Perché alla Ue non serve un pontiere con Washington
di Stefano FolliUn aspetto è chiaro. La guerra commerciale come quella che si annuncia degli Stati Uniti contro l’Unione Europea non ha precedenti, per cui le conseguenze politiche da questa parte dell’Atlantico, e in particolare in Italia, sono insondabili.
La vicenda è scandita da un’evidente ostilità dalla nuova amministrazione di Washington verso la vecchia architettura comunitaria, su cui sventola il vessillo dell’europeismo. Vale a dire un disegno dalle nobili origini che tuttavia, con il trascorrere dei decenni, ha dato meno di quel che ci si attendeva in termini d’integrazione. La moneta unica, certo. Ma le altre gambe del tavolo, a cominciare dall’unione politica, sono rimaste lettera morta.
L’europeismo zoppo ha prodotto ondate di scetticismo che si sono convertite in “sovranismo”; vale a dire, come è noto, rigetto della retorica e fascinazione verso nuove forme di nazionalismo. Nel frattempo il conflitto in Ucraina ha contribuito a minare l’altro punto che si pensava inattaccabile: …
Un aspetto è chiaro. La guerra commerciale come quella che si annuncia degli Stati Uniti contro l’Unione Europea non ha precedenti, per cui le conseguenze politiche da questa parte dell’Atlantico, e in particolare in Italia, sono insondabili.
La vicenda è scandita da un’evidente ostilità dalla nuova amministrazione di Washington verso la vecchia architettura comunitaria, su cui sventola il vessillo dell’europeismo. Vale a dire un disegno dalle nobili origini che tuttavia, con il trascorrere dei decenni, ha dato meno di quel che ci si attendeva in termini d’integrazione. La moneta unica, certo. Ma le altre gambe del tavolo, a cominciare dall’unione politica, sono rimaste lettera morta.
L’europeismo zoppo ha prodotto ondate di scetticismo che si sono convertite in “sovranismo”; vale a dire, come è noto, rigetto della retorica e fascinazione verso nuove forme di nazionalismo. Nel frattempo il conflitto in Ucraina ha contribuito a minare l’altro punto che si pensava inattaccabile: la solidità del pensiero euro-atlantico. L’idea che l’Europa dovesse affidarsi senza mezze misure alla protezione militare americana, attraverso la Nato.
Ma qualcosa si sta incrinando anche qui. Trump chiede ai Paesi europei d’impegnarsi molto di più, in termini economici, in vista di rafforzare, sì, le difese del vecchio continente, ma non più a spese quasi esclusive degli Stati Uniti.
Alcuni analisti ritengono che non tutto il male vien per nuocere. La pressione sui dazi potrebbe essere mitigata in cambio di un accordo sulle spese militari dell’alleanza. Gli Usa vorrebbero portarle al 4 o 5 per cento del Pil, mentre oggi non siamo nemmeno alla metà. Si tratterebbe senza dubbio di uno shock abbastanza clamoroso, ma di segno diverso rispetto all’aumento dei dazi.
In entrambi i casi il paradosso è evidente. Se s’impone la dottrina dei super-dazi, l’Europa rischia di dividersi tra falchi e colombe nella ricerca di una risposta a Washington. Se invece i dazi servono a far passare l’aumento delle spese militari, si aprirebbe un confronto interno all’Unione persino più lacerante. Ci si accorgerebbe che le parti in commedia sono più di quelle tradizionali.
Esiste una destra “atlantica”, di cui è esponente ad esempio Giorgia Meloni; ma esiste anche una destra anti-atlantica e filo-russa: i tedeschi di Afd che volano nei sondaggi grazie al favore parallelo di Elon Musk e di Putin (“in Germania le giovani generazioni non sono moralmente responsabili dei crimini di Hitler”: vero e al tempo stesso ambiguo a tre settimane dalle elezioni).
Tutto questo per concludere che la partita tra Usa e Ue è senza dubbio ancora da giocare, ma la posizione dell’Italia in campo è tutt’altro che irrilevante. Si dovrà capire in primo luogo qual è il vero obiettivo di Trump, negoziatore esperto e non avaro di colpi a sorpresa. Lo stiamo vedendo già con i dazi al Messico, rivisti in cambio di una forza militare dislocata alla frontiera in funzione anti-migranti.
Quello che non sembra verosimile è dipingere il governo di Roma come un “pontiere” fra le due sponde dell’Atlantico. L’immagine del ponte presuppone una situazione abbastanza calma su entrambe le rive del mare. Questioni da risolvere senza fretta e un soggetto che gode della fiducia di americani ed europei.
Il rebus odierno è assai più complicato. Il voto in Germania rischia di essere esplosivo: se l’Unione ne fosse travolta, non servirebbe un pontiere bensì un condottiero.
Peraltro Giorgia Meloni, se ne è capace, può svolgere un ruolo volto a rendere la risposta europea ai dazi realistica e costruttiva, in sostanza non incendiaria. E se il tema fosse invece l’aumento urgente della spesa militare, avrebbe argomenti che il segretario della Nato, Rutte, sarebbe in grado di apprezzare. Non pontiera, ma nemmeno banale pro-console di Trump in Europa.