La catena degli errori del ministro vista dall’Aia
di Lirio AbbateSe si vuole misurare l’effetto che le comunicazioni di Carlo Nordio al Parlamento hanno raccolto, c’è un posto migliore di altri. La Corte penale internazionale dell’Aia. Qui, i magistrati che rappresentano la pubblica accusa nei confronti di Almasri e ne hanno chiesto l’arresto sostengono una cosa molto semplice. Che chiude ogni discussione sul merito giudiziario del caso: non è compito di un ministro della Giustizia fare valutazioni giuridiche su un provvedimento di arresto emesso da un organo internazionale indipendente con il quale collabora anche l’Italia. Perché quel compito spetta ai giudici. Un principio semplice. Che non vale solo all’Aia, ma anche in Italia. Dove — il ministro Nordio ne converrà — al Guardasigilli è interdetta qualsiasi possibilità di entrare nel merito di provvedimenti assunti dall’autorità giudiziaria. In una democrazia fondata sulla separazione dei poteri, all’esecutivo, in una vicenda come quella di Almasri, era riconosciuta una sola facoltà: quella, nel…
Se si vuole misurare l’effetto che le comunicazioni di Carlo Nordio al Parlamento hanno raccolto, c’è un posto migliore di altri. La Corte penale internazionale dell’Aia. Qui, i magistrati che rappresentano la pubblica accusa nei confronti di Almasri e ne hanno chiesto l’arresto sostengono una cosa molto semplice. Che chiude ogni discussione sul merito giudiziario del caso: non è compito di un ministro della Giustizia fare valutazioni giuridiche su un provvedimento di arresto emesso da un organo internazionale indipendente con il quale collabora anche l’Italia. Perché quel compito spetta ai giudici. Un principio semplice. Che non vale solo all’Aia, ma anche in Italia. Dove — il ministro Nordio ne converrà — al Guardasigilli è interdetta qualsiasi possibilità di entrare nel merito di provvedimenti assunti dall’autorità giudiziaria. In una democrazia fondata sulla separazione dei poteri, all’esecutivo, in una vicenda come quella di Almasri, era riconosciuta una sola facoltà: quella, nel caso, di sollevare di fronte all’organo giudiziario (la Corte d’appello di Roma) i propri rilievi.
Esattamente come avrebbe fatto un avvocato difensore o il procuratore generale.
Come oggi sappiamo, è accaduto il contrario. Il Guardasigilli, nei giorni in cui era in stato di fermo il libico, non ha risposto alle sollecitazioni che gli erano state inviate dalla Procura generale di Roma per dare il via libera all’arresto. E in mancanza di risposte del ministro la Corte d’appello non ha potuto far altro che ordinare il rilascio di Almasri, rilevando un errore procedurale. In assenza della firma del ministro o della sua autorizzazione, l’arresto del libico era infatti irrituale.
Viceversa, se, come prevede la procedura, il mandato di arresto fosse stato regolarmente trasmesso dal ministro alla Procura generale, la cattura di Almasri sarebbe stata ritenuta legittima e l’indagato sarebbe stato condotto a una successiva udienza “per la consegna” alla Cpi.
È davanti alla Corte di appello che accusa e difesa dell’imputato avrebbero potuto contestare errori o irregolarità. Ed è sempre in questa udienza che si sarebbe svolta a Roma, in camera di consiglio, che i giudici avrebbero dovuto valutare l’esistenza o meno delle quattro condizioni da cui poteva dipendere la scarcerazione — secondo lo Statuto della Cpi — o altrimenti la consegna dell’indagato.
Andava verificata la correttezza formale della richiesta della Corte dell’Aia; la corrispondenza tra l’identità dell’arrestato e quella della persona ricercata; la non violazione nel mandato di arresto di disposizioni contrarie ai principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico; l’assenza di condanne per gli stessi fatti e lo stesso reato nel nostro Paese.
Fin qui, quello che Nordio ha scelto di non fare e quello che sarebbe accaduto se avesse fatto quello che le norme del diritto internazionale gli imponevano di fare. Detto questo, il mandato di cattura internazionale per Almasri è ancora valido e attuale. È un ricercato molto pericoloso che l’Italia ha riconsegnato alla Libia. E questo fatto potrebbe costarci l’accusa di non aver adempiuto agli obblighi che il nostro paese ha sottoscritto aderendo alla Cpi.
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È una decisione, discrezionale (e che dunque potrà essere presa o meno), che la Corte sta valutando e che potrebbe essere portata all’attenzione del consiglio di sicurezza dell’Onu. È quello che prevede lo Statuto. Dove si legge: «Se uno Stato parte non aderisce ad una richiesta di cooperazione della Corte, diversamente da come previsto dallo statuto, impedendole in tal modo di esercitare le sue funzioni ed i suoi poteri, la Corte può prenderne atto ed investire del caso l’Assemblea degli Stati che ne fanno parte o il Consiglio di Sicurezza dell’Onu».
C’è un ultimo punto. La Corte penale internazionale ha giurisdizione sulla Libia dal 26 febbraio 2011 ed è stata stabilita dal Consiglio di sicurezza dell’Onu quando Gheddafi era ancora al potere. Al ministro Carlo Nordio che vanta anni di indagini ed esperienza giudiziaria sarebbe bastato andare a controllare le carte, per accertare che la data del 2011 riportata in alcuni punti del mandato d’arresto della Corte dell’Aja nei confronti di Osama Njeem Almasri, era un semplice errore materiale dei giudici. Che, non a caso, hanno poi corretto. Senza necessità di fissare una nuova udienza o camera di consiglio. Senza necessità di emettere un nuovo mandato. Ma, semplicemente, allegando al primo atto che disponeva la cattura l’elenco dei termini da correggere. Nello specifico, il tempo e il luogo dei reati contestati: dal 2015 al 2024. In Libia. Nove anni di omicidi, violenze indicibili e torture, anche su bambini. Che la Cpi, per il momento, dovrà continuare a contestare in contumacia. Perché l’Italia di Giorgia Meloni e Carlo Nordio così ha voluto.