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Il buio sopra Berlino

Elon Musk, Doge della Casa Bianca (reuters)

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Se tra le questioni aperte oggi in Europa vi è la risposta su cosa si vuole essere, Berlino ha la grande responsabilità di dover contribuire politicamente a definirsi
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L’offensiva di Musk a sostegno del sovranismo “nero” in Europa ha toccato con Berlino un registro che ha fatto non poco scalpore, accompagnando peraltro una preoccupante dinamica sul piano interno. Il suo endorsement di qualche giorno fa alla leader di AfD Alice Weidel è stato seguito, mentre ancora in Germania aleggiava stupore, dalla maldestra operazione del capo della Cdu Friedrich Merz di prendere a bordo i voti del partito xenofobo e razzista per un provvedimento volto a indurire le regole per l’immigrazione nel Paese. Operazione questa talmente spregiudicata da essere affossata in Bundestag grazie anche a diversi franchi tiratori. Merz è riuscito in un colpo solo a indignare buona parte dello spettro politico parlamentare a Berlino inclusa una parte della stessa Cdu. Anche la grande manifestazione davanti alla Porta di Brandenburgo non è derubricabile a fisiologica forma di dissenso. Il candidato alla Cancelleria ha violato la vecchia regola di Adenauer (“mai nulla a destra dell…

L’offensiva di Musk a sostegno del sovranismo “nero” in Europa ha toccato con Berlino un registro che ha fatto non poco scalpore, accompagnando peraltro una preoccupante dinamica sul piano interno. Il suo endorsement di qualche giorno fa alla leader di AfD Alice Weidel è stato seguito, mentre ancora in Germania aleggiava stupore, dalla maldestra operazione del capo della Cdu Friedrich Merz di prendere a bordo i voti del partito xenofobo e razzista per un provvedimento volto a indurire le regole per l’immigrazione nel Paese. Operazione questa talmente spregiudicata da essere affossata in Bundestag grazie anche a diversi franchi tiratori. Merz è riuscito in un colpo solo a indignare buona parte dello spettro politico parlamentare a Berlino inclusa una parte della stessa Cdu. Anche la grande manifestazione davanti alla Porta di Brandenburgo non è derubricabile a fisiologica forma di dissenso. Il candidato alla Cancelleria ha violato la vecchia regola di Adenauer (“mai nulla a destra della Cdu”) e ha costretto persino Angela Merkel a prendere posizione dopo anni di sobria assenza dall’agone politico. In una situazione così delicata quale quella che sta attraversando la Germania e dai difficili contorni politici ed economici Merz, a pochi giorni dalle elezioni in Germania, ha messo in forse, agli occhi di molti, la sua adeguatezza come prossimo cancelliere, determinando una situazione che, in mancanza di una chiara affermazione del suo partito (sopra il 30 per cento), aprirebbe scenari imprevedibili in vista di una futura coalizione e, soprattutto, su chi sarà chiamato a guidarla. Dopo il voto del 23 febbraio il futuro cancelliere si ritroverà un’agenda politica irta di problemi, molti dei quali strutturali.

Vasta agenda si direbbe dal momento che salvo ulteriori sconquassi dovrebbe essere appunto la riproposta “Grande coalizione” tra Cdu e Spd a definire un programma che difficilmente, dati i tempi che corrono, potrà permettersi i tre mesi di negoziato che questa fase di norma dura in Germania. Berlino, tra le principali vittime geopolitiche e industriali del conflitto in Ucraina, gode dell’aggravante della particolare “inimicizia” di Trump, già manifestatasi nel corso del primo mandato di “The Donald” e declinatasi nel pessimo e non di rado provocatorio atteggiamento di quest’ultimo nei confronti di Angela Merkel. Un rapporto che toccò il punto più basso in occasione del G7 di Biarritz in Francia nel 2019 e che ebbe un seguito clamoroso con la decisione della Merkel di boicottare il successivo vertice a Washington impedendo la riunione dei leader in presenza a causa della poca sicurezza addotta causa Covid. Con trascorsi di questo tipo la Germania, che pure avrebbe in Merz un interlocutore meno indigesto per Trump, sarà chiamata a fornire una risposta politica ed economica di grande valenza, uscendo dall’impasse industriale che la attanaglia e da compiersi non solo in tempi ragionevoli ma anche in una chiave coerente con il progetto europeo. Il necessario salto di qualità in materia di investimenti per le transizioni ambientali e digitali, ora anche nella difesa, dovrà essere auspicabilmente realizzato con l’Europa e non prescindendo da essa. Il contrario, insomma, di quanto avvenne all’epoca della crisi dell’eurozona, allorché la sua miope politica di austerity fu caratterizzata da quella mancanza di investimenti interni che ora presenta il conto e sull’espansione del proprio export con monumentali attivi di bilancia commerciale.

Situazione che drenò risorse ad altri Paesi europei, bisognosi di una domanda interna crescente e che Berlino di fatto ostacolò con atteggiamento infelicemente prociclico. Domanda interna che ancora oggi appare come virtuosa compensazione (se del caso alternativa) a raffiche di dazi, da limitare al minimo indispensabile. Vizio di origine, quello dell’approccio prociclico di Berlino, che ha continuato negli anni fino alla recente rottura del patto di coalizione addebitato da Scholz al rigorista liberale Lindner. Il tutto mentre il commercio estero e soprattutto le sue prospettive a breve e medio termine per Berlino sono lontane da quelle di un tempo. Se tra le questioni aperte oggi in Europa vi è la preliminare risposta su cosa si vuole essere e solo dopo su come reagire agli eventi, Berlino ha la grande responsabilità di dover contribuire politicamente a definirsi e aiutare gli altri a farlo.

Dovrà insomma avere la credibilità di ribadire l’impegno europeo ed “europeista”. Accettando e contribuendo a compromessi inevitabili ma comunque finalizzati al rilancio negoziale di tutti, pregiudiziale all’attuazione delle invocate politiche europee e delle inevitabili risorse finanziarie necessarie. Si tratterebbe di consentire adeguata flessibilità di bilancio alle misure portate avanti dagli Stati membri, almeno in parte su base nazionale (a partire dalla difesa e dalla sicurezza) e di accettare risposte comuni per quei beni pubblici europei meno frazionabili a 27 come ambiente, digitale e clima. L’alternativa è quella del graduale declino. Nelle parole del rapporto Draghi, di “lenta agonia”.

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