Non è tempo di rintanarsi nel privato
di Massimo AdinolfiCosa rimane di una giornata normale, se togliamo da essa le parole scambiate con i nostri familiari o con i colleghi, quello che leggiamo sui giornali, i messaggi che ci scambiamo via social, le commissioni, le piccole incombenze quotidiane, quello che passa in tv, le cose ascoltate per sbaglio e quelle che dobbiamo ricordarci per domani? Nulla, forse non rimane nulla.
E se però ne avessimo abbastanza di tutto quel mare di parole? Se provassimo a fuggire o almeno a nasconderci? Carmen Gallo ha scritto un libriccino delizioso, in cui suggerisce delle singolari “tecniche di nascondimento per adulti” (perché da bambini, in verità, a nascondersi son bravi tutti).
Una volta — scrive per esempio — sono diventata un soffitto. Sarà capitato a tanti, aggiunge, ma io penso invece che non sia capitato quasi a nessuno. E comunque non importa se sia capitato o no: di essere un soffitto, di divenire una doccia oppure un’ombra o di rintanarsi nel disordine di una stanza.
Il nascondiglio più fam…
Cosa rimane di una giornata normale, se togliamo da essa le parole scambiate con i nostri familiari o con i colleghi, quello che leggiamo sui giornali, i messaggi che ci scambiamo via social, le commissioni, le piccole incombenze quotidiane, quello che passa in tv, le cose ascoltate per sbaglio e quelle che dobbiamo ricordarci per domani? Nulla, forse non rimane nulla.
E se però ne avessimo abbastanza di tutto quel mare di parole? Se provassimo a fuggire o almeno a nasconderci? Carmen Gallo ha scritto un libriccino delizioso, in cui suggerisce delle singolari “tecniche di nascondimento per adulti” (perché da bambini, in verità, a nascondersi son bravi tutti).
Una volta — scrive per esempio — sono diventata un soffitto. Sarà capitato a tanti, aggiunge, ma io penso invece che non sia capitato quasi a nessuno. E comunque non importa se sia capitato o no: di essere un soffitto, di divenire una doccia oppure un’ombra o di rintanarsi nel disordine di una stanza.
Il nascondiglio più famoso che io ricordi, però, è quello che Platone suggerisce amaramente al filosofo, quando gli toccasse di vivere in uno Stato guasto e corrotto. Allora “standosene tranquillo e badando a se stesso, come un uomo che si ripara sotto un muro dalla polvere e dalla pioggia sollevata da un vento di tempesta, vedendo gli altri pieni di illegalità, si accontenta di vivere puro dall’ingiustizia e dall’empietà la sua esistenza”.
È una pagina famosa. Siamo nel sesto libro della Repubblica e Platone ha già proposto la più incredibile delle condizioni, perché si realizzi il miglior ordine della città: che i re diventino filosofi o che i filosofi diventino re. Riduciamo pure le pretese, rispetto a Platone, e diamone una versione più modesta: che gli intellettuali si occupino della cosa pubblica e che nello spazio pubblico vi sia spazio per la discussione intellettuale.
Platone era anche convinto che i filosofi bisognerebbe stanarli, qualora se ne volessero stare in pace a baloccarsi con le loro idee. È per loro un dovere morale condividere il sapere con l’intera comunità politica.
E però, pur dentro un modello che non conosce impegno più alto di quello pubblico, a favore della polis, Platone sa che a volte è preferibile ritirarsi sotto un muricciolo, nascondersi, rinunciare a qualsiasi coinvolgimento, aspettando — come direbbe Eduardo — che la nottata passi. Farsi i fatti propri, allora, e badare esclusivamente a se stessi? Non proprio, non esattamente.
È sufficiente non aderire intimamente alla vita che pure si conduce, al lavoro oppure in famiglia, nelle discussioni tra colleghi o nelle tavolate fra amici. Parlare come tutti, dire quel che si dice, quel che riesce opportuno e quello che ci si aspetta di sentire, e però non credere nemmeno un poco alla rappresentazione che così va in scena, nel gran teatro del mondo e della vita sociale.
Osservare coscienziosamente la parte, certo, e dunque continuare a frequentare i luoghi che solitamente si frequentano, condividere i gusti e le passioni della maggioranza, rispettare diligentemente le regole del proprio ruolo, mantenere il profilo social e spendere sufficientemente tempo su di esso, con spiritosaggini e condivisioni varie, proprio come si conviene. Senza però esser mai lì: davvero convinti, davvero persuasi.
Una simile strategia, una simile tecnica di nascondimento, ha uno strano sapore, perché suona come una strategia di sopravvivenza e, al contempo, come una sottile, strisciante diserzione intellettuale. Ritirarsi nel privato, certo, e siccome anche il privato è ormai colonizzato dai social, scavarsi un’ulteriore, invisibile nicchia: ancora più privata, ancora più nascosta. Leggere una poesia, forse. L’unico luogo in cui non si può fingere, non ci si può davvero nascondere, scrive Carmen Gallo, è una poesia: è tutto pieno di aghi e di spigoli, lì.
E questo torna a essere il dilemma esistenziale del nostro tempo: poesia o politica? Si può ancora dire la verità, in politica, provare a essere autentici, o lo si può essere solo nelle parole — scomode, per nulla morbide, mai banali — della poesia?
Il dilemma era tale anche per Platone, che bruciò le poesie giovanili per dedicarsi alla politica e alla filosofia (per lui: il medesimo). Ma per noi, oggi? Per l’intellettuale, di cui si deride persino il nome, non solo la funzione: cosa vale davvero la pena? Meglio nascondersi o è invece il momento di uscire, finalmente, fuori? (Ma cosa c’è là fuori: solo un altro talk?).