionante.
È evidente che nonostante le enormi differenze strutturali fra gli Usa e gli Stati europei (e in particolare l’Italia), dall’affermazione di Trump le destre nostrane, pur minuscole al confronto della enorme coalizione americana, escono ancora più legittimate e confidenti che il nemico di sempre — la sinistra e il liberalismo, che uniscono in un unico disprezzo — sarà soccombente. Certo, le destre italiane potranno essere solo delle comparse, o poco più, in questa nuova “età del ferro” di realismo all’esterno e di sorveglianza del nemico interno. Ma da parte loro le forze progressiste non potranno limitarsi a denunciare il “fascismo” di Trump e di Musk — nonché di buona parte delle destre italiane — . Dovranno indagare sulle cause prossime e remote — fra le quali anche molti errori e cecità di chi oggi è sconfitto — del consenso incontrato dalla destra. E dovranno porre all’ordine del giorno la ricerca delle vie attraverso le quali si possa resistere, non essere spazzati via dall’avversario, e si possa riprendere l’iniziativa politica.
Questa esigenza vitale apre per la sinistra progressista un dilemma: rifiutare in toto (cioè non solo nei contenuti ma anche nella forma) l’interpretazione della politica che dà la destra, e riproporre il paradigma costituzionale liberaldemocratico (e socialdemocratico) per quanto privo di molte sue componenti economiche e politiche, non facilmente rimpiazzabili (una certa capacità dello Stato di bilanciare il peso dell’economia, e la presenza di efficienti partiti di massa)? E al contempo rilanciare l’ortodossia europeista come unica strategia di sopravvivenza, mentre molti Stati europei vedono aumentare il peso politico delle destre? Oppure entrare sul terreno dell’accentramento del potere nel leader e della combinazione ideologica di identità e scissione amico-nemico, nel tentativo di mobilitare entusiasmi, passioni, risentimenti? Un terreno che però non le è congeniale, perché è carico di anomia, di demagogia, di populismo.
Ciò che si muove dentro il Pd — i convegni Milano e di Orvieto, l’intervista di Franceschini a questo giornale — ha forse qualche rapporto con questi interrogativi. Sembra che in vario modo si metta in discussione la guida assertiva, anche se complessivamente prudente, della segretaria Schlein (fautrice di un accordo limitato col M5S, per andare al muro contro muro contro la destra su temi concreti): da una parte si prefigura infatti un Pd più articolato al proprio interno (così che vi abbiano più spazio le ragioni cattoliche e quelle riformiste) e capace di un’alleanza abbastanza stabile col M5S (sul modello dell’Ulivo), mentre dall’altra Franceschini punta sull’aspetto proporzionale della legge elettorale, sul fatto che i partiti di centrosinistra stringano accordi sui collegi uninominali e per il resto facciano campagna ognuno per sé, formando solo in seguito una maggioranza. Marciare divisi per colpire uniti, insomma.
Tre linee, quindi, in cui prevalgono preoccupazioni tattiche, di posizionamento, di concretezza. Ma resta da pensare qualcosa di ancora più concreto, la strategia, il disegno complessivo dell’intera battaglia politica: restano definiti poco incisivamente i suoi obiettivi generali, non è chiaro se c’è un accordo sul comandante in capo, e soprattutto come motivare i cittadini, come trasmettere loro il movimento, un’energia paragonabile a quella che anima le destre. Come proporre gli antichi ideali di emancipazione umana in modo da essere compresi anche dai molti che la destra induce a confondere il progresso col futurismo, la sicurezza con la rabbia, la libertà con la guerra. Senza affrontare questo livello del problema non è probabile che si possa invertire il segno politico dei tempi nuovi.